Perdere le parole

Da un po’ non scrivo qui.

Mi capita spesso di tacere anche fuori, una sensazione strana, come se d’improvviso avessi perso le parole. A volte, poi, ho la chiara percezione di non aver nulla da dire.

Piano, la vita sembra rifluire nel suo corso consueto. Cerco di riallinearmi con il pianeta: lavoro, ascolto, osservo.

Questo morbo che colpisce il respiro, a me ha tolto la voglia di comunicare. Incontro molte persone, a scuola, nei corridoi, ma, per lo più, ciò che mi pervade è un improvviso desiderio di fuga, e una stanchezza infinita.

Ecco, questo anno e mezzo ci ha stancati e svuotati. Ricordo la lettera di Petrarca a Boccaccio in cui diceva “il 1348 ci ha resi più poveri e soli.” Anche noi siamo più poveri e soli.

Una solitudine che ricerco, tuttavia, più che fuggirla. Una solitudine consolatoria dal frastuono del mondo esterno, a cui non sono più abituata.

Cammino molto, corro, anche. Leggo e scrivo qualcosa per me, respiro.

Vivo questi giorni che si somigliano tutti, con l’impressione di perdere molto. Persone, eventi, volti, tutti cadono ammortizzati da un silenzio profondissimo.

Che abbia perso le parole è una sensazione presente e molto viva, una fatica fisica che spesso mi abbatte, mentre si fa di nuovo primavera e piove, come ogni vigilia di maggio che si rispetti.

Presto sarà estate e il tempo continuerà vorticoso il suo cammino, senza troppe parole.

Ma questa è un’altra storia.

Fotografare i fulmini

Mi piacciono le fotografie dei temporali. Negli ultimi anni mi sono accorta di passare un’infinità di tempo a osservare fotografie di nuvole tremende, nere, dalle forme inquietanti.

Le cerco, le osservo, di conseguenza l’algoritmo a me dedicato me ne propone sempre di nuove. Le osservo per minuti interi e mi stupiscono sempre.

Mi rapisce la forma, il colore. Spesso sono fotografie di luoghi lontanissimi, che non ho mai visitato, ma le nuvole me li rendono in qualche modo familiari, come se li riconoscessi in quel momento.

Per un certo periodo della mia vita ho cercato, senza metodo ma con grande pazienza, di fotografare fulmini. Li aspettavo, scattavo. Paradossalmente riuscivo a fotografarli meglio con un vecchio telefono, ora ci riesco raramente.

Ah, dimenticavo. Io ho molta paura dei temporali. Se sono accompagnati da un forte vento, poi, ne ho il terrore. Ma, allo stesso tempo, quelle nuvole minacciose, il loro mutare veloce, il vento che le accompagna, provocano in me il desiderio di guardarle. Mi affascinano.

Ci deve essere qualcosa di antico e semplice, in questo sentimento ambivalente. Mi ricorda il De Rerum natura e il Sublime romantico, il fatto è che dietro a queste immagini ci perdo veramente molto tempo.

È come se, inseguendo quelle nuvole, cercassi il disvelamento di un mistero, o il suo definitivo occultamento.

Fotografare fulmini come cogliere il momento in cui si ha paura, e trovare, invece, la bellezza.

Forse è per questo che ultimamente non ci riesco più. Ma questa, probabilmente, è un’altra storia.

Un tempo blu

Ultimamente cammino molto. Ho sempre camminato, mi piace, mi sembra che camminando si sciolgano i nodi, si mettano in ordine i pensieri, si allentino le maglie dei problemi che ci attanagliano.

Cammino da sempre, ma in questo ultimo mese ho camminato di più. Spesso, quando percorro la campagna assolata e fredda di questo gennaio che oggi segna la sua fine, penso al tempo.

Rivedo mio padre camminare per chilometri e chilometri, al freddo o sotto sole cocente, sempre la stessa strada, un percorso circolare, senza allontanarsi mai da casa. E mentre penso al suo circuito consueto, straniante ai miei occhi, allora e sempre, mi allontano dal punto di partenza, ogni giorno di più. Sono una sua versione aggiornata, mi perdo, perdo tempo, ma non in tondo.

Non amo le prime ore del pomeriggio, anche se spesso le frequento. Troppa gente, troppa vita in giro. Ora che le giornate si fanno più lunghe e si procede veloce verso la primavera, mi piace camminare al tramonto.

In particolare, amo l’ora blu. Quella subito dopo l’inabissarsi del sole dietro le montagne. Percepire la campagna che si colora di azzurro, sentire un velo impalpabile che cala sugli occhi, attraversare e fendere con il mio corpo l’indaco che pervade l’aria e le cose.

La poca neve che non si è sciolta riflette il blu e l’acqua congelata dei fossi rivela immobile il suo colore.

È un’ora bellissima e intensa, quasi triste. Io ci cammino dentro con il peso dei pensieri e delle parole che non so dire.

In un libro bellissimo ho letto che il ghiaccio ha una memoria e il colore di questa memoria è il blu.

In queste pagine, l’autore ricorda quanto il ghiaccio trattenga tracce e dati di eventi anche molto lontani nel tempo, e che questa memoria sia proprio blu.

Il blu che colora il ghiaccio diventa il colore del tempo.

Mentre cammino in quest’ora che si fa buio e sera, penso che i miei passi non siano solo passi in un luogo ma anche passi nel tempo, quel tempo che sto perdendo inesorabilmente e in cui altre persone come me percorrono altre strade, lasciando le loro tracce.

Mentre cammino nell’ora blu sono segno e simbolo, sono mio padre che non si allontanava mai da casa e sono il pensiero di allontanarmi più che posso.

Nel tempo blu di questa ora, anche io divento blu e mi faccio memoria.

Poi in realtà torno a casa in fretta, perché rischio di essere investita, e ciao blu.

Ps. Il libro bellissimo è “Underland” di Robert Macfarlane e è edito da Einaudi. Parla di profondità, di spazio sotterraneo, di discese e di noi. Parla di quello che c’è sotto la superficie e di cui spesso ci dimentichiamo.

Quasi febbraio.

Stamattina sono tornata a scuola. Finalmente qualche ragazzo nei corridoi, un rapido saluto ai colleghi.

È un tempo veloce, che non ci ama. Le nostre vite proseguono accelerando verso chissà dove, non lasciandoci il tempo di capire come e perchè.

Poco fa segnavo delle interrogazioni in agenda e ho visto che tra pochi giorni sarà febbraio. Tra pochissimo tempo sarà un anno che tutto questo ha avuto inizio. Solo ieri era la domenica di Carnevale, ero a Staglieno e non sapevo nulla, sentivo solo un malessere sul fondo, come un’attesa oscura. Come quella che provo adesso, ora che il tempo ci ha spazzati molto lontano dal punto da cui eravamo partiti.

Continuo a parlare tutti giorni a uno schermo, spesso più nero e fisso che animato, e mi chiedo che senso abbia continuare, inizio a crederci meno, mi dico non cedere, mi stanco.

Stringo i denti, tanto sotto la mascherina non si vede.

Continuiamo a comunicare scrivendo su tanti piccoli schermi, condividendo informazioni e frammenti delle nostre vite, immobili e veloci. Siamo ossimori viventi.

I miei allievi diventano maggiorenni e festeggiano in streaming, io chiamo chi non risponde, chi si perde.

È un tempo sospeso.

A volte credo che il virus abbia innescato un male ulteriore che era dentro di noi da tempo, un male segreto che ci atterra e ci divora. L’assenza di stupore, la noia, l’assuefazione a ogni cosa. La solitudine anche in mezzo agli altri, la paura.

Quasi febbraio, quasi primavera, si spera.

Stamattina sono tornata a scuola e ero felice, ma anche frastornata, come se vedessi tutto per la prima volta.

È un tempo liquido. Ci sfugge e si addensa nelle pieghe in cui non vorremmo.

La connessione salta sempre sul più bello, le persone rimangono immobili, spariscono, abbandonano la riunione, il che mi sembra una bella, terribile, metafora della vita.

Un altro febbraio, un altro giro di giostra.

Fiorire, questa volta, non sarebbe male.

Una foto illuminata.

Domani avrà fine questo 2020. Un anno difficile, pessimo per molti aspetti, doloroso. Un anno indubbiamente sospeso.

Inutile fare bilanci, inutile classificare, dispiacersi. Ormai è stato.

Anche queste feste hanno avuto un ritmo più lento, mi hanno ricordato i miei Natali di tanto tempo fa, in cui si stava a casa e non succedeva mai nulla di particolare.

Ho comprato un filo di piccole luci per addobbare la libreria, unico segno che ha distinto questi giorni da tutti gli altri dell’anno.

Mi piace accenderle e guardare la luce calda che avvolge, in modo un po’ casuale e forse disordinato, i libri e i piccoli oggetti che fanno loro da cornice.

Una di queste sere, prima di andare a letto, ho dimenticato di spegnerle. Nel buio, le lucine avvolgevano le cose come un abbraccio. Su una di queste mensole tengo una fotografia che mi piace tanto, non so perché.

È una foto di gruppo, scattata a Roma nel 1950, in occasione dell’anno Santo. Ci sono i miei nonni paterni, quello che sarebbe diventato il marito di mia zia, tre altre persone del mio paese, due uomini e una donna.

Io non ho mai conosciuto i miei nonni.

Sorridono. Tutti i protagonisti sono in piedi, mia nonna ha uno sguardo quasi smarrito ma fiero, mio nonno è veramente più grasso di come mi immaginassi, mentre mio zio Gino è inginocchiato a terra con due valigie a lato e uno sguardo sornione che gli ho visto in molte fotografie. Gli altri tre sembrano sereni.

Guardo questa fotografia del 1950, con la guerra finita solo da cinque anni, e penso sempre alla “modernità” di un viaggio a Roma in quei tempi, soprattutto per persone di un paesino così piccolo, nel profondo Nord. La guardo e mi piace pensare che siano sulla mia mensola, illuminate dalle mie lucine di Natale, e continuino a sorridere anche in questo 2020 che sta per finire.

Perché è nella memoria che, forse, si può trovare la radice del futuro.

E buoni mancati bilanci a tutti.

La prima neve. (Per M.M.)

Questa sera è arrivata la prima neve. Un vento freddo ha sferzato la campagna già dal pomeriggio, come una promessa di gelo.

Il primo dicembre.

Ultimamente sto lavorando molto, dicembre è il giro di boa dell’anno, bisogna chiudere, concludere, ottimizzare.

Ho corretto alcuni temi, tante parole stampate su fogli, che trasmettono opinioni, desideri e paure e diventano mondi, di cui sono contenta di essere testimone. Ho pensato alla fortuna di essere insegnante, anche in questi giorni strani, di avere un ruolo che mi sembra sempre fondamentale, delicato.

Poi, stasera, una notizia. Un messaggio, un link a un articolo. 

Cosa succede quando muore un insegnante a cui siamo stati legati, con un filo teso, invisibile, vivo nella memoria di giorni lontanissimi e improvvisamente presenti?

Incontrai questa insegnante, bravissima, una fuoriclasse, quando ero ancora troppo giovane, forse, ma lasciò in me il seme della curiosità.

Pedagogia, la materia di studio. Vivacità e brio, le sue lezioni.

Piccola ma tenace, dalla risata contagiosa, imparai da lei non solo che “kalòs kai agathòs”, bello e buono, era il modello educativo greco nel V secolo, ma che quello, il suo, era il modo in cui avrei voluto insegnare anche io, un giorno.

Con passione, competenza, con la forza vulcanica di chi non ti molla un attimo. Così brava che non potevi non ascoltarla. Suonava la campanella e ti dispiaceva che fosse finita.

E poi quella lezione che mi fece fare con lei, sulla nascita della tragedia greca. Mi disse di prepararmi e mi fece sedere, di fronte a una classe di suoi alunni, su una cattedra con lei, che aveva un pancione così grande da non riuscire a sedersi. Di lì a poco sarebbe nata A.

La mia prima lezione. 

Era così avanti da lasciare un segno indelebile anche in chi, come me, fu sua allieva soltanto un anno. Riuscì in quello in cui pochi insegnanti riescono: far apprendere attraverso la passione, accendere il desiderio di conoscenza.

Quell’anno, poi, andò in maternità e la rividi soltanto alla maturità, come membro esterno, che fortuna. Fu bello rivedersi lì, potersi reincontrare, essere interrogati da lei, ancora una volta.

In questi vent’anni non ci siamo più riviste, abbiamo camminato su rette parallele e di lei mi rimaneva l’impressione sospesa che fosse ancora là, in quel passato luminoso e pieno di speranze, recuperabile come un ricordo vivo e presente; ma vedere la sua fotografia su un giornale, stasera, è stato un tuffo in quel passato e un pugno dritto in viso.

La prima neve cade, fuori, mista a una pioggia battente.

Questo anno che volge alla fine ci ha stremato.

Faccia buon viaggio, professoressa.

E grazie. Davvero.

(In memoria di Mariella Montervino, una professoressa speciale.)

Il libro che non c’è

Da bambina, avrò avuto nove o dieci anni, un primo di novembre assolato, saturo di luce bassa e arancione, mi sedetti alla scrivania e presi una decisione. “Scriverò un libro”.

Presi dei fogli sparsi. Sapevo che volevo scrivere una storia avvincente, romantica, una storia di donne. Ora non so se, influenzata da qualche soap opera o da qualche film visto in tv da mia madre o dalle mie sorelle, scrissi il titolo: “Vanessa e Vanessa”.

A ripensarci ora, rido molto.

“Vanessa e Vanessa” è la storia di due donne, perfettamente identiche, che non si conoscono, perché sono gemelle, ma separate alla nascita. Una Vanessa naturalmente fa una vita umile, l’altra vive in un mondo dorato. Ad un certo punto della storia le loro vite si intrecciano, con molti equivoci, che però non ricordo o forse non ho mai scritto.

Molti anni prima di studiarli, avevo messo in scena “Menaechmi” dei poveri. Ero la figlia minore, sono cresciuta con sorelle già grandi, probabilmente la fonte era più il romanzo rosa di Plauto.

Ad un certo punto, nella mia memoria, la storia si interrompe. Mi ricordo di aver disegnato le due protagoniste in copertina. Forse per quel giorno smisi di scrivere, era abbastanza.

Misi il manoscritto al sicuro nel comodino e mi occupai di altro.

Non ho mai più ritrovato questi fogli. A volte mi chiedo persino se non sia stata solo la mia immaginazione a generare questa fantasia, eppure, quando oggi passo vicino a quel tavolo, vorrei aprirlo per cercare quel che so già non troverò.

Ho scritto un libro che non c’è.

Vanessa e Vanessa continuano a inseguirmi da lontanissimo, anche stanotte, in cui non dormivo e pensavo a quanto sia difficile e complicato scrivere, a quanta fatica ci sia dietro, dentro.

Avevo finito da poco di scrivere due articoli per la scuola e pensavo che, ogni volta che premo il tasto invio per condividere un pensiero, una frase o una storia, è come un salto nel buio.

Sono molto diversa dalla bambina che pensava di scrivere un libro in un pomeriggio di novembre, era ancora il Novecento. Oggi, infatti, sento ogni riga, ogni parola, come qualcosa di mio che si stacca da me, ed è bello e pauroso vederlo camminare sulle sue gambe, sentirlo arrivare a qualcuno, non sapere che percorso farà. 

Pensavo a questo, mentre la notte mi mostrava il suo rovescio, in questo tempo malato e inquieto.

Poi mi sono addormentata.

Un anno fa

A volte mi capita di sfogliare immagini di qualche tempo fa. Tra le tante notifiche dei social, ad esempio, mi colpisce quella che ci fa vedere fotografie di un anno, due, dieci anni addietro.

Mi piace scoprire, spesso, dove fossi un anno prima, cosa pensassi, e spesso lo capisco attraverso le immagini postate, che non sono mai casuali.

A volte vedo un cielo rosa e mi punge la stessa spina di quel tempo, altre volte è un paesaggio luminoso, un particolare, un momento, che accende la memoria.

Un anno fa ero appena tornata da un weekend a Milano, ero stata al cimitero monumentale, alla mostra su De Chirico e quando, un pomeriggio pieno di luce mi ero seduta in zona Brera, avevo scritto alla mia amica L. che ci sarei andata volentieri con lei, una volta.

Oggi mi sono seduta fuori in giardino e, nonostante ci fosse ancora il sole, un vento freddo mi tagliava il viso. C’era una luce già novembrina, una luce soffusa che pare quasi sbriciolarsi alla vista, arancione e struggente come i sogni da cui ti risvegli stupito.

L. è morta e non potremo più andare da nessuna parte, nemmeno promettercelo, un po’ per finta, un po’ perché ci faceva ridere, un po’ perché, in fondo, ci credevamo.

Così, mentre guardavo le mie ortensie ormai appassite e pensavo a lei, riflettevo sul fatto che un anno fa non mi sarei aspettata nemmeno un giorno di questi, confusi, cupi, in cui la ragione sembra offuscata e la libertà un ricordo lontano.

Dobbiamo cambiare il nostro modo di vivere, o di sognare, per svegliarci ancora stupiti, forse.

Un anno fa ero più felice e non lo sapevo, perché la felicità spesso si conosce a ritroso.

Che cosa banale, a pensarci bene.

Fotografare la vita

“Io non credo davvero che quel tempo ritorni, ma ricordo quei giorni, ma ricordo quei giorni, ma ricordo quei giorni.” F. Guccini, “Ti ricordi quei giorni”

Stamattina, mentre guidavo, alla radio si parlava di ricordi. Le persone coinvolte nel dibattito cercavano di capire, grazie anche alle chiamate e ai messaggi degli ascoltatori, se i ricordi più remoti del passato siano sempre spontanei e reali, o se siano in qualche modo “pilotati” dalle fotografie e legati indissolubilmente alle immagini che ne fissano l’attimo.

Io guidavo e pensavo che a volte è vero, ma che per me la memoria è sempre stata qualcosa di più complesso, un fatto che passa per gli occhi ma anche per la pelle, il naso e la testa. A volte mi sembra persino che in un angolo remoto del mio cervello proiettino senza sosta il film dei miei passati. Basta sedersi un attimo per riguardarne una parte.

Ultimamente ricordo meno. Non c’è tempo, manca la voglia di fermarsi, nessuno vuol sentire parlare del passato, si è tutti proiettati in questo eterno presente in cui conta chi c’è, e non sempre così tanto, e non chi manca.

Ieri sera, però, complice la memoria del computer piena, il bisogno di spazio, ho riaperto cartelle dai nomi vaghi, “aprile”, “autunni”, “fiori e marzo”, “api”. Dentro, fotografie che non sapevo nemmeno di avere scattato. Momenti di vita quotidiana, frammenti.

Ho guardato con attenzione crescente queste fotografie che non ricordavo, e all’improvviso sono tornate tutte insieme le voci, tutta la vita e l’amore che c’erano dentro, le persone che sono sparite, andate chissà dove.

Quelle foto come un alfabetiere dei sentimenti che oggi spesso sembrano addormentati, o lisi, o paiono andarci troppo larghi, o troppo stretti.

Proprio ieri pomeriggio, poi, rileggevo quella frase di Pessoa che dice che “la letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta.” In effetti, riguardando quelle fotografie, mi sembrava di aver vissuto già almeno una decina di vite, alcune più felici, alcune più tiepide e trascurabili.

In questi anni ho fotografato continuamente la vita, forse per non dimenticarmi.

O per farlo con più attenzione.

E poi, malamente, ne scrivo. Ma questa è un’altra storia.

Ventuno

Settembre è da sempre un mese di raccordo. Lo vedi sfilare davanti agli occhi e sfilarsi di dosso con disinvoltura il caldo afoso, i pomeriggi lunghissimi e le serate piene di luce, per cedere il passo alle piogge, al buio presto e ai mattini freschi.

È un po’ come se tornasse a stabilire la serietà nelle nostre vite, a dirci che il tempo dei giochi è passato. 

Ventuno, oggi, ventuno giorni vissuti in questo mese e tante ore e pensieri scivolati addosso e rimasti dentro. La paura degli inizi, che poi scorre improvvisamente e ci precipita dentro le cose, come se non te ne fossi mai andato.

Riprendere la scuola come una nuotata in apnea: ci sono i ragazzi, le aule, le parole, ma a volte sembra ci sia una distanza immateriale (forse dettata dalle norme da rispettare, dal tempo che è trascorso, dalla necessità di riadattarsi) che rende tutto sospeso.

Ma ci siamo. Siamo noi, e riannodiamo la nostra vita al capo che era rimasto, tessiamo le relazioni di un mondo che è cambiato, ma ci piace sempre.

Ieri riflettevo su quanto questi mesi di isolamento abbiano cambiato la percezione del corpo e del contatto. È come se ci dovessimo riabituare a gestire il nostro essere corporei in relazione alle altre presenze, mantenere le distanze senza congelare, dentro.

Ci muoviamo negli stessi corridoi di sempre, col fiato sospeso. L’errore è dietro l’angolo, ma si resiste.

Intanto settembre recita la sua parte, soffia le sue fresche brezze sulla nostra pelle che perde gradualmente colore, ci addomestica alla vita consueta, a cui non eravamo più avvezzi.