Quando ero molto piccola ho scoperto la mia passione per la fotografia. Amavo passare ore guardando gli album e, in particolare, mi incantava l’universo del bianco e nero.
Avevo questo vizio del passato che, come vedi, (e scusa, Dante), ancor non m’abbandona.
Amavo guardare e scattare immagini, tanto che, ad un certo punto, mi si lasciava l’ultima foto per finire il rullino (me ne ricordo una di una nuvola serale, gigantesca).
Il mio sguardo si posava sulle cose e sulle figure con curiosità che non sempre veniva assecondata (su luoghi e identità di persone del passato, soprattutto), lasciandomi spesso a lavorare di immaginazione.
Un oggetto, in particolare, colpiva la mia curiosità: era un album verde acqua, damascato e rilegato con una finitura di pregio. Le fotografie, una per pagina, erano divise da un foglio di carta velina sottilissima, come quella dei testi sacri.
Questo oggetto è l’album del matrimonio dei miei genitori, celebrato il 25 agosto 1966, 60 anni fa.
Le foto, bellissime, mostrano volti e luoghi che conosco, che ho conosciuto, due giovani che sorridono sul sagrato della chiesa. Lui è un uomo di trent’anni, con l’eleganza tipica di certi film dell’epoca, e a guardarlo così somiglia un po’ ad Alberto Sordi, attore da lui amatissimo. Un po’ stempiato, bello anche se un po’ dentone, con uno sguardo schivo, sfuggente.
Lei ha venticinque anni, è minuta e ha un tubino bianco, un cappello alla moda e uno sguardo affilato.
Li guardo e li conosco, sono mio padre e mia madre. Da quel 25 agosto inizia qualcosa che mi riguarda da vicino.
Li guardo meglio, e in realtà non li conosco: facciamo parte di una medesima storia ma questo momento non mi appartiene, è solo loro. Sono giovani e moderni, sono la generazione che si rialza dopo la guerra e sorride al futuro, sono qualcosa che a volte ho invidiato, per le possibilità e la speranza che hanno respirato e che non so se abbiano colto appieno.
Gli invitati sono giovani ed elegantissimi, sembrano usciti da una rivista dedicata ai meravigliosi Anni Sessanta.
Li guardo oggi e l’album è sicuramente invecchiato all’esterno, il damasco tiene nonostante gli schiaffi del tempo. Le fotografie, invece, sono perfette: una finestra su un mondo che mi porto dentro pur non avendolo vissuto.
Lì dentro è ancora tutto intatto, la giovinezza, la felicità, il 1966.
So che era un giovedì, allora era tipico non sposarsi di sabato o domenica. Il bianco e nero non mi consente di vedere se fosse un giorno di sole, ma io me lo immagino così.
Ora che entrambi sono lontani, questa è una versione della loro esistenza che amo ricordare, la pagina di “loro prima di noi”, con tutti i sogni e desideri che non è dato sapere appieno.
Sono belli, lei è vivace, pensierosa e seria come l’ho conosciuta, lui ha quello sguardo obliquo che a volte mi sembra di ritrovare, in me o nei miei simili. Sono una pagina della mia storia.
Ora che di loro non c’è che un ricordo, scrivere la storia di quel giorno nei miei pensieri è un modo per tenerli vivi, forse, o di ringraziarli. O probabilmente soltanto un tentativo di immaginare un passato che ho nelle vene ma non conosco a fondo.
Guardo queste foto, e, come da bambina, mi perdo un po’.
Buon anniversario.