Un anno fa

A volte mi capita di sfogliare immagini di qualche tempo fa. Tra le tante notifiche dei social, ad esempio, mi colpisce quella che ci fa vedere fotografie di un anno, due, dieci anni addietro.

Mi piace scoprire, spesso, dove fossi un anno prima, cosa pensassi, e spesso lo capisco attraverso le immagini postate, che non sono mai casuali.

A volte vedo un cielo rosa e mi punge la stessa spina di quel tempo, altre volte è un paesaggio luminoso, un particolare, un momento, che accende la memoria.

Un anno fa ero appena tornata da un weekend a Milano, ero stata al cimitero monumentale, alla mostra su De Chirico e quando, un pomeriggio pieno di luce mi ero seduta in zona Brera, avevo scritto alla mia amica L. che ci sarei andata volentieri con lei, una volta.

Oggi mi sono seduta fuori in giardino e, nonostante ci fosse ancora il sole, un vento freddo mi tagliava il viso. C’era una luce già novembrina, una luce soffusa che pare quasi sbriciolarsi alla vista, arancione e struggente come i sogni da cui ti risvegli stupito.

L. è morta e non potremo più andare da nessuna parte, nemmeno promettercelo, un po’ per finta, un po’ perché ci faceva ridere, un po’ perché, in fondo, ci credevamo.

Così, mentre guardavo le mie ortensie ormai appassite e pensavo a lei, riflettevo sul fatto che un anno fa non mi sarei aspettata nemmeno un giorno di questi, confusi, cupi, in cui la ragione sembra offuscata e la libertà un ricordo lontano.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, o di sognare, per svegliarci ancora stupiti, forse.

Un anno fa ero più felice e non lo sapevo, perché la felicità spesso si conosce a ritroso.

Che cosa banale, a pensarci bene.

Fotografare la vita

“Io non credo davvero che quel tempo ritorni, ma ricordo quei giorni, ma ricordo quei giorni, ma ricordo quei giorni.” F. Guccini, “Ti ricordi quei giorni”

Stamattina, mentre guidavo, alla radio si parlava di ricordi. Le persone coinvolte nel dibattito cercavano di capire, grazie anche alle chiamate e ai messaggi degli ascoltatori, se i ricordi più remoti del passato siano sempre spontanei e reali, o se siano in qualche modo “pilotati” dalle fotografie e legati indissolubilmente alle immagini che ne fissano l’attimo.

Io guidavo e pensavo che a volte è vero, ma che per me la memoria è sempre stata qualcosa di più complesso, un fatto che passa per gli occhi ma anche per la pelle, il naso e la testa. A volte mi sembra persino che in un angolo remoto del mio cervello proiettino senza sosta il film dei miei passati. Basta sedersi un attimo per riguardarne una parte.

Ultimamente ricordo meno. Non c’è tempo, manca la voglia di fermarsi, nessuno vuol sentire parlare del passato, si è tutti proiettati in questo eterno presente in cui conta chi c’è, e non sempre così tanto, e non chi manca.

Ieri sera, però, complice la memoria del computer piena, il bisogno di spazio, ho riaperto cartelle dai nomi vaghi, “aprile”, “autunni”, “fiori e marzo”, “api”. Dentro, fotografie che non sapevo nemmeno di avere scattato. Momenti di vita quotidiana, frammenti.

Ho guardato con attenzione crescente queste fotografie che non ricordavo, e all’improvviso sono tornate tutte insieme le voci, tutta la vita e l’amore che c’erano dentro, le persone che sono sparite, andate chissà dove.

Quelle foto come un alfabetiere dei sentimenti che oggi spesso sembrano addormentati, o lisi, o paiono andarci troppo larghi, o troppo stretti.

Proprio ieri pomeriggio, poi, rileggevo quella frase di Pessoa che dice che “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.” In effetti, riguardando quelle fotografie, mi sembrava di aver vissuto già almeno una decina di vite, alcune più felici, alcune più tiepide e trascurabili.

In questi anni ho fotografato continuamente la vita, forse per non dimenticarmi.

O per farlo con più attenzione.

E poi, malamente, ne scrivo. Ma questa è un’altra storia.

Ventuno

Settembre è da sempre un mese di raccordo. Lo vedi sfilare davanti agli occhi e sfilarsi di dosso con disinvoltura il caldo afoso, i pomeriggi lunghissimi e le serate piene di luce, per cedere il passo alle piogge, al buio presto e ai mattini freschi.

È un po’ come se tornasse a stabilire la serietà nelle nostre vite, a dirci che il tempo dei giochi è passato. 

Ventuno, oggi, ventuno giorni vissuti in questo mese e tante ore e pensieri scivolati addosso e rimasti dentro. La paura degli inizi, che poi scorre improvvisamente e ci precipita dentro le cose, come se non te ne fossi mai andato.

Riprendere la scuola come una nuotata in apnea: ci sono i ragazzi, le aule, le parole, ma a volte sembra ci sia una distanza immateriale (forse dettata dalle norme da rispettare, dal tempo che è trascorso, dalla necessità di riadattarsi) che rende tutto sospeso.

Ma ci siamo. Siamo noi, e riannodiamo la nostra vita al capo che era rimasto, tessiamo le relazioni di un mondo che è cambiato, ma ci piace sempre.

Ieri riflettevo su quanto questi mesi di isolamento abbiano cambiato la percezione del corpo e del contatto. È come se ci dovessimo riabituare a gestire il nostro essere corporei in relazione alle altre presenze, mantenere le distanze senza congelare, dentro.

Ci muoviamo negli stessi corridoi di sempre, col fiato sospeso. L’errore è dietro l’angolo, ma si resiste.

Intanto settembre recita la sua parte, soffia le sue fresche brezze sulla nostra pelle che perde gradualmente colore, ci addomestica alla vita consueta, a cui non eravamo più avvezzi.

Ripartire

Ecco, il momento.

L’ora dell’attesa. L’ora in cui si controllano gli ultimi dettagli, in cui è tardi ma non si ha sonno, l’ora più tesa e malinconica.

La borsa, i libri, la mascherina, il gel.

Scegliere l’abbigliamento giusto, mettere la sveglia.

I primi giorni, le prime volte di qualcosa, sono spesso difficili e entusiasmanti. 

Gli ultimi giorni, la mia specialità. Accarezzo con la mente le immagini di un’estate sospesa ma morbida, piena di mare. 

Un’estate malinconica e lenta e calda come certe canzoni bellissime, avvolgente, che ricorderò sempre, o forse sono cose che si dicono, fino alla prossima estate.

Domani sarà un primo giorno di scuola speciale. Dopo tanti mesi, tornare in classe, cercando di costruire una nuova normalità, sarà come rimettere piede e testa in un luogo che per mesi è stato lontano, congelato, tra parentesi.

Ripartire sarà qualche cosa di nuovo e, speriamo, bello. Riempire gli spazi vuoti e metterci un po’ di noi, le parole, la nostra voce, molta vita.

Buon primo giorno di scuola a tutti.

La fine dell’estate

Agosto ha deciso di lasciarci in grigio. Ha affidato a una perturbazione atlantica, come vuole tradizione, la parola fine, il sipario di questa estate sospesa. 

Ora inizieranno i giorni chiari e luminosi e le serate fresche, le piogge improvvise e ancora calde, l’imprevedibile coda dell’estate.

Il primo settembre farà da spartiacque tra i giorni quieti e il tuffo nel buio degli ultimi mesi dell’anno.

Le nebbie mattutine ci riporteranno nei luoghi consueti, a macinare giorni sulle nostre strade.

Agosto ci lascia in grigio e in silenzio, per dirla alla Govoni, questo mese che è stato parentesi accogliente e vagamente domenicale di un anno terribile, spazio caldo che mi ha insegnato una certa quiete e un respiro nuovo.

Ho raccolto bellezza e ricordi per l’inverno, ma forse li spenderò prima che arrivi il freddo, da buona cicala.

Giorni fa passeggiavo per una Venezia sconosciuta e mi sono ricordata di esserci già stata in molti sogni del passato, ma forse è solo un’impressione, la cristallizzazione di un ricordo perso nel tempo.

È stata un’estate calda e breve, al sapore di tragedia imminente. Abbiamo perso qualcosa, qualcosa di nuovo continua a sfiorarci.

Agosto, in grigio, mette gli ultimi tasselli nel mosaico dell’estate. Io sto a guardare.

La luce di agosto

C’è una luce, in queste sere, che non saprei dire. Una luce arancione, che muta nel rosa appena il sole scende. Se hai la fortuna di abitarla, anche per caso, ti trovi avvolto in un crepuscolo tenue che ha qualcosa di bello e struggente.

Il mio momento preferito è quello immediatamente successivo al tramonto, il tempo in cui non è giorno e non è ancora notte. Il momento della possibilità.

La luce di agosto ha in sè il seme dell’abbandono. Presto le serate si faranno fresche e più brevi, settembre dietro l’angolo ci regalerà le giornate chiare e limpide che tutti amano, ma a me non sono mai piaciute. A me piace luglio, falso di un settembre.

Da anni non mi capita di essere a casa in questo periodo, che scalda la terra e sprigiona malinconia da ogni fibra. Ma anche l’estate, quest’anno, ha un sapore diverso, è un accento veloce sulle cose destinato a esaurirsi presto, nel giro di qualche giornata calda e luminosa, sospesa nell’anno più assente delle nostre vite.

Presto anche questi giorni andranno sul piatto di ciò che è ricordo, o mancanza.

L’altro giorno mi è stato regalato un pacchetto di caffè. Ho sorriso, ritrovando in quel gesto un mondo che sta scomparendo ma che mi è molto familiare.

Durante il pomeriggio ero da mia mamma e ho proposto a mia nipote di bere questo caffè. Mia mamma l’ha preparato e mi è sembrato così bello e pieno di nostalgia che in quella stanza, in cui per tanti anni ci sono stati caffè per persone che oggi appartengono solo ai ricordi, ci fossimo noi a continuare quella tradizione. Il perpetuarsi di una storia invisibile e presente.

Mi aggiro in questo agosto come in una strada al crepuscolo, osservo tutto con la meraviglia che dà questa luce crepuscolare, avverto la traccia dell’assenza, mi perdo.

Ricordo una canzone che diceva che “agosto è il mese più freddo dell’anno”. 

Come darle torto.

La fine di un’epoca.

Luglio è il mio mese estivo preferito. Da sempre ho l’impressione che in questo tempo sia ancora tutto intatto, puro. La luce intensa, le giornate lunghissime, luglio non ha nulla a che vedere con il più volgare agosto, illusoria parentesi della vita.

Luglio mese di mare, da qualche anno. Mese di compleanni e perdite.

Qualche giorno fa è venuta a mancare mia zia Giovanna, una donna a cui ero molto legata e a cui ho voluto molto bene.

Aveva novant’anni, ne avrebbe compiuti novantuno a settembre. Era nata nell’anno in cui Mussolini aveva firmato i patti Lateranensi, l’anno della grande crisi economica americana, questi i dati che da sempre mi hanno dato la dimensione della nostra distanza temporale, ma per me ha sempre contato solo la vicinanza umana e l’affetto che ci univa.

Al suo funerale ho sentito più volte pronunciare la frase: “È la fine di un’epoca”.

Già, che epoca. Un Novecento di progresso e orrore, di sangue sudore e libertà, che Giovanna attraversò con semplicità e ottimismo, ironia e grande fiducia nel futuro. Una donna buona e generosa.

Mi viene in mente come la donna di Guido Cavalcanti si chiamasse anch’essa Giovanna, e che per i critici questo nome stia a indicare “la Primavera”, colei che precede l’estate, quasi a dire come la poesia di Cavalcanti avesse “aperto la strada” a quella di Dante (per essere, in quel caso, poi ampiamente superata).

Zia Giovanna è stata per la mia storia una sorta di Primavera, un legame con il tempo familiare, con una tradizione che affonda le sue radici in un passato lontanissimo, di cui conosco pochi volti, alcuni nomi, immagini per lo più sfocate e indefinite. In bianco e nero.

Anche mio padre è morto a luglio. Sono cinque anni, oggi.

Pochi giorni fa discutevo sul dispiacere o meno di questa mancanza. E riflettevo che, a prescindere dal bene, dall’amore o dal disamore per la persona in sé, la morte di un genitore segna sempre la fine di qualcosa, un pezzo della tua storia che si allontana, che finisce, inesorabilmente.

La fine di un’epoca, appunto.

Che zia Giovanna fosse la sorella di mio padre, poi, quella che forse l’ha amato di più, mi pare significativo. Ora appartengono a una pagina sospesa fatta di ricordi, in cui c’è soprattutto il tempo di una lunghissima infanzia, la mia.

Questo luglio è stato così, come questo anno strano. Giorni di mare hanno scandito la costruzione di un’estate che ricorderò veloce e a tratti inquieta.

Ora arriverà agosto a ricordarci l’assenza, il vuoto, in corsa rapida verso un settembre pieno di promesse, un capodanno mascherato.

Ma questa è un’altra storia.

I luoghi (senza di noi).

Da tempo, ho l’impressione che le persone siano luoghi. Isole, giardini, ambienti impervi o accoglienti, luoghi da visitare o in cui perdersi. E, allo stesso tempo, penso che nei luoghi in cui passiamo ci sia una forte presenza di chi li ha vissuti, abitati.

Ieri sera sì è conclusa l’avventura di questo anno scolastico a dir poco singolare. I ragazzi appena maturati erano felici e sorridenti, eravamo vicini, nonostante le regole sul distanziamento sociale, perché, in qualche modo, ci sentivamo silenziosamente legati da quel rito di passaggio che è stato l’esame.

Da oggi non avremo più un luogo materiale in cui essere vicini, uniti, rimarrà quell’ungarettiano “paese” – il cuore – in cui non mancano i ricordi.

Non amo gli addii. Non mi piacciono gli arrivederci e spesso tendo a fuggirli, per paura, per un timido riserbo nei confronti del futuro. Però ieri sera è stato meno amaro, ho capito che in ogni fine c’è sì il sapore malinconico delle conclusioni, ma anche la traccia che l’esperienza lascia in qualcosa che sarà, domani.

Durante i mesi di lockdown ho visto alcuni film molto belli. In uno di questi, “L’eclisse” di Antonioni, c’è una scena bellissima e straniante in cui si vedono i luoghi visitati dai protagonisti durante la storia, ma senza di loro, in loro assenza. Ho pensato molto a quella scena, ci pensavo ieri sera mentre mi toglievo le scarpe dopo la serata trascorsa con i ragazzi, e mi chiedevo come fossero i luoghi senza di noi, come fossero prima e dopo il nostro passaggio, se i cambiamenti potessero essere colti da una sensibilità esperta o se invece, alla fine, nulla rimanga, solo il paesaggio.

Ogni tanto mi capita di visitare le pagine social di persone che sono scomparse. Non luoghi sospesi in cui L. è sorridente, F. è sempre bella, e mi dico che ci dovrebbe essere un modo, una via, per collegarsi a questi luoghi in cui il tempo non esiste più, o non come lo percepiamo noi.

Come in certe scene di Antonioni, sicuramente meno rilevanti e espressive, mi muovo in questi giorni come in un luogo d’acqua, o di vento, inquieta. Penso ai luoghi che ho vissuto e a quelli in cui andrò, a quelli in cui non tornerò più.

Luglio scrive una nuova pagina in questo anno incerto e traccia nuovi orizzonti a cui tendere, nuovi luoghi da essere e in cui stare. Chissà se ci vorrà bene.

Galleggiare

Stamattina ho incontrato una persona al supermercato. Ci siamo parlati a distanza, con la mascherina, causando un piccolo ingorgo all’ingresso del negozio e un lieve imbarazzo nella cassiera.

Questo ragazzo, che lavora da anni nella ristorazione, mi ha fatto capire quanto sia difficile modificare i propri ritmi di lavoro e sottostare alle regole, ai divieti, alla nuova versione della normalità.

Parlava lentamente, a un tratto ha detto che in realtà, fino a ora, aveva fatto quel lavoro ma adesso non sapeva ciò che fosse veramente il suo talento (“non so cucinare, diceva, eppure ho sempre lavorato in un ristorante”).

Mi ha guardato negli occhi, prima di spostarsi definitivamente dall’ingorgo, e mi ha detto: “Sai, ho capito che finora me la sono sempre cavata, ma in realtà, se mi chiedessero, non saprei dire che cosa so fare bene”.

Sono uscita dal supermercato e il cielo livido prometteva nuova pioggia. Ho pensato profondamente al significato di quella frase e ho pensato che nemmeno io so fare nulla veramente bene, me la cavo e spesso nemmeno in modo così brillante. Ma credo che la vita, in fondo, sia il luogo di questa mediocrità in cui si galleggia, senza spesso trovare la via. E, a volte, non basta una vita per capirlo.

Questa cosa mi ha rattristata.

Poi tempo fa è morta una persona che mi era amica. Non ci eravamo mai viste, ma ci scrivevamo da anni. Abbiamo percorso le nostre vite a distanza, ma per un piccolo tratto, impercettibile, ci siamo conosciute.

Ho continuato a scriverle messaggi per un po’ di tempo, senza risposta. Le ho voluto bene, per quanto valga.

Ho cercato di essere brava nel tentativo di chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Ho mandato dei fiori, in fotografia. Chissà dove.

Non so più niente di lei.

Forse è proprio così che va la vita, quando si cerca di contrastare la corrente, quando si emerge invece di accontentarsi di galleggiare.

Fuori continua a piovere, la notte è un panno umido sulla pelle tiepida.

In tv c’è un documentario sulla prima guerra mondiale con immagini a colori. Sembrano così vere e vicine da far impressione.

Ma questa è un’altra storia.

Ultima sigaretta. Rileggere Svevo in quarantena.

Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!». Era un’ultima sigaretta molto importante.” Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”

Ultima sigaretta. U.S. 

Con queste parole Zeno, nel famoso romanzo di Svevo, ricopre i muri della stanza, che alla fine andrà nuovamente tinteggiata. Oltre il danno, la beffa.

L’altro giorno, non so più nemmeno quale, tanto queste giornate di quarantena tendano a somigliarsi tutte, interrogavo su Svevo i miei ragazzi di quinta via Skype proprio loro ribadivano quanto i suoi romanzi possano ancora parlare all’uomo di oggi.

Tra problemi di connessione (Prof non la sentiamo! Ci vede? Non si senteee!) e risate spontanee (Alfonso Nitti che per un allievo diventa un fantomatico Renato, un papà che ha deciso di giocare al muratore proprio mentre sto interrogando il figlio, l’aria di stupidera che ci circonda) molti studenti mi hanno detto di riconoscersi in alcuni atteggiamenti dei personaggi, in quella “Senilità” di Emilio Brentani appunto, che spesso li immobilizza in un “vorremmo fare tutto e non facciamo niente”, per dirla alla Gogol. 

E poi c’è l’ultima sigaretta. “L’ultima sigaretta ha un sapore diverso dalle altre”, dice giustamente una ragazza, “ma poi lui non smette mai, come se non riuscisse a smettere di smettere”. “Io sono così” dice un altro.

Io li guardavo, rapita, nel sole del primo pomeriggio, appassionarsi a quell’ultima sigaretta come se si aggrappassero a uno scoglio, facendolo loro.

Non è proprio questo il senso della grande letteratura? Un riconoscersi, un abitare?

Letteratura come casa, come luogo di identità e di mondi. “Letteratura come vita”, diceva il saggio.

“Come quando non vuoi più scrivere a qualcuno e alla fine gli/le scrivo lo stesso, più o meno così, prof?”

La nostra vita è piena di ultime sigarette, ma mi chiedo se si smetta mai di smettere qualcosa per riposarsi un po’.

Le interrogazioni sono andate bene, Svevo ha parlato a tutti loro, in modo diverso, e così, ripagata dal lavoro svolto, ho messo su un po’ di musica.

È una questione di qualità, è una questione di qualità, è una questione di qualità

O una formalità non ricordo più bene, una formalità

Come decidere di tagliarsi i capelli

Di eliminare il caffè o le sigarette

Di farla finita con qualcuno o qualcosa

Una formalità, una formalità, una formalità

O una questione di qualità.” 

Ecco, il succo della mia giornata lavorativa, e forse non solo di quella, probabilmente sta tutto qui.