Ancora su Petrarca (e sul Ventoso, e su Babbo Natale).

Caro Babbo Natale,

lo so che Natale è lontano e tu non esisti, ma se potessi scriverti una letterina, e stasera sento il bisogno di scrivertela, vorrei chiederti una cosa.

Un regalo difficile, forse impossibile, ma ho deciso di chiedertelo ugualmente.

Vorrei che alla fine del ciclo di lezioni su Petrarca i miei studenti, anche solo uno, anche per un attimo appena, mi dicesse: “Prof., a me Petrarca è piaciuto”.

Caro Babbo, veramente sarebbe un bel desiderio realizzato.

Lo so, lo so, esagero. Sarà che sto invecchiando un po’, sarà la mia mente che gioca con le ossessioni e le nutre, ma in questi anni ho cercato, non ho mai capito se con successo o meno, di portare in classe il Petrarca che ho amato di più, quello del tormento, quello umano, pre umanista e così attuale, che ogni volta, a ogni lettura, mi stupisce.

Soprattutto porto con me la fatica di affrontare i testi del poeta con classi dell’istituto professionale, di gestire la distanza che si crea tra la loro esperienza e certa letteratura, che spesso è abissale, tuttavia io provo a trasmettere la passione, la scintilla del desiderio che ci rende uomini, nella ricerca della bellezza.

Stamattina, ad esempio, ho aperto l’antologia a “Chiare e fresche e dolci acque”, capolavoro assoluto, ho letto qualche verso e ho guardato i visi della classe, e poi mi sono interrotta e ho detto: “Scusate, non adesso, non così”.

Non erano pronti, forse non lo saranno mai, forse ero io, sicuramente. Ho chiuso i Fragmenta e ho aperto le Epistole, che ultimamente sono diventate la mia lettura giornaliera, in un circolo compulsivo di entusiasmo e ricerca, e ho iniziato a raccontare, lentamente, la questione dell’Ascesa di Petrarca al Monte Ventoso.

Ho letto e commentato l’epistola, mi sono fermata, ho visto che su certi tasti potevo finalmente suonare una musica nota, vicina, modernissima.

Il girovagare di Petrarca, la retta via del fratello, gli affanni, l’ammissione della propria debolezza, l’allontanarsi progressivo della vetta.

Agostino.

È stato bello vederli rapiti, anche per un attimo solo, dalle parole, dalla loro magia.

Fermi a immaginare quanti Monti Ventoso ci saranno nelle loro esistenze, quanti vi siano già stati. Bello per me, soprattutto, guardare i loro occhi, dopo aver letto il famoso passo: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

“È proprio vero” ha mormorato qualcuno.

Comunque, Babbo Natale, ci ho ripensato. Non dovranno necessariamente amarlo. Mi basta che si ricordino qualcosa, anche lontanamente, che li faccia pensare, in un pomeriggio della loro vita: “Dov’è, già, che ho sentito quelle parole?”.

Perché, si sa, come dice Ungaretti, “Il Petrarca non si vede subito”. Non si vede, ma c’è.

“Chi è stato in paesi musulmani sa che la donna usa vestire tutto il corpo, compreso il viso, salvo gli occhi.
Non per applicare la statistica anche alle cose della poesia, ma sono moltissime le volte
che il Petrarca parla d’occhi. È un’ossessione. È parola usata come se volesse con essa dare fondo al vocabolario.
Il Petrarca non si vede subito. Esige lunga esperienza, e dura, rara e complessa per divenirvi familiare; una grande acuità, una grande fissità dello sguardo mentale. Un suo sonetto che ci pareva indifferente, un suo verso perduto in un sonetto, ecco, quando la memoria ha saputo finalmente fare in sé chiarezza e accalorarlo, ci guarda, è la nostra vita più umana.”

 

G. UNGARETTI, Il poeta dell’oblio [1943], in ID., Vita d’un uomo. Saggi e interventi, a
cura di M. DIACONO e L. REBAY, prefazione di C. BO, Mondadori, Milano 1974, p. 406

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Siamo paesaggi.

Stamattina leggevo e commentavo “Solo e pensoso” di Petrarca; la classe era assente e svogliata, solo in pochi ascoltavano, o almeno, sembravano farlo. Petrarca che non trova luoghi così impervi e “selvaggi” per sfuggire all’Amore e al tormento, in questo lunedì assolato, sembrava troppo distante dalle loro realtà.

Mentre parlavo, però, facevo notare quanto, in Petrarca, i luoghi reali siano in realtà specchi di una geografia dell’anima profonda e complessa, un atlante che dietro a fonti, campi e boschi, ma anche a deserti e strade desolate, nasconde un universo di sensazioni variegate e intense, umanissime. Lì qualcuno si è risvegliato, per un istante.

L’altro giorno, pensavo, mi sono ritrovata a parlare di un viaggio a Dublino con una persona che l’aveva visitata di recente e, dopo le prime impressioni piene di entusiasmo, l’ho fermata, dicendo che, contrariamente alle sue affermazioni, io l’avevo trovata triste e invivibile, con quel vento carico di pioggia, il cielo che tocca la terra con le sue nuvole pesanti e le sue strade deserte alle quattro del pomeriggio.

La stessa cosa mi è successa qualche volta parlando della bella e accogliente Bologna, che io, tuttavia, ripenso con un nodo in gola.

Comunque, in entrambi i casi, ho capito. Ho ricordato quanto, a entrambe le città, abbinassi, e abbini tuttora, ricordi, se non dolorosi, tristi o inquieti. Un malumore, un periodo di forte malinconia, una discussione. Il sentirsi “spaesati” in un luogo che di per sè era una promessa di bellezza, ma non per tutti, non per me, non in quel momento.

Non è la città, sei tu. È la geografia dell’anima che prende corpo e diventa piazze, strade, passi e ricordi, monumenti e fotografie in cui ridi, ma guardandole attentamente sai benissimo che è un sorriso di circostanza.

Alla fine, come mi diceva una persona, è un po’ come per il Calvino delle “Città Invisibili”, siamo noi le città, sono i nostri desideri, le passioni, gli affanni, con cui occupiamo gli spazi, i tempi della nostra permanenza sulla Terra.

Siamo paesaggi.

Già. Parigi estiva e bellissima, Roma arancione e languida d’ottobre, Bologna litigiosa, Dublino triste e funerea, New York elettrizzante, per dirne solo alcune. Ma sono sempre io, non sono loro. I luoghi che fanno da contenitore dei nostri giorni, della vita con cui le abitiamo.

Siamo noi che inventiamo i luoghi, inventando noi stessi nelle vie, sui ponti, nelle camere d’albergo e nelle case che abbiamo abitato.

Siamo paesaggi. Siamo aspri o quieti, deserti o splendidi o trascurati.

“Ma Dublino è stupenda!” Ha sbottato stupita. Ecco, io ho risposto che aveva ragione, che non era Dublino, ero io. La persona con cui parlavo mi ha guardata stranita, ha sorriso, non credo abbia capito.

La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella memoria.

La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere.”

.I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972.

Post scriptum.

Guardando un mappamondo ho trovato me stessa. Ed ero un’isola. Ma ero anche una montagna affilata, e una pianura quieta in cui succede tutto e non succede nulla.

(Ecco, avevo bisogno di scriverlo da qualche parte).

Guardami.

C’è un momento della giornata, tra il tramonto e l’imbrunire, in cui la luce si fa gialla e rarefatta e sembra illuminare le cose nella loro essenza più autentica.

Me ne accorgo spesso passeggiando in quell’ora così sospesa, o guardando le case in corsa dal finestrino. Le stesse case che sembrano dire a chi le scorge: “ecco, questa è la mia vera natura, guardami, prima che faccia buio”.

Mi è capitato di vedere quella luce in certe fotografie, ho cercato io stessa di catturarla, ma nulla, in quei miei scatti, risulta paragonabile all’atmosfera creata da quel momento del giorno.

Un’atmosfera onirica, che dura una manciata di minuti. La possibilità breve di riconoscere, in quel bagliore inconsueto, migliaia di sogni probabili che abbiamo lasciato a metà, o abbiamo dimenticato.

Ci pensavo oggi, quando il sole ormai tramontato rifletteva il suo ultimo fiato di luce sulle finestre di una casa gialla.

“Guardami, prima che faccia buio.”

Guardami.

Qualcosa di suo

L’altro giorno stavo spiegando letteratura in una classe, introduzione a Petrarca.

Il sole mi tagliava il viso di traverso, in modo netto, limitandomi la vista, il suo calore mi accarezzava piacevolmente, mentre cercavo di preparare il campo per accogliere Petrarca, che sicuramente avrebbe avuto un impatto meno “ad effetto” di Dante, ma che io amo profondamente e vorrei far amare anche a loro.

Il Petrarca interprete di un’umanità tormentata, molto vicino alla nostra, Petrarca e l’accidia, “la malattia della volontà. Il Canzoniere, i frammenti, l’idea dell’anima a schegge, il Secretum. Tutto mi ronzava nella testa vorticosamente, rapido.

All’improvviso, un ragazzo tra i più sagaci mi guarda serio. Invitato a esprimersi, mi dice: “Prof., ma lei scrive? Perché si vede che è appassionata di letteratura, la vive proprio. Be’, non so se scriva, ma se scrivesse secondo me scriverebbe bene. Prof., ci legge qualcosa di suo?”

Ecco, ho pensato, tutto il mio Petrarca che va a monte.

Ho risposto che a volte sì, a volte scrivo anche io, niente di serio, qualche verso, tra l’altro alcuni li hanno già sentiti anche loro, durante il nostro laboratorio di poesia. Lo ricordano.

Finisco la parte di spiegazione che mi ero proposta e poi penso a cosa potrei leggere loro. Scelgo un piccolo racconto dedicato a un incontro del passato, a un mio maestro, a un pomeriggio afoso di luglio di tanti anni prima.

Leggo e ottengo il silenzio. Quando finisco il silenzio continua.

“Bello”, dice un ragazzino in seconda fila “A chi è dedicato?” Chiede.

“A un mio professore, che considero il mio maestro.”

“Credevo a suo padre.”

Ho sorriso, spiegando che no, mio padre non fu un maestro, pur avendogli voluto bene.

Poi ho detto loro che le cose che scriviamo, i libri che leggiamo, soprattutto la grande poesia, spesso parla al lettore in modo continuamente diverso.

Il sole era più caldo del solito, sudavo.

I ragazzi hanno ricordato l’esperienza del laboratorio di poesia e mi hanno chiesto di ripetere quel lavoro.

“Perché siamo cambiati, forse siamo più bravi.”

Ho sorriso.

E Petrarca, sonnecchiante, con me.

Raboni e il Natale

Circa un mese fa, in concomitanza con le feste natalizie e la mia ormai consueta partecipazione al “Calendario dell’avvento letterario” di Manuela Ophelinha ho scritto questa cosa sul Natale e su Giovanni Raboni.

 

“Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato. […]

Per continuare a leggere clicca qui. https://ophelinhapequena.com/2018/12/18/il-calendario-dellavvento-letterario-18-versi-quasi-natalizi-di-giovanni-raboni/

Le storie dentro

In questi anni ho accumulato una mole di storie vissute in prima persona o solo da comparsa, che mi sono state raccontate o che ho sentito di sfuggita. Ecco, ora sono il sedimento su cui poggio la costruzione della mia esistenza, e spesso mi chiedo come facciano a non uscire. Alcune sono storie bellissime, altre solo incubi orrendi. Sono vicende che mi è capitato di raccogliere sfiorando la vita degli altri. Ogni storia un fiore, o una spina.

Un giorno, lo so, mi esploderanno dentro e sarà un disastro.

O chissà.

Magari troverò il modo di raccontarle.

Il dispiacere della lettura.

I miei studenti leggono poco o niente.

Ultimamente porto dei libri a scuola. Dei libri miei.

Poesia, romanzi, saggi.

Li lascio sulla cattedra anche quando mi preparo a uscire, nel cambio d’ora.

Qualcuno, uscendo, li ha guardati, sfiorati.

Uno ieri leggeva, al contrario, il dorso di un testo: “Eedgaar Aaalllan Poe”.

“Che paura”.

E io: “Sì, a volte è inquietante.”

“No, dicevo, che paura un libro così grande. L’ha letto tutto?”

Chissà che il dispiacere della lettura non si trasformi in piacere, per contatto visivo.

Riflessioni

Oggi percorrevo le strade quasi deserte del giovedì di provincia. Un sole arancione mi accecava e il caldo anomalo di questi giorni mi rendeva il respiro affannoso e il battito del cuore lento e pesante.

La mattinata lunga e senza risultato aveva lasciato nella mente come un ronzio fastidioso, una sorta di insetto dal brusio tenace.

“Questo settembre mi fa male”, pensavo.

Poi mi sono fermata.

Ho deglutito, sorpresa.

In effetti, penso questa cosa di ogni mese.

Perdere le parole.

A volte rileggo, a distanza di tempo, ciò che mi capita di scrivere qui o ho scritto altrove.

Ecco, riparto e rivedo testi o ricordi o riflessioni di giorni, anche anni fa e ogni volta mi succede di notare quanto, in quei mesi lontani, scrivessi meglio di ora.

Forse è un decadimento naturale, come succede ai neuroni, o, peggio, un incantesimo. Il terrore più grande è dato dal pensiero che questa tendenza peggiori di giorno in giorno e un mattino, magari grigio come questo, io mi ritrovi senza parole, incapace di scrivere o immaginare.

Perdere le parole, magari partendo dalle più complesse, come pantagruelico o splenico, per arrivare alle parole semplici, casa, torta, fino a quelle meravigliose, come bocca o corpo.

Quando perderò la parola “siderale”, be’, forse sarà tutto finito.

Ma non ci voglio pensare.

Povere rose

C’è qualcosa nella fine dell’estate, non so bene che cos’è, e non riesco a respirare.”

In questi anni di insegnamento mi sono accorta di avere sviluppato alcuni tic, quelli che di solito gli studenti più perspicaci comprendono per poterli usare in tua assenza, io lo avrei fatto, che mi fanno un po’ sorridere, un po’ inorridire.

Piccoli rituali, come l’entusiasmo per alcuni particolari, anche minimi, delle spiegazioni-fiume che spesso partono con un obiettivo e mi portano altrove.

Mi ricordo l’ossessione per la Battaglia di Sedan in una quinta di qualche anno fa, la “passione” per la peste, l’emozione per Didone abbandonata da Enea, la furia smodata per il “misi me” del canto di Ulisse.

Ci pensavo stamattina, quando spigavo la golpe e il lione di Machiavelli e sarei stata ore a parlare del “simulare e dissimulare”. Ma faceva troppo caldo, e allora ho continuato per un po’ a parlare e poi mi sembrava stessi perdendo la voce. E sudavo.

Mi sono interrotta un attimo e ho chiesto alla classe se sentisse anche così forte quel calore opprimente.

Un ragazzo mi ha detto: “Secondo me non è normale.”

Già, non lo è.

Pensando a questo mio cedimento, anche di fronte alla passione e ai miei tic, sono andata a casa di mia madre. In giardino, era in corso una lotta per combattere degli strani vermi, simili a millepiedi, che sembra stiano divorando tutte le rose della zona.

Divorare le rose. Che grande passione, distruttiva.

Povere rose.

Povera me.