La luce di giugno

Il ricordo sbiadisce, il ricordo si adatta, il ricordo si adegua a ciò che pensiamo di ricordare.” J. Didion, “Blue nights”

Stasera sono uscita in bicicletta. Cercavo ristoro al caldo opprimente di questi giorni, una tregua che potesse servire al respiro, alla pelle.

Rispetto ai giorni scorsi, il cielo era particolarmente limpido e la luce arancione di giugno accecava, scontrandosi con il giallo dei campi di grano appena tagliati, con il rosso della polvere che si alzava per il passaggio di un trattore lontano.

Respiravo questa luce con gli occhi ben aperti, la sentivo penetrare leggera, in superficie, sul viso, come se fossi stata lì altre volte in quel momento preciso.

Pedalavo e mi sono ricordata di una fotografia che aveva la stessa luce. In questa fotografia ci sono io in braccio a mia madre, in un prato, nella luce fluida del tramonto.

Ho sempre amato quella fotografia, da piccolina la guardavo sempre, convinta di ricordare il momento in cui era stata scattata.

“Mamma, qui mi ricordo quella luce…”

“Non è possibile, non vedi come eri piccola?”

In effetti credo che la storia del ricordo fosse proprio un’invenzione e che in realtà fosse veramente solo quella luce a affascinarmi.

Qualche giorno fa ho letto un articolo in cui si parlava del fatto che la gente ricordi cose mai accadute. Una questione di elettroni e mondi paralleli, se non ricordo male. Be’, forse il mio ricordo della luce di giugno arriva direttamente da lì, dove vivono le alternative.

Ho continuato a pedalare, invasa dai pensieri e da un’inquieta nostalgia del passato, ma anche del futuro.

Respiravo nella luce di un sole che conosco bene, quella luce che poi mi tocca rimpiangere per tutto l’anno.

Le curve, il profilo degli alberi, il contorno del mio corpo in bicicletta. Tutto, insieme, nell’oro di questo momento.

Il fresco dell’aperta campagna era lieve, in contrasto con la forza di quei raggi.

Respirare, questo era già una cosa grande.

Piangere di gioia.

Stamattina, mentre concludevamo gli ultimi colloqui dell’anno, mi è successo un fatto strano. Mentre parlavo del lavoro svolto da una bambina, un buon percorso, un’ottima valutazione e spiegavo le motivazioni di tale giudizio, ho visto, gradualmente, gli occhi della bambina riempirsi di lacrime, farsi sempre più arrossati.

Io continuavo a parlare, ma ho iniziato a guardarmi attorno, non capivo. Ho avuto paura di averla offesa, di essere stata in qualche modo brusca, anche se non riuscivo a recuperare il punto in cui questo fosse potuto accadere.

Piangeva di gioia.

Ecco, una cosa a cui non sono assolutamente abituata. Il mio giudizio positivo probabilmente l’aveva sorpresa e gratificata a tal punto da commuoverla.

Le lacrime scendevano nonostante il sorriso dolce, calmo, pieno.

A volte sottovalutiamo la meraviglia, pensavo, poi, tornando a casa.

Riflettevo, inoltre, sulle varie e differenti “versioni dei fatti” che ognuno di noi elabora. Ciò che per me era evidenza, puro dato, per lei è stato un regalo.

Sì, è vero che il nostro non è un mestiere semplice.

 Ma a volte non è per niente male.

Stagioni.


Stasera nell’aria c’è profumo d’estate. 

La sento tra i capelli, mentre cammino nelle solite strade che conosco ormai a memoria, che sembrano immutabili – cambia solo lo scenario intorno, nebbia, ghiaccio, neve, afa –

Lo vedo nel colore dei campi, nella sfumatura delle nuvole intorno alla cima del Monviso.

Arriverà. Anche quest’anno.

Mentre rientro a casa rivedo la stessa tonalità d’imbrunire di molti maggio fa, qualche esame da preparare, lo studio protratto sul balcone fino al morire dell’ultima luce – poi mi chiedo dove abbia perso la vista – il cruccio dell’esame di guida che non riesco a passare.

Il grano verde, qualche papavero. Da queste parti sembra non mutare mai nulla.

Rientro e ripenso a una sera come queste, pochi anni fa, un imprevisto, “Cara” di Dalla nella camera al buio, e mi viene una nostalgia calda, per la bellezza. Per le parole.

Il freddo dei giorni scorsi, fuori, mi aveva fatto dimenticare cosa si prova in sere come queste.

C’è l’idea, assurda, che tutto possa succedere. La vertigine delle possibilità, la scintilla del futuro.

Poi è l’estate, soprattutto, a succedere.

A volte penso che sarebbe meglio dimenerei sospesi in serate così, lontani dalla violenza dei mesi estivi. Tiepidi.

Apro le finestre e ascolto i primi grilli, arroganti, fare il loro consueto lavoro. Mi è venuta voglia di ascoltare Dalla.

La voce calda si fonde con il rumore dei primi motorini, dei cani.

Arriverà, anche quest’anno. Lo sento.

La memoria dei luoghi.

Oggi sono uscita tardi da scuola. Il cielo plumbeo, l’aria gelida di una primavera che sembra aver tentato un suicidio improvviso, il mio viso segnato nello specchietto retrovisore dell’auto.

Ho guidato sull’ampia statale interrotta a tratti da lavori in corso, i primi timidi papaveri tremavano sul ciglio della strada. Ad un certo punto, nel folto del verde, facevano capolino due galline senza meta, forse in fuga da qualche cortile, dal destino, credo, ormai segnato.

Riflettevo, la radio spenta, il motore stanco. Pensavo alla memoria dei luoghi. 

Il venticinque aprile appena passato, stropicciato da polemiche assurde e inquietanti, negli occhi alcune immagini viste ieri, senza audio. Il Martinetto, Torino, i volti magri dei sopravvissuti, il tempo che passa e travolge tutto, gli stralci commoventi delle lettere dei condannati a morte.

I luoghi del passaggio di tanti uomini e donne. Luminosi e apparentemente senza memoria, nonostante le parole della Storia.

Oggi mia madre mi raccontava stupita e stranita di quanto in un quiz televisivo continui a rilevare l’assoluta “incoscienza” storica di concorrenti, solo apparentemente titolati e preparati.

“Non c’è più niente, manca la memoria”.

Pensavo e guidavo e guardavo questi luoghi e questa strada piena di traffico e di auto e di persone e mi chiedevo se davvero i luoghi non abbiano memoria, come noi.

Poi, stretta nel caos della ricerca di un parcheggio, sono passata accidentalmente in una piazzetta in cui non andavo da tempo.

Lì c’era un barbiere, ci ho portato mio padre una volta ogni tanto negli ultimi dieci anni della sua vita.

Un luogo sempre denso di traffico e persone. In quei pomeriggi parcheggiavo spesso in doppia fila, aspettando mio padre in macchina, in certi casi anche per ore. Mi ricordo il fastidio lieve e pungente che mi pervadeva alla sua richiesta ciclica, insistente, che ora mi fa sorridere.  Ricordo la musica e i libri che mi intrattenevano, in quei giorni che mi sembrano ora lontanissimi, alla pioggia o al sole, a seconda delle stagioni, in quel rito che sovvertiva l’ordine naturale, la figlia che accompagna e aspetta il padre e non viceversa.

Ricordo il “dopo”, il profumo intenso del dopobarba, il “va meglio, vero, così?”, detto a bassa voce, il viaggio di ritorno nel silenzio consueto.

Oggi, dopo anni, la piazza mi è sembrata sempre uguale, affollata, con le auto in doppia fila, il traffico affannoso delle cinque di pomeriggio.

Sembra che il barbiere si sia spostato in una via più centrale.

Guidavo e pensavo, ancora, alla memoria dei luoghi, al tempo e alle persone che li attraversano e ho notato come, spesso, sembri così normale che tutto continui a esserci senza di noi.

Deve esserci una sorta di meccanismo di difesa, i luoghi devono pur sopravvivere allo scacco della nostalgia.

Mentre riflettevo su queste cose ho finalmente trovato parcheggio. Faceva freddo e sul muro gli addetti del comune stavano affiggendo dei manifesti. “Centro benessere. Prossima apertura” a caratteri cubitali copriva il manifesto delle celebrazioni del 25 aprile.

Poco dopo è iniziato a piovere e mi sono accorta che era veramente tardi. 

Sono ripassata per la piazza e ho respirato. Forte.

Quello che fai.

Poi, in un mattino assolato, un bambino mi ha chiesto all’improvviso: “Ma a te piace quello che fai?”

Bella domanda.

“Ho sempre pensato che quello che faccio debba piacermi, altrimenti non ha senso farlo.” Ho risposto.

Il sole filtrava dalle finestre, le tende arancioni inondavano la stanza di quella luce primaverile che mi faceva pensare che un altro anno stava inesorabilmente passando.

Dopo alcune ore, riordinando i libri, ripensavo alla domanda del bambino.

Ho pensato all’entusiasmo. a quello iniziale, a quello perso, agli anni folli che mi hanno portato a essere ciò che sono.

A tutto lo sforzo fatto per farmi piacere ciò che faccio, anche se non è così. Alle cadute, alle ginocchia della vita ferite.

Poi, tornando a casa ho aperto il computer e ho scritto.

Qualcosa, delle impressioni.

Ho scritto male, l’unico modo in cui so farlo.

Ho scritto per immagini, perché l’unica cosa che so fare è guardare.

Osservare, da vicino, o,  molto meglio, da lontano.

Ho scoperto che mi viene abbastanza bene. E che non posso fare altro.

Ho scritto sul tavolo della cucina, come nei primi giorni in cui abitavo in questa casa, e mi sembrava troppo buia rispetto alla casa in cui abitavo prima.

Ho scritto e ho pianto, ma poi sono stata bene, molto.

“Ecco”, avrei voluto dire allora a quel bambino, “una cosa che mi piace veramente fare.”

Ma forse non mi avrebbe capito, e in fondo è meglio così.

Venirsi incontro.

Un po’ di tempo fa, subito dopo l’intervallo, entrando a scuola, ho raccolto da terra un bigliettino.

Le ultime grida si stavano spegnendo, i bambini riprendevano faticosamente posto. 

Il sole filtrava dalle tende chiare, riscaldava le spalle, fuori era ancora così inverno da non dare scampo a qualche traccia di verde.

Mi siedo in classe, tolgo la giacca, sistemo i libri, organizzo l’attività. Il biglietto stropicciato giace ora nella mia tasca, è difficile risalire a grafia, classe, autori della carta. In fondo l’ho trovato in una zona franca, non potrei accusare nessuno di averlo scritto.

Che cosa, poi.

Dopo aver riportato data e consegna alla lavagna tiro fuori il biglietto. La classe lavora, io tengo d’occhio loro e il foglio.

Lo apro.

È un dialogo a due voci, molto probabilmente femminili.

“Allora ti piace X.”

“Non è vero.”

“Dai, dillo, ti piace.”

“No.”

“Ma sapevi che piace a me, da sempre.”

“Senti, non mi piace X. Cosa ci posso fare, è lui che mi viene incontro.”

Chiudo il biglietto. Sorrido.

Sorrido e penso a quell'”incontro”. Nella vita ho sentito spesso un “andar dietro”, in virtù di questo.

Sorrido e credo che sia bello, nonostante il biglietto, il luogo, il tempo che tutto ciò mi sta rubando, pensare che l’amore sia un venirsi incontro.

Incontro, senza poterci fare nulla.

Che sia un bambino che non riconosco a avermelo insegnato, poi, fa riflettere.

Ho chiuso il biglietto, l’ho appallottolato. Ho ricominciato a spiegare.

L’inverno sembrava scalfito dalla luce del mattino, splendente.

Avevo bisogno di respirare.

“Cosa c’è scritto su quel biglietto?”

“Niente. Niente di che.”

Qualche ora dopo, tornando a casa, ho cercato il biglietto nella mia tasca, ma era sparito.

Ho respirato forte, e mi è sembrato così semplice da essere bello.

Di cervi, fughe e poesia.

Pochi giorni fa, seduta nella penombra quasi estiva di una fine di marzo bollente, leggevo distrattamente notizie, frammenti di eventi, sfogliavo immagini a caso, quando il mio sguardo è stato attirato da una notizia.

Il titolo recitava: “Cervo in fuga a Torino nord”. 

Quasi poetico, ho pensato.

(Un titolo perfetto per una poesia che vorrei aver scritto, che probabilmente non scriverò).

Un cervo si aggira per le strade della zona nord della città, sicuramente spaventato, forse curioso. Un animale selvatico e leggero, veloce, che sfugge velocemente nel fitto di un parco della zona.

Impalpabile come una scia, reale come certi fantasmi.

Mentre la notizia restava fissa sul mio display, nella mia mente scorrevano immagini e parole. 

In fuga da cosa? Da chi? E perché, poi. 

Un cervo, animale da fiaba, da sogni lontani. Gambe sottili, fragilità apparente e rapidità, come certi desideri, in una città frenetica che non sa nulla di lui.

(I mondi lontani che si sfiorano possono farsi molto male?)

Proprio una cerva è la protagonista di una poesia di Giorgio Caproni – ecco forse, l’aggancio mentale alla poesia.

Ne “Il flagello” una cerva si aggira per i campi, razziandoli, in perpetua corsa, veloce, temuta, capace di generare un flagello, imprendibile, irraggiungibile. La cerva, nel finale diventa l’emblema del desiderio irrealizzato, del desiderio irrealizzabile, del destino.

“In perpetua corsa. 

Nessuno era mai riuscito 

A osservarla vicina.

[…]

Quale voracità 

poteva avere, una cerva, 

per creare un flagello?

[…]

Nulla, 

per loro, c’era di più bello 

del poterla inseguire.

[…]

In questo – forse – il flagello?

Rincorrere il desiderio?

Rincorrere la morte?”

Il pomeriggio correva veloce, ma l’animale poetico mi inchiodava lì, allo scacco continuo tra l’essere e il desiderare.

Non so che sia stato, poi, del povero cervo di Torino Nord, spero nulla di male.

 Nella mia testa, lo ammetto, lieve e imprendibile, resta un’immagine bellissima.

La rubrica.

L’altro giorno mi è capitata tra le mani una di quelle vecchie rubriche del telefono, a righe, con la copertina lucida, in cui una grafia bambina, elementare – la mia – aveva riportato, ordinatamente, i nomi delle utenze chiamate con più frequenza.

I tempi del telefono fisso e della lentezza.

I fogli ingialliti dal tempo facevano il pari con le pieghe a livello delle lettere.

Ricordo lunghi pomeriggi in cucina, negli inverni di chissà quante vite fa, in cui, sotto lo sguardo di mia madre che stirava o di mio padre seduto sul divano (“Scrivi bene!”) ricopiavo i numeri dalla vecchia rubrica. A volte ne aggiungevo di nuovi. Spesso, ciclicamente, eliminavo dei contatti per i motivi più vari.

Guardavo questa rubrica e la sfogliavo come una reliquia, come un oggetto da mitologia. Sotto i miei occhi scorrevano i nomi di chi c’era, di chi c’è ancora. Molti di questi nomi appartenevano a persona che non conoscevo, che non conoscerò.

I più erano uomini che mio padre contattava per lavoro, qualche parente, pochi amici. Vivi, morti, perfetti sconosciuti.

E pensavo che più di una volta, nel corso di tutti questi anni, mi è venuta la voglia, forse malsana, di chiamare qualcuno, pur sapendo che non c’era più, come se il telefono durasse oltre la morte, oltre la vita. Sapendo benissimo, sì.

Pensavo, poi, che spesso, dopo la morte di una persona che fu per me una guida, a cui facevo una telefonata, ogni tanto, mi saltava frequentemente sotto il naso il suo numero. E quante volte ho avuto la tentazione di chiamarlo. Mi chiedevo, con timore, cosa sarebbe successo, chi mi avrebbe risposto.

Non l’ho mai fatto. È passato tanto tempo, ma ci penso ancora e sorrido.

La rubrica scritta a mano splendeva sotto il sole di marzo, tra le mie mani ormai adulte da un pezzo, mentre la mia grafia stingeva sotto le mie dita, ormai diversa da me, ormai me.

Telefonare ai morti, che idea.

Per chiedere loro cosa, poi? “Come va?” O dove vada la vita? Mah.

(Un giorno, forse, ci scriverò qualcosa su.)

Poi, stasera, mi sono ricordata di un poemetto di Raffaello Baldini, di cui ho già parlato qui, che riflette proprio su questo, e si intitola “Chi parla?”

Cosa sarebbe, su, cosa gli costerebbe / dargli il permesso, / una telefonata ogni tanto, / non subito, che potrebbe anche far impressione, / appena morti, no, lasciar passare del tempo, / dei mesi, anche degli anni, un anno, due anni, poi un giorno / drin drin, pronto, chi parla?”

Se lo dice Baldini, mi sento meno sola.

Quel giorno ho chiuso la rubrica e l’ho lasciata su una sedia, in giardino. Il vento, a poco a poco, ne sfogliava le pagine, la chiudeva, la riapriva.

I nomi erano tutti lì, sospesi, nel tempo irreale dei numeri di telefono.

 

 

 

 

Un pomeriggio, tardi.

Ieri sono tornata da scuola tardi e, come spesso mi succede, ultimamente, quando torno tardi, non sono andata subito a casa. Ho messo in moto l’auto e ho bighellonato un po’.

Non si trovava un parcheggio nemmeno a pagarlo. Poi mi sono fermata e ho camminato.

La primavera sembrava nascondersi dentro un vento così freddo da tagliare il viso. Sotto i portici, bambini di ritorno da scuola, simili a quelli appena lasciati, signore che parlavano di cibo (Ho captato un “Io invece ho scoperto che il pecorino si scioglie prima”), ragazzi che fumavano. Ho respirato il fumo, avevo di nuovo quindici anni, sembrava solo ieri, poi ho continuato a camminare velocemente, tra le voci della gente.

Pensavo che poco prima avevo detto in classe “Da piccola volevo fare lo scalatore e non la maestra, sapete? Dovrei ripensarci.” E un bambino ha esclamato “così cadi”.

Già. Come se per cadere bastasse arrampicarsi.

Sono andata in uno di quei supermercati di saponi e cosmetici e mi sono comprata un kajal verde cupo. 

“Le risalterà gli occhi scuri, mi creda” mi ha detto la commessa. Ci ho creduto.

A casa ho poi scoperto che quel kajal mi faceva gonfiare gli occhi, colare il naso e piangere.

Però, subito, era molto bello. 

La libreria di libri usati che mi piace era chiusa, ma il cartello recitava “Ci spostiamo in un luogo più grande, evviva!” Molto – ho capito dopo – molto lontano dal centro.

(Le speranze, belle bestie.)

Quando sono tornata alla macchina, ho letto il messaggio di un’amica che mi annunciava un suo traguardo raggiunto e ho pensato a quella volta che, dopo aver passato un concorso, andai a bere un mojito con una ragazza conosciuta quel pomeriggio, perché ci eravamo fatte una promessa. 

Ho sorriso. E ho pensato che dovrei farlo di più.

C’era un vento freddo, lucido. 

Le previsioni davano pioggia, ma, a quanto pare, il sole se ne era infischiato.

Ho messo in moto e a Londra qualcuno moriva, e non ho più pensato a niente.

Marzo. (Il vento)

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Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci dà l’illusione che la primavera sia finalmente tra noi, con i fiori timidi che accarezzano gli occhi.

Poi, il vento. Il vento che porta con sé, o porta via. Le parole, gli anni, le persone.

Il vento che non aspetta nessuno, gioca col tempo e cancella le orme, o le sposta.

Ieri è morto un artista. Non lo conoscevo personalmente, ma conoscevo da sempre la sua opera. Da anni vedevo, quasi ovunque, i suoi soggetti, che erano diventati un segno, un simbolo distintivo della sua arte. Riconoscere i suoi quadri, il  suo mare, i campi da golf, sulle pareti di uffici, case, salotti, mi dava un senso di familiarità, di calore, come se quelle figure si fossero impresse nella mia esistenza. (Non lo conoscevo, mi mancherà.)

L’arte che sopravvive, nonostante la vita.

Oggi pensavo a queste cose, davanti a un luogo che è stato il mio luogo di lavoro, qualche anno fa.

E dicevo, tra me e me, che spesso torniamo dove siamo stati felici e ci prende un po’ di nostalgia, ma, poi, anche la consapevolezza che forse allora non si era così diversi da adesso. Come se l’essere lieti appartenesse sempre e solo al passato.

Ho camminato su una strada in salita e, tutto intorno i colori erano così forti da togliere il fiato.

Vagavo in cerca di bellezza e sognavo di ritrovare una traccia di me, dei miei passi, dei mei pensieri. Nulla. C’ero solo io e il guaito di un cane in lontananza.

C’era il vento.

Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci lega al mondo come un nodo. Ci chiede di essere fiore, anche se non siamo niente.

Ho continuato a camminare, la luce si insinuava dappertutto, poi si è fatto tardi.

Mi è rimasto un fiore tra le dita.

È stato il vento, lo so.