Il dispiacere della lettura.

I miei studenti leggono poco o niente.

Ultimamente porto dei libri a scuola. Dei libri miei.

Poesia, romanzi, saggi.

Li lascio sulla cattedra anche quando mi preparo a uscire, nel cambio d’ora.

Qualcuno, uscendo, li ha guardati, sfiorati.

Uno ieri leggeva, al contrario, il dorso di un testo: “Eedgaar Aaalllan Poe”.

“Che paura”.

E io: “Sì, a volte è inquietante.”

“No, dicevo, che paura un libro così grande. L’ha letto tutto?”

Chissà che il dispiacere della lettura non si trasformi in piacere, per contatto visivo.

Annunci

Riflessioni

Oggi percorrevo le strade quasi deserte del giovedì di provincia. Un sole arancione mi accecava e il caldo anomalo di questi giorni mi rendeva il respiro affannoso e il battito del cuore lento e pesante.

La mattinata lunga e senza risultato aveva lasciato nella mente come un ronzio fastidioso, una sorta di insetto dal brusio tenace.

“Questo settembre mi fa male”, pensavo.

Poi mi sono fermata.

Ho deglutito, sorpresa.

In effetti, penso questa cosa di ogni mese.

Perdere le parole.

A volte rileggo, a distanza di tempo, ciò che mi capita di scrivere qui o ho scritto altrove.

Ecco, riparto e rivedo testi o ricordi o riflessioni di giorni, anche anni fa e ogni volta mi succede di notare quanto, in quei mesi lontani, scrivessi meglio di ora.

Forse è un decadimento naturale, come succede ai neuroni, o, peggio, un incantesimo. Il terrore più grande è dato dal pensiero che questa tendenza peggiori di giorno in giorno e un mattino, magari grigio come questo, io mi ritrovi senza parole, incapace di scrivere o immaginare.

Perdere le parole, magari partendo dalle più complesse, come pantagruelico o splenico, per arrivare alle parole semplici, casa, torta, fino a quelle meravigliose, come bocca o corpo.

Quando perderò la parola “siderale”, be’, forse sarà tutto finito.

Ma non ci voglio pensare.

Povere rose

C’è qualcosa nella fine dell’estate, non so bene che cos’è, e non riesco a respirare.”

In questi anni di insegnamento mi sono accorta di avere sviluppato alcuni tic, quelli che di solito gli studenti più perspicaci comprendono per poterli usare in tua assenza, io lo avrei fatto, che mi fanno un po’ sorridere, un po’ inorridire.

Piccoli rituali, come l’entusiasmo per alcuni particolari, anche minimi, delle spiegazioni-fiume che spesso partono con un obiettivo e mi portano altrove.

Mi ricordo l’ossessione per la Battaglia di Sedan in una quinta di qualche anno fa, la “passione” per la peste, l’emozione per Didone abbandonata da Enea, la furia smodata per il “misi me” del canto di Ulisse.

Ci pensavo stamattina, quando spigavo la golpe e il lione di Machiavelli e sarei stata ore a parlare del “simulare e dissimulare”. Ma faceva troppo caldo, e allora ho continuato per un po’ a parlare e poi mi sembrava stessi perdendo la voce. E sudavo.

Mi sono interrotta un attimo e ho chiesto alla classe se sentisse anche così forte quel calore opprimente.

Un ragazzo mi ha detto: “Secondo me non è normale.”

Già, non lo è.

Pensando a questo mio cedimento, anche di fronte alla passione e ai miei tic, sono andata a casa di mia madre. In giardino, era in corso una lotta per combattere degli strani vermi, simili a millepiedi, che sembra stiano divorando tutte le rose della zona.

Divorare le rose. Che grande passione, distruttiva.

Povere rose.

Povera me.

Primi giorni

Stamattina sono arrivata un po’ prima al lavoro. Ho percorso la strada panoramica che porta fino in collina, e mentre salivo, le nuvole basse e il clima già autunnale, mi sono ricordata del mio primo giorno di scuola delle Superiori, proprio in quei luoghi, tanti anni fa.

Il clima, le nuvole, ogni cosa mi ricordava quel mattino. Non mi piacque nulla, dal vecchio professore che ci lesse il regolamento di istituto, alla serietà dei docenti delle ore successive, al senso di oppressione che l’edificio, un ex monastero, trasmetteva, con i suoi locali immobili, fermi ad un passato lontanissimo, quasi lugubri.

Pensavo, osservando quel luogo dopo tanto tempo, che sono cambiata molto e pochissimo da allora.

Ancora oggi temo i cambiamenti.

Ancora oggi mi infastidiscono i regolamenti.

Ancora oggi ho l’ansia dei primi giorni.

A volte mi sembra che la mia vita sia ferma sempre alla corda di quei primi giorni che ogni anno si rinnovano, in fondo così diversi da sembrare uguali. Di essere sempre nel luogo sbagliato in un momento pessimo. In questo modo, coltivo la curva di una nostalgia perenne, spesso per situazioni e occasioni forse solo immaginate.

Poco distante da me, un anziano camminava, godendosi il paesaggio. Sono scesa dall’auto e l’aria era fresca e umida, sapeva di pioggia.

Ho smesso quei pensieri e sono andata incontro a un nuovo primo giorno.

 

 

Quelle volte

Quelle volte in cui non dormo, cioè quelle volte in cui sono a letto e non dormo, mi succede, anche se sono tranquillissima, di iniziare a deglutire con fatica, come se l’aria iniziasse a farsi sempre più scarsa.

Quelle volte, le volte in cui non dormo dico, mi vengono in testa certe storie, certe frasi o versi di poesie bellissimi, che bisognerebbe alzarsi e appuntarseli. Vivono personaggi incredibili e racconti interi con incipit meravigliosi.

Poi mi addormento.

Quando mi sveglio mi dimentico completamente il momento in cui ho preso sonno. E chissà dove sono finite le storie della notte prima.

Ho deciso, ecco, in una di queste notti, che un giorno pubblicherò tutti i romanzi che non ho scritto.

L’indovinello di Varsavia

Un po’ di tempo fa, durante un’interrogazione, un ragazzo ha ripetutamente confuso il famoso “Indovinello veronese” con un ben più fantasioso “Indovinello di Varsavia”.

E io che lo ascoltavo, così convinto, ad un certo punto l’ho interrotto dicendogli: “Non esiste l’indovinello di Varsavia, anche se sarebbe bellissimo esistesse.”

Ero seria.

A volte, anche da errori palesi, può nascere un’idea.

Notte prima degli esami

Ricordo perfettamente la notte prima del mio esame di Maturità.

Un martedì caldo e lento, l’ultimo sguardo al cielo dal balcone di casa mia, un sospiro e mia madre che mi dice di andare a dormire.

Il mattino dopo, un mercoledì luminoso di giugno, sarei arrivata per la prima volta non puntuale a un appuntamento, perché alla mia amica S., anche lei maturanda, non era suonata la sveglia.

E via alla prova. Scelsi il saggio breve sul “Male di vivere”, perché non conoscevo la poesia di Saba.

Ecco tutto.

Ricordo ancora l’emozione della notte prima di quella prova e, soprattutto, la sensazione opaca che di lì a poco qualcosa sarebbe cambiato.

In quel “qualcosa” c’era tutto.

Oggi, molti anni dopo quella notte, penso a mia nipote B., che si affaccia alla vita come mi affacciavo io in quei giorni.

E penso ai tanti ragazzi che ho incontrato in questi anni, che a volte incontro per caso, sempre con piacere.

Auguro a loro quel brivido che provai quella sera di tanto tempo fa.

In questo giorno per me particolare, in cui ho discusso il mio anno di prova, rivivo acute e forti queste sensazioni, ma questa volta definitivamente dall’altra parte della cattedra.

Per molti questa sarà una notte insonne. Mi piacerebbe chiudere gli occhi e essere per un attimo là, nella mia.

In bocca al lupo a tutti.

La catena.

L’altro giorno sono andata in gita al lago. Sul pullman, una collega chiedeva a me e ai ragazzi vicini che qualità avrebbero desiderato avere al massimo grado.

Le risposte, varie, dal saper parlare tutte le lingue del mondo, al saper danzare benissimo, al saper disegnare perfettamente.

Io pensavo. Non sapevo veramente cosa rispondere.

Saper parlare, saper convincere. Conoscere la bellezza e saperla diffondere, farla amare in quanto tale. Ecco la mia risposta.

La bellezza, la parola. Due beni che per me hanno contato sempre tanto. Forse troppo.

Ero al lago e pensavo che tre anni fa ero lì e il giorno prima avevano seppellito mio padre, e io non avevo pianto.

Mi ha preso un senso di vertigine e smarrimento. Ero in un bar e ho iniziato a sentire il cuore battere all’impazzata, il respiro strozzato. Sono uscita.

L’aria era gonfia di pioggia e lì, proprio quando era tardi, proprio quando tutti avrebbero potuto vedermi, ho pianto.

Ma anche questa volta, ho pianto per me.

Perché ho dato importanza alla bellezza e alle parole. Che non sono tutto, che forse sono niente.

Il cuore batteva ancora.

Saper parlare, convincere. Saper far amare ciò che amo. Ecco cosa ho risposto.

Forse sarebbe meglio saper ballare e disegnare, ché le parole sono infide, scivolose, taglienti.

La pioggia ha iniziato a farsi battente. Le ferite aperte bruciavano di un nuovo dolore.

Ma i ragazzi cantavano. E io li ho ringraziati di quel canto, di insegnare, loro, a vivere, a me, senza nemmeno saperlo.

Il giorno dopo un ragazzino mi ha detto: “Prof, ma in gita lei ci ha lasciato anche liberi, non credevo.”

E io mi sono stupita: “Sai” gli ho detto “hai presente i cani alla catena? Alla fine vogliono slegarsi e andare. Io preferisco non mettervi la catena. Questa si chiama responsabilità.”

Dovessi rispondere oggi a quella domanda forse direi che la cosa che vorrei avere è questa: saper insegnare alle persone a crescere, a diventare grandi.

Ma forse un po’ lo sto già facendo. Ci provo.

E il cuore batte ancora, “povero untore”.

Di che pianger suoli?

Stamattina mi sono buttata.

Avevo la classe alle prime due ore, le più tragiche per sonno e conseguenze del weekend.

Il canto di Ugolino. Il più horror, il più splatter che Dante consegni al lettore, o quasi. Inizio a spiegare sperando che la classe tutta maschile, oggi, venga attirata dai particolari più oscuri della storia.

Il ghiaccio, il morso, il divorare, l’asciugarsi la bocca con i capelli del nemico. Dante l’ha scritta proprio così, ce la consegna intatta nel suo orrore e vedo che qualcuno storce il naso. Qualcuno rimane a bocca aperta, ma questa volta la maggior parte ascolta, vuole sapere come è andata.

Ogni volta in cui leggo Dante scopro qualcosa. L’Inferno accende in me una sorta di nostalgia per la bellezza e una passione che spero di trasmettere in grani a chi ha la sorte di avermi davanti.

C’è una serie di versi, in questo canto, su cui mi fermo sempre e sempre mi illumina. Ugolino si rivolge a Dante dopo avergli raccontato del sogno premonitore in cui si prefigurava la sua morte e quella dei figli.

Si gira verso di lui e lo ammonisce:

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava

e se non piangi, di che pianger suoli?”

Già. Di che pianger suoli. Guardavo i visi dei ragazzi e capivo che qualcosa, un minimo, per un istante, avrebbe, aveva scosso anche loro.

Le lacrime, questo grande mistero. Chissà se piangono, mi sono chiesta, e per cosa. Chissà per quanto continuerò anche io, a piangere, e se ci sia un’età in cui si smetta definitivamente, oppure se tutto continui infinitamente a trasformarsi.

Ugolino ammonisce Dante e si arriva al racconto della morte dei figli e del presunto cannibalismo. I più sbruffoni ridono, nessuno è distratto.

Qualcuno mi chiede come mai non sia stata girata una versione cinematografica “significativa” della Commedia, o un horror dedicato all’episodio in questione.

La drammaticità della storia li colpisce, rimaniamo per pochi istanti bloccati nel ghiaccio anche noi, immobili nelle lacrime che non abbiamo.

A volte la letteratura riesce a fare miracoli.

Poi, la campanella, l’intervallo, la vita che va.

“E se non piangi, di che pianger suoli?”