Sullo scrivere poesie.

“Tacere. Imparare.

Rileggere.

Mantenere il segreto.

Aspettare.

Non è appassito il mare.

 

Ci toccherà ricominciare.”

 

(Con un verso liberamente ispirato all’amatissimo Elio Pagliarani)

 

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Deliri di novembre.

Esco nella sera di novembre. La luna è una lama sottilissima. Devo raccogliere un ramo di rosmarino.

L’aria è fredda, pungente. Sento che sta per arrivare Natale. Lo sento e mi prende una stretta strana, un nodo al respiro.

Eppure solo ieri era estate, era qui, l’ho persa solo un attimo di vista. E ecco, sono un’altra. L’aria è altra. Taglia il viso, fa appassire le ultime rose, le più belle.

A volte mi viene un’ansia particolare. Non so dove stare, quale sia il mio luogo. Altre volte mi viene una fitta, una nostalgia del futuro, come se solo il passato, nemmeno il più luminoso, fosse il posto adatto a me.

Poi respiro. Penso a quei ragazzi che non avevano mai letto un libro e ora l’hanno fatto, e gli è piaciuto e, magari, tra un po’ di tempo verrà loro voglia di leggerne un altro, chissà come vanno queste cose, e forse si ricorderanno anche di chi consigliò quel primo libro.

C’è un’aria così fresca che fa male. Stacco il ramo di rosmarino e penso che sia assurdo continuare a pensare a dicembre con paura, sarebbe tutto più semplice se non ci si pensasse per niente.

A volte scrivo delle poesie.

Le scrivo e vorrei correre subito a leggerle, come quando ero bambina e facevo la voce seria e le mie sorelle mi prendevano così in giro che me ne andavo via sbuffando: “Non capite niente!”

E la paura è la stessa. Scrivere e farsi leggere, farsi indagare, dentro, da chi non ha tempo, o voglia, in questo mondo ad alta velocità.

La luna è un filo d’argento. Fa troppo freddo per la mia pelle estiva.

Bisognerà adattarsi all’inverno.

Coltivare il sentimento del freddo. Tenerlo stretto.

Fino al prossimo giro.

Madeleine

A volte la musica è peggio di una madeleine.

Me lo ripeto in questo pomeriggio arancione e polveroso di quasi novembre. Seduta alla scrivania che non usavo da tempo, che per tre anni è stata soltanto un deposito di libri e fogli e vestiti stropicciati e ora torna a essere il mio tavolo di lavoro.

Perché forse in questi tre anni anche io non sono stata io, non sono stata che il deposito di giorni, lavoro e vestiti stropicciati (quelli, sempre). Ora che mi sembra di essere finalmente al mio posto, capisco di essere sempre alla deriva, di allontanarmi da tutto, rimanendovi sempre fissata per le radici.

Ascolto un vecchio cd, lo stesso che ascoltavo nel 2013, quando non ero più felice, né più soddisfatta di adesso, solo di quattro anni più giovane, solo più spesso seduta a questo tavolo. Sento gli accordi, la stretta al cuore di certi passaggi e capisco che la parentesi di questi tre anni forse mi ha tolto qualche battito, mi ha insegnato tanto, ma non ho capito abbastanza.

Ho incontrato molte persone, mi hanno arricchita, ma quando sono arrivata in classe, quest’anno, mi sono come svegliata da un lungo torpore. Ero di nuovo lì, potevo vedermi, toccarmi. Reale.

Vera come la luce di ottobre, esagerata, forse, con i pensieri impolverati e tossici, a volte. Con la musica che fa da detonatore. Un po’ sorrido, un po’ ripenso a che cosa mi sia persa. Forse niente, probabilmente tutto.

Tra poco l’arancione si farà rosa, arriverà novembre e le rose che resistono ai primi cappotti. Il mio tavolo ospiterà nuovi fogli e vecchi vestiti, perché le cose sembrano cambiare così in fretta, ma alcune non cambiano mai.

 

Polveri

Ieri mattina sono entrata a scuola più tardi. La terra lungo la strada che stavo percorrendo era immersa in una nebbia sottile ma totalizzante.

Uno strato di polvere inghiottiva i campi, gli animali ormai senza cibo, mansueti, dallo sguardo ancora più malinconico del solito.

All’improvviso è spuntato un sole come una lama, illuminando il cielo di un colore arancione-marroncino, come nelle foto degli Anni Settanta di mia madre, o nei sogni meno nitidi.

Ottobre mi ha stupito. È un mese che di solito amo, quest’anno, poi, regala compleanni importanti, ma che in questi giorni mi sconcerta, lasciandomi smarrita.

L’inizio della scuola, le grandi speranze di settembre, pur  presenti, si sono invischiate con un profondo strato di stanchezza.

Questo caldo polveroso, unito alla nebbia, prolunga uno stato di sospensione, in cui veneriamo stupefatti le macerie di un’estate  (per me molto bella) che sembra non voler finire.

E ci lascia stremati.

Ieri mattina guardavo queste mucche al pascolo, dallo sguardo così antico e distante e ho proseguito sulla strada sgombra, sicura che i miei fossero pensieri da nulla, anche questo senso di polveroso ottundimento dei pensieri, di soffocamento.

Quando sono arrivata a scuola c’era un sole malato, tremendo. Un ragazzo mi ha chiesto: “È vero che a Torino non si possono aprire le finestre?” E io ho annuito, come se fosse inevitabile.

“Aspettiamo la pioggia” ha continuato, il ragazzo.

Già. Aspettiamo.

Settembre 

Se agosto è odioso, settembre è un mese che corteggio da sempre, ma che, presumo, non mi amerà mai.

Le vacanze finite e il sapore ancora vivo di un bellissimo viaggio, l’emozione inquieta di tornare in classe in una scuola nuova, un altro ordine, con nuovi ragazzi e una sfida.

Settembre, ancora, e sono nuova, vecchissima. Viva e un po’ morta, di sonno soprattutto.

Un mese come un inizio, uno schiaffo in pieno viso. Un capodanno improvvisato che non mi trova pronta da anni.

È un settembre freddo, questo, che sta viaggiando veloce e mi sta portando un po’ via da quello che sono stata, per farmi diventare quel che sono, forse. Non si sa mai.

Freddo e inquieto. Io sono lì e lo osservo, lo studio, lo temo. Ma lui se ne infischia.

(L’estate ha riportato con lei il vento della poesia, chissà se settembre lo vorrà).

Agosto

Stamattina passeggiavo nelle strade assolate, tra le bancarelle del mercato del primo agosto che, nonostante tutto, è arrivato anche quest’anno.

Mi piace passeggiare nella città di questo periodo. Le strade meno trafficate, gli anziani seduti nei bar, lo scorrere più lento della vita, l’esistenza fluidificata.

Agosto è un mese odioso. Il mese delle vacanze, certo, la pausa dalle attività, la parentesi vischiosa delle attese. Un luogo di assenza che prepara la strada allo spavaldo settembre, gonfio di impegni, di novità, di tagli di capelli rinnovati e abbronzature da sfoggiare nei luoghi di lavoro.

Anche quest’anno farò le mie vacanze a agosto, sì. Un viaggio, manca ancora del tempo, ci sono ancora dei giorni che mi voglio godere nella città dimenticata, tra chi non parte, tra chi resta a aspettare l’autunno, la fine dell’afa terrificante che ci attanaglia da mesi.

L’hanno già detto in molti, che agosto sembra una grande domenica pomeriggio. Per me, che sono nata nella provincia profonda, dire domenica pomeriggio è dire torpore, lentezza, noia, con un pizzico di angoscia che preannuncia l’arrivo del lunedì. (Leopardi, non ti dimentichiamo mai, tu perdonaci, se puoi).

Odioso, dicevo. Tedioso, come l’allegria forzata, la solita giostra della vita a grande velocità. Io voglio essere lenta, prendere tempo, passeggiare e sentire il silenzio.

E dire che ci sono pure nata, in questo mese balordo. Di solito lo fuggo, quest’anno mi vorrei fermare. Per guardarlo in faccia e dirgli: “Vedi, non ti temo, non ho più bisogno di scappare.”

Non sarà così, nemmeno questa volta.

Intanto mi godo il vociare lontano dei bar ancora aperti, dei dehors che sono isole nel caldo opprimente. Cammino.

Ciao, agosto.

Cambiamenti

Una volta scrissi qui che l’estate è una parentesi. Uno spazio dove respirare a bocca chiusa, un passaggio opaco verso settembre, capodanno per eccellenza, uno spazio bianco dove coltivare l’assenza.

In fondo lo penso ancora.

Tutto è sospeso, d’estate.

Tuttavia, da un po’ di anni, l’estate per me è il luogo dei cambiamenti. Grandi, anche dolorosi, i mutamenti hanno deciso che l’estate forse sia il momento giusto per venirmi a trovare.

Anche quest’anno. Non me l’aspettavo.

Cambierò. Lavoro, in questo caso.

Dopo aver studiato anni, tornerò alle mia condizione di tre anni fa. Ma finalmente con un ruolo più stabile.

Lo dico da qui, seduta di fronte al computer a controllare gli ultimi aggiornamenti, musica lenta, tapparelle abbassate per proteggermi dal caldo delle due di pomeriggio.

Gioia, paura e anche un po’ di malinconia ricordando chi mi ha accompagnato in questi tre anni, passati così in fretta.

Mi mancheranno, come mi mancano sempre tutti quelli che hanno avuto un posto nella mia vita, d’altronde.

Ancora una volta mi si rimanda a settembre. Per una nuova avventura, chissà.

La luce di giugno

Il ricordo sbiadisce, il ricordo si adatta, il ricordo si adegua a ciò che pensiamo di ricordare.” J. Didion, “Blue nights”

Stasera sono uscita in bicicletta. Cercavo ristoro al caldo opprimente di questi giorni, una tregua che potesse servire al respiro, alla pelle.

Rispetto ai giorni scorsi, il cielo era particolarmente limpido e la luce arancione di giugno accecava, scontrandosi con il giallo dei campi di grano appena tagliati, con il rosso della polvere che si alzava per il passaggio di un trattore lontano.

Respiravo questa luce con gli occhi ben aperti, la sentivo penetrare leggera, in superficie, sul viso, come se fossi stata lì altre volte in quel momento preciso.

Pedalavo e mi sono ricordata di una fotografia che aveva la stessa luce. In questa fotografia ci sono io in braccio a mia madre, in un prato, nella luce fluida del tramonto.

Ho sempre amato quella fotografia, da piccolina la guardavo sempre, convinta di ricordare il momento in cui era stata scattata.

“Mamma, qui mi ricordo quella luce…”

“Non è possibile, non vedi come eri piccola?”

In effetti credo che la storia del ricordo fosse proprio un’invenzione e che in realtà fosse veramente solo quella luce a affascinarmi.

Qualche giorno fa ho letto un articolo in cui si parlava del fatto che la gente ricordi cose mai accadute. Una questione di elettroni e mondi paralleli, se non ricordo male. Be’, forse il mio ricordo della luce di giugno arriva direttamente da lì, dove vivono le alternative.

Ho continuato a pedalare, invasa dai pensieri e da un’inquieta nostalgia del passato, ma anche del futuro.

Respiravo nella luce di un sole che conosco bene, quella luce che poi mi tocca rimpiangere per tutto l’anno.

Le curve, il profilo degli alberi, il contorno del mio corpo in bicicletta. Tutto, insieme, nell’oro di questo momento.

Il fresco dell’aperta campagna era lieve, in contrasto con la forza di quei raggi.

Respirare, questo era già una cosa grande.

Piangere di gioia.

Stamattina, mentre concludevamo gli ultimi colloqui dell’anno, mi è successo un fatto strano. Mentre parlavo del lavoro svolto da una bambina, un buon percorso, un’ottima valutazione e spiegavo le motivazioni di tale giudizio, ho visto, gradualmente, gli occhi della bambina riempirsi di lacrime, farsi sempre più arrossati.

Io continuavo a parlare, ma ho iniziato a guardarmi attorno, non capivo. Ho avuto paura di averla offesa, di essere stata in qualche modo brusca, anche se non riuscivo a recuperare il punto in cui questo fosse potuto accadere.

Piangeva di gioia.

Ecco, una cosa a cui non sono assolutamente abituata. Il mio giudizio positivo probabilmente l’aveva sorpresa e gratificata a tal punto da commuoverla.

Le lacrime scendevano nonostante il sorriso dolce, calmo, pieno.

A volte sottovalutiamo la meraviglia, pensavo, poi, tornando a casa.

Riflettevo, inoltre, sulle varie e differenti “versioni dei fatti” che ognuno di noi elabora. Ciò che per me era evidenza, puro dato, per lei è stato un regalo.

Sì, è vero che il nostro non è un mestiere semplice.

 Ma a volte non è per niente male.

Stagioni.


Stasera nell’aria c’è profumo d’estate. 

La sento tra i capelli, mentre cammino nelle solite strade che conosco ormai a memoria, che sembrano immutabili – cambia solo lo scenario intorno, nebbia, ghiaccio, neve, afa –

Lo vedo nel colore dei campi, nella sfumatura delle nuvole intorno alla cima del Monviso.

Arriverà. Anche quest’anno.

Mentre rientro a casa rivedo la stessa tonalità d’imbrunire di molti maggio fa, qualche esame da preparare, lo studio protratto sul balcone fino al morire dell’ultima luce – poi mi chiedo dove abbia perso la vista – il cruccio dell’esame di guida che non riesco a passare.

Il grano verde, qualche papavero. Da queste parti sembra non mutare mai nulla.

Rientro e ripenso a una sera come queste, pochi anni fa, un imprevisto, “Cara” di Dalla nella camera al buio, e mi viene una nostalgia calda, per la bellezza. Per le parole.

Il freddo dei giorni scorsi, fuori, mi aveva fatto dimenticare cosa si prova in sere come queste.

C’è l’idea, assurda, che tutto possa succedere. La vertigine delle possibilità, la scintilla del futuro.

Poi è l’estate, soprattutto, a succedere.

A volte penso che sarebbe meglio dimenerei sospesi in serate così, lontani dalla violenza dei mesi estivi. Tiepidi.

Apro le finestre e ascolto i primi grilli, arroganti, fare il loro consueto lavoro. Mi è venuta voglia di ascoltare Dalla.

La voce calda si fonde con il rumore dei primi motorini, dei cani.

Arriverà, anche quest’anno. Lo sento.