25 agosto

Quando ero molto piccola ho scoperto la mia passione per la fotografia. Amavo passare ore guardando gli album e, in particolare, mi incantava l’universo del bianco e nero.

Avevo questo vizio del passato che, come vedi, (e scusa, Dante), ancor non m’abbandona.

Amavo guardare e scattare immagini, tanto che, ad un certo punto, mi si lasciava l’ultima foto per finire il rullino (me ne ricordo una di una nuvola serale, gigantesca).

Il mio sguardo si posava sulle cose e sulle figure con curiosità che non sempre veniva assecondata (su luoghi e identità di persone del passato, soprattutto), lasciandomi spesso a lavorare di immaginazione.

Un oggetto, in particolare, colpiva la mia curiosità: era un album verde acqua, damascato e rilegato con una finitura di pregio. Le fotografie, una per pagina, erano divise da un foglio di carta velina sottilissima, come quella dei testi sacri.

Questo oggetto è l’album del matrimonio dei miei genitori, celebrato il 25 agosto 1966, 60 anni fa.

Le foto, bellissime, mostrano volti e luoghi che conosco, che ho conosciuto, due giovani che sorridono sul sagrato della chiesa. Lui è un uomo di trent’anni, con l’eleganza tipica di certi film dell’epoca, e a guardarlo così somiglia un po’ ad Alberto Sordi, attore da lui amatissimo. Un po’ stempiato, bello anche se un po’ dentone, con uno sguardo schivo, sfuggente.

Lei ha venticinque anni, è minuta e ha un tubino bianco, un cappello alla moda e uno sguardo affilato.

Li guardo e li conosco, sono mio padre e mia madre. Da quel 25 agosto inizia qualcosa che mi riguarda da vicino.

Li guardo meglio, e in realtà non li conosco: facciamo parte di una medesima storia ma questo momento non mi appartiene, è solo loro. Sono giovani e moderni, sono la generazione che si rialza dopo la guerra e sorride al futuro, sono qualcosa che a volte ho invidiato, per le possibilità e la speranza che hanno respirato e che non so se abbiano colto appieno.

Gli invitati sono giovani ed elegantissimi, sembrano usciti da una rivista dedicata ai meravigliosi Anni Sessanta.

Li guardo oggi e l’album è sicuramente invecchiato all’esterno, il damasco tiene nonostante gli schiaffi del tempo. Le fotografie, invece, sono perfette: una finestra su un mondo che mi porto dentro pur non avendolo vissuto.

Lì dentro è ancora tutto intatto, la giovinezza, la felicità, il 1966.

So che era un giovedì, allora era tipico non sposarsi di sabato o domenica. Il bianco e nero non mi consente di vedere se fosse un giorno di sole, ma io me lo immagino così.

Ora che entrambi sono lontani, questa è una versione della loro esistenza che amo ricordare, la pagina di “loro prima di noi”, con tutti i sogni e desideri che non è dato sapere appieno.

Sono belli, lei è vivace, pensierosa e seria come l’ho conosciuta, lui ha quello sguardo obliquo che a volte mi sembra di ritrovare, in me o nei miei simili. Sono una pagina della mia storia.

Ora che di loro non c’è che un ricordo, scrivere la storia di quel giorno nei miei pensieri è un modo per tenerli vivi, forse, o di ringraziarli. O probabilmente soltanto un tentativo di immaginare un passato che ho nelle vene ma non conosco a fondo.

Guardo queste foto, e, come da bambina, mi perdo un po’.

Buon anniversario.

Notte prima degli esami, ancora.

C’era la luna, anche allora. Dopo un pomeriggio di studio, uscii sul balcone, nel fresco della sera.

Ricordo ancora che ero a piedi nudi e sentii il caldo del sole diurno sulle piastrelle. C’era mia madre, in apprensione per il viaggio in auto del giorno dopo. Era l’estate della Maturità.

Su quel balcone, ricordo, pensai che quella sera, forse, me la sarei ricordata per tutta la vita.

In un certo senso, quel tempo si è fermato e quel momento è ancora là, o mi piace pensarlo così, con mia madre agitata, che si preoccupa per nulla.

Sono passate molte lune, molti esami, e ora, che ormai sono dall’altra parte della cattedra da molto tempo, sento che la notte prima degli esami ha un sapore particolare.

Sa di attesa, di futuro. Ha il sapore fresco e un po’ acerbo della gioventù.

In fondo è un piccolo mondo, un cuore che batte all’unisono, il cuore di molti ragazzi che sognano, tremano, che non dormiranno, forse, ma anche quello di altri per cui tutto è ancora meravigliosamente inconsapevole, e va comunque bene così.

Della ragazza di tante lune fa, forse, è rimasto solo il brivido di quella sera, la consapevolezza che quell’esame fosse tutto e nulla, un passaggio importante verso l’età adulta, qualcosa da portare con sé nella vita del dopo, quando si sarebbe diventati veramente grandi.

Stasera c’è una luna sottile che sembra una lama, il balcone non è più lo stesso, molte cose sono cambiate.

“Eppure resta che qualcosa è accaduto, forse un niente che è tutto” diceva Montale, ed è proprio così, ci sono certi momenti che fanno la Vita.

L’estate, come sempre, è arrivata senza farsi annunciare, e porterà via tutto questo anno scolastico nel vortice degli esami.

Un piccolo pensiero, ora, va ai miei studenti e a tutti coloro che aspettano. Domani sarà tutto diverso, sarà concreto, veloce, rapace.

Ma stasera possiamo ancora sognare.

Buona notte prima degli esami a voi, e, perché no, anche a me.

Il passato

Da che ho memoria, sono sempre stata una persona interessata al passato.

Mi piace studiarlo, mi piace ricostruire le trame della Storia ufficiale e di quella meno nota, mi perdo nelle etimologie e nelle fotografie in bianco e nero.

Ho pensato spesso di appartenere poco a questo tempo, così veloce, così disinteressato al racconto dei fatti, alla comprensione delle cause e degli effetti, alla ricerca delle radici.

Sento, poi, forte, il fascino dell’immagine. Soprattutto se riguarda una storia familiare di cui ho poca memoria.

Quando sono nata, i miei genitori erano già “adulti”. Non ho conosciuto nonni, non ho saputo nulla di loro, se non a brani, lacerti, schegge di un discorso sommesso o taciuto.

Perché, a volte, parlare del passato, soprattutto se questo è doloroso, può far male.

Mia madre parlava poco dei genitori, la madre morta a 36 anni, il padre a 50, raccontava piccole cose, poi si perdeva nel silenzio. Forse, ora so, masticava ancora l’amaro di una perdita per cui non esistono parole.

Mio padre parlava ancora meno, un po’ per natura, e poi chissà, forse non riteneva il passato un luogo interessante.

Ora che entrambi non ci sono più, però, sento forte il richiamo del passato, di una memoria che non mi appartiene, della loro vita prima di me.

Ora che entrambi appartengono al passato, forse, ho un motivo in più per trattenerlo.

Pochi giorni fa ho avuto modo di osservare alcune immagini di mio padre ventenne. Abbigliamento impeccabile, stile indubbio. Lo sguardo malinconico di chi “non appartiene” al gruppo, pur facendone parte. Ma forse ricamo troppo con la fantasia.

Ho fissato a lungo queste immagini per cogliere, che so, una smorfia, un sorriso. Ho percepito solo l’idea di un ragazzo che, per bellezza o per malinconia, si faceva notare.

Oggi, invece, ho avuto per caso tra le mani una vecchia immagine di sua sorella, morta tragicamente a ventidue anni.

È bella. Di una bellezza naturale e poco costruita. La guardo, socchiudo gli occhi e vedo un qualcosa di familiare. Lo sguardo, il naso, le labbra, frammenti di persone che conosco ora, che mi sono vicine, e che, verosimilmente, sono anche io.

Questa, forse, la Storia? Trovare frammenti di noi in altri, in sconosciuti che ci hanno preceduto?

Non so, ma è un discorso che non riesco a concludere, mi appassiona.

Credo che indagare il passato, soprattutto familiare, sia una forma di amore per noi stessi, un modo per costruire il presente, o forse solo per capirlo.

Probabilmente è solo un esercizio di memoria dell’invisibile attraverso il visibile, ma fuori è quasi primavera, e sento che va bene così.

Gennaio

Nuovo anno, nuova vita. Si dice così, no?

Io non ci ho mai creduto. Più semplicemente, ogni anno rifletto su quanto i passati mi abbiano cambiato, sulla qualità del tempo trascorso, oppure sul senso che la novità produce, come un brivido, nella nostra mente.

Ogni inizio ha la sua vertigine.

Peccato, poi, dimenticarsi presto di quella scintilla che, almeno per un attimo, ha illuminato le nostre vite. (Mi metterò a dieta, riprenderò a correre, inizierò, questa volta sul serio, a scrivere). Succede sempre così.

C’è che gennaio lo conosco bene. Ha quelle giornate fredde e luminose, taglienti, in cui la luce promette una primavera che sai ancora lontana, ma lui ti indica con la mano che è lì, proprio lì sotto – se non la vedi è perché sei cieco – ci vuole niente a rifiorire, ricominciare, tornare verdi e nuovi. E ti stordisce con quei tramonti rosa da piangere, pieni di vento e di burrasche, così belli perché ti ricordano di te, di com’eri (o di come non sei mai stato?).

Gennaio che ti stordisce con quest’aria frizzante e domani torna indietro con un giorno grigio da lupi, perché la vita è anche quello.

Oggi c’era proprio quella luce, la luce che promette. Sono andata al cimitero e, al cielo giallo e nero, foriero di un vento che si prefigura insidioso, faceva da cornice una musica techno a volume così elevato che mi sono chiesta da dove arrivasse, tanto era diffusa. La luce radente faceva da contrasto a questi battiti ritmici, proprio lì, dove l’unico cuore ancora in funzione era proprio il mio.

Era una scena quasi straniante. Il mondo dei morti che si incontrava con quello dei vivi quasi violentemente (e forse, poco lontano, una festa, chissà di chi).

Mi sono allontanata con un mezzo sorriso, il viso sferzato dal vento gelido, pensando che forse i confini sono veramente labili, siamo tutti vicini, e la musica lo sa.

Poi, questa sera, il più struggente dei tramonti, un vero spettacolo per romantici.

Perché gennaio è così, è il primo. Promette bellezza a chi la sa vedere, nel freddo delle sue pieghe severe. Ha la responsabilità di aprire le strade, seminare futuri.

Non potrebbe essere altrimenti.

Ogni inizio ha la sua vertigine. E anche questo anno avrà tutto un complesso di regole, che ancora non riesco a decifrare.

Ci vuole tempo, dicono.

Allora che tempo sia. E buon gennaio a tutti.

24 dicembre (la bambina di neve)

La vigilia di Natale è per tutti, si sa, un momento significativo.

Il bambino la brama, aspettando la notte magica in cui tutto, i desideri, i sogni, può accadere. L’adulto, spesso, si crogiola in quel ricordo di felicità e, a seconda del grado di malinconia di cui è intrisa la sua esistenza, o la ama, o la detesta. Molti la sospirano.

Per me, oggi più che mai, la vigila di Natale è un racconto. Il racconto di un giorno di neve.

Il racconto di un giorno in cui non ero presente, ma che ricordo attraverso le parole narrate innumerevoli volte. Poi, quando la volta diventa l’ultima, capisci che non puoi essere che tu il latore della parola, di quelle immagini che, in realtà, la tua testa ha prodotto in una memoria solo immaginata.

È un giorno di neve, una neve fitta. Un ricordo bianco e arancione di lampioni. Nell’immagine ci sono una donna che deve partorire e un uomo, suo marito, alle prese con le difficoltà logistiche dovute al maltempo.

S. nascerà a Racconigi perché l’ostetrica di fiducia della donna lavora in quell’ospedale. Non è così vicino da raggiungere, in un giorno di neve. Ma S. ha deciso che è tempo di venire al mondo, e quando S. decide, chi la conosce lo sa, non c’è scelta.

Allora, l’uomo e la donna affrontano la bufera per raggiungere l’ospedale, dove S. diventa il regalo più bello per quel Natale del 1970.

Il mondo vive anni difficili, e quando mai non li ha vissuti, ma loro sono felici. S. è la secondogenita, femmina. La seconda dopo I.

Non è l’agognato maschio, ma non ci pensano ancora. Magari ci riproveranno (Spoiler: arriveranno altre due bambine).

Ma la parte del racconto che ho sentito più volte ha un altro personaggio: è una donna, la sorella dell’uomo. È la zia di S.

La zia di S. sempre presente, cognata e amica della donna, sorella e seconda madre dell’uomo, narratrice instancabile della storia della neve.

Ecco, la parte più bella della storia arriva quando, penso qualche giorno dopo, a bufera sempre più fitta, i neo genitori, si accingono a portare a casa S.

La leggenda vuole che, per proteggerla dalla neve, sia stata avvolta in un cappotto, forse del padre e che, nella foga di ritirarsi nell’auto, la zia la stesse quasi perdendo nel fagotto.

La mia memoria immaginata vede tre figure nella tormenta e S, neonata, che scivola piano nel cappotto. Poi sente un urlo. È la zia, che recupera prontamente la neonata, per il lieto fine.

Così, il 24 dicembre, per me, non è solo la vigilia di Natale, ma anche il compleanno di Susanna, mia sorella, e, soprattutto, l’eco di quelle parole che si fanno sempre più lontane nel tempo e sempre più vicine nell’anima.

Le parole della bambina che si perde nel cappotto in un giorno di neve, parole narrate, immaginate, che diventano perle da conservare in questo Natale piovoso, che sembra aver perduto l’anima.

Ecco perché oggi ho preferito starmene un po’ là, nella bufera, per rivedere una coppia un po’ maldestra aggirarsi nella tormenta di dicembre del 1970, per sentire la voce della zia che li ricorda.

Ricordare, ecco, etimologicamente “portare nel cuore”.

E allora auguri, bambina di neve, buon compleanno.

Un anno

“Un anno passa, un anno vola, un anno cambia faccia.” Così recita un verso di una canzone. È tutto vero.

Da quell’11 ottobre in poi, per un anno, ho scritto qualche pensiero (riflessioni, sogni, sconforto) per vedere, a distanza di 365 giorni, cosa fosse cambiato. Se il dolore fosse passato, se si fosse trasformato.

Ora ho capito.

Il dolore non passa mai. Siamo noi che ci giriamo intorno, ci trasformiamo, ci tendiamo a lungo per non spezzarci, facciamo esercizi di equilibrismo per non cadere. Cambiamo faccia, piegati dal peso.

Il dolore è sempre lì, a guardarci passare.

Ho scritto un pensiero quasi ogni giorno, ma, man mano che si avvicinava l’anniversario, le parole si sono fatte più rare, più stanche, avare.

Non ho ancora avuto il coraggio di rileggerli, di sentire la curva che si fa ripida, poi precipita, si attenua, si spegne.

Ho scritto delle mancanze, delle malinconie, dei sogni sognati con te, delle domande, a volte ti ho solo raccontato qualcosa, come facevo quando c’eri, certa di essere ascoltata.

Ho scritto, per un anno, anche se sapevo che non mi avresti letta.

Intanto è arrivato questo autunno dai cieli bianchi e i tramonti rosa, in cui tutto sembra uguale e invece è diverso.

Tempo di mancanze, di confusa perplessità. Tempo di rose bellissime e pensieri.

Rose come quelle che le portai uno degli ultimi giorni, dicendoti “queste fioriscono fino a Natale”. Anche quest’anno sono fiorite.

Un giorno di questi forse avrò la forza di leggere quest’anno nelle parole che hanno seguito questo tempo.

Un giorno, forse, oggi no.

Ulisse

Settembre ha il potere della fine e degli inizi.

La fine dell’estate, della procrastinazione e del calore, delle promesse trascinate nella canicola e spesso non mantenute; l’inizio dell’autunno, delle nuove attività, la ripresa delle lezioni, la scuola, le nuove trasmissioni in tv. Settembre getta un colpo di spugna sull’illusione della lentezza agostana e ci rimette tutti in pista.

Pronti o no.

Sebbene io ami gli inizi, l’entusiasmo, il momento in cui tutto sembra possibile, sento la fretta di settembre come un nodo. Così, ogni anno, mi preparo all’impatto, mi butto, ma mi sembra ogni volta più difficile. E dire che dovrei essere preparata, eppure no, settembre è la mia coperta troppo corta e i suoi conti, un po’ come i miei, sembrano non tornare mai.

Stamattina, in classe, si cercava di analizzare un testo poetico che, non nego, qualche giorno fa ho scelto tra tanti, un po’ perché amo l’autore, un po’ perché la fretta mi imponeva di non temporeggiare.

Si tratta di “Ulisse”, di Umberto Saba.

Mentre leggevo ad alta voce, verso a verso, mi accorgevo di quanto il testo parlasse, e parlasse proprio a me, in questo settembre.

Parola per parola, ho ripercorso le coste dalmate della giovinezza di Saba, ho visto gli isolotti che affiorano soltanto con la bassa marea, ho capito che il porto – la quiete – accende le sue luci per altri, e ad un tratto – epifania, reminiscenze di Petrarca e Foscolo, quanto Foscolo in quel mare! – io e loro, che cercavano di seguirmi, aggrappati all’analisi del testo, eravamo nell’ “alto mare aperto” dell’Ulisse dantesco (quello che fa rima con “deserto”) e quasi lo vedevamo, sempre inquieto, alla ricerca di un senso.

Ulisse come specchio di questa vita in alto mare. Mi sembra una perfetta metafora di questi giorni.

Questo testo, scelto quasi per caso per una lezione, ha dato risposta alla domanda sul senso di questo tempo, al mio sentirmi inadeguata, sempre, in ogni tempo e in ogni luogo, malgrado l’impegno.

Settembre come un tempo in cui accorgersi che, nonostante la maturità, l’esperienza accumulata, i giorni, si è sempre inesperti, dispersi al largo, guidati solo dal “doloroso amore” della vita (che, a leggerlo così, mi sembra una gran bella cosa).

Mi chiedo se potremmo appassionarci ancora, caro settembre. Mi chiedo se riuscirò mai a perdonarti di essere così definitivo.

“Nella mia giovanezza ho navigato

lungo le coste dalmate. Isolotti

a fior d’onda emergevano, ove raro

un uccello sostava intento a prede,

coperti d’alghe, scivolosi, al sole

belli come smeraldi. Quando l’alta

marea e la notte li annullava vele

sottovento sbandavano più al largo,

per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno

è quella terra di nessuno. Il porto

accende ad altri i suoi lumi; me al largo

sospinge ancora il non domato spirito,

e della vita il doloroso amore.”

Umberto Saba

Undici

Era l’11 agosto, un anno fa. Era domenica. Era l’undici agosto, era domenica mattina e tu eri seduta davanti a casa e rammendavi dei calzini. 

Il giorno prima eravamo state tutto il giorno al pronto soccorso, ma gli esami ci avevano parzialmente rassicurato. Tu, però, soffrivi.

Silenziosamente, senza pesare sugli altri. Come sempre.

Era l’undici agosto ed era anche il mio compleanno e io, stupidamente, ti chiesi: “È meglio oggi o n. anni fa?” E tu, guardandomi con aria così triste che oggi, alla luce di tutto, mi stringe il cuore in modo terribile, mi dicesti “Eh, allora, direi…”.

Che stupida, sono stata.

Avevo fretta, dovevo partire per il mare, avevo le mie cose da organizzare: “Tanto se non stai bene in un’ora sono a casa”. Avevo la fretta della leggerezza e dell’incoscienza. Non potevi stare veramente male, non nella mia mente.

“Per qualsiasi cosa chiamami”, ti dissi, ma la mia mente era ormai altrove.

Ti ricordo in piedi, vicino alla tua rosa bianca, davanti alla nostra casa.

Per un attimo, guardandoti nello specchietto retrovisore, fui colta da un oscuro presagio. 

“E se…” Ma l’allontanai subito.

Era l’undici agosto, un anno fa. 

Dopo pochi giorni sarebbe iniziata la triste trafila, nuovamente il pronto soccorso, la diagnosi, il ricovero e il rapido tracollo che ti avrebbe portata a morire due mesi dopo esatti, come una beffa.

Era il mio compleanno. L’ultimo che avremmo passato insieme, l’ultimo a suggellare quei 40 anni che ci dividono da sempre, e poi ci divideranno per sempre, senza che tu possa più festeggiare i tuoi.

Era l’undici agosto ed è stata l’ultima volta che ti ho vista nella tua casa.

In piedi, pensierosa e triste come non ti avevo mai vista prima, vicino alle tue rose bianche. 

Oggi, un anno dopo, lo stesso giorno, mi manchi in modo particolare, mamma.

È l’undici agosto ed è il mio primo compleanno senza di te.

Niente è più vero della vita (sui risvegli angosciosi e i ciliegi)

Stanotte mi sono svegliata di soprassalto con in mente la frase “hai tutta la vita davanti” e, all’improvviso, nel torpore tra il sonno e la veglia, ho realizzato di non averla  oggettivamente più tutta davanti a me, bensì di averne, se andasse tutto bene, pressoché la metà.

È stato un pensiero angoscioso e pressante, invasivo, che mi ha impedito di prendere sonno per un po’.

Poi, oggi, mentre parlavo con mia sorella, come accade spesso, ho pensato a mia madre. Fino all’ultimo, lei, che aveva superato di poco gli ottanta, non ha mai pensato a una cosa del genere. Viveva, apprezzando il meglio di ogni giornata, senza calcoli e angosce. 

Non era quanto vivere, ma come.

“Vivremo finché saremo vivi”, dice Giorgio Caproni in una sua poesia, e per lei è stato veramente così. Ha vissuto, in modo aperto e pieno, fino all’ultimo respiro.

Pochi mesi prima della sua morte, quando tutti, compresa lei, erano assolutamente ignari, senza ombra né sospetto, del male che si annidava in lei, silenzioso e aspro, mi ricordo che la canzonai perché aveva piantato un ciliegio.

Il vecchio ciliegio era caduto, sotto il peso del vento e della malattia che lo rodeva dal profondo, e lei aveva piantato un nuovo ciliegio, a ottantatré anni.

Mi venne in mente, e gliela lessi, quella poesia di Nazim Hikmet, poeta turco che ogni tanto riaffiora alla mia memoria con versi emblematici, che ad un certo punto dice:

“[…] niente è più vero della vita,

tu la prenderai sul serio,

ma sul serio a tal punto

che a settant’anni, per esempio, pianterai degli ulivi

non perché restino ai tuoi figli

ma perché non crederai alla morte, pur temendola,

e la vita peserà di più sulla bilancia.” 

Lei mi guardò, accennò un sorriso, ma non disse nulla.

Aveva piantato un ciliegio per vederlo crescere.

Se avessi minimamente temuto la sua rapida dipartita non l’avrei letta così, a cuor leggero, come quel pomeriggio. Il fatto è che lei era, per citare altri versi (di Gianni Montieri), “il punto più distante dalla morte” che io avessi mai considerato.

Niente è più vero della vita, già. In ogni sua forma.

Ogni giorno, da qualche mese a questa parte, passo qualche minuto al cimitero. Negli ultimi tempi, quando rinnovo l’acqua ai fiori, ho notato un’ape, che attende festosa l’arrivo di questo rivolo fresco.

Indugia, vola intorno ai fiori, si posa, beve.

Ecco, niente è più vero della vita, così mi sembra che quest’ape chiarisca ogni mio dubbio sui sogni angosciosi della notte.

Tutto continua, con noi, dentro di noi, e oltre.

“La morte è un ciliegio che fiorisce senza di te”, scrive Georgi Gospodinov.

Quest’anno il ciliegio è fiorito e ha maturato dei piccoli frutti, orgogliosamente rossi.

10 marzo

Il 10 marzo del 1941 è un lunedì.

In un vicolo che fiancheggia poche case addossate abitano Anna e Giuseppe. Lei ha 28 anni, lui 29.

L’Italia è in guerra, da nove mesi esatti, da quel 10 giugno 1940 delle “decisioni irrevocabili”. E nove mesi prima Anna e Giuseppe hanno preso la loro, di decisione, chissà se consapevole o dettata dal puro caso.

Il 10 marzo 1941 è un giorno di guerra. L’Italia si incammina in un vortice che la porterà alla rovina più nera, ma in quel vicolo stretto, tra poche case, si aspetta ben altro. Anna in compagnia dell’ostetrica, Giuseppe, chissà, probabilmente fuori ad aspettare, ansioso di avere notizie del suo primogenito.

Posso solo immaginare che tempo facesse, quel dieci marzo del 1941. Probabilmente era un giorno di nuvole grandi e sole a sprazzi, un giorno di vento, uno di quei momenti, come dice Dickens, in cui “è estate nella luce e inverno nell’ombra”.

Mi piace immaginare una di quelle giornate instabili e fresche di vento, foriere di novità e pensieri.

Una bambina. In quel giorno di guerra, ad un certo punto l’ostetrica sarà uscita e avrà dato il lieto annuncio. Quel primogenito tanto atteso è una bambina che si chiamerà Maria Maddalena.

Chissà cosa ha pensato Giuseppe, se ha abbracciato Anna, se hanno pianto di gioia, o se il contegno degli uomini di un tempo era veramente troppo diverso dal nostro per poterlo comprendere.

Da quel punto sospeso nel tempo inizia una storia di cui conoscerò solo un personaggio, e nemmeno l’intero racconto di quella bambina nata in un giorno di vento e di bombe sul fronte mediterraneo. Una bambina schiva, una donna riservata che non amerà parlare troppo del passato.

Ne apprezzerò le luci e le nuvole, ne decifrerò i pensieri in giorni molto più recenti di quel momento primario, di cui si perdono le tracce in una memoria che diventa pura mitologia, ora che non c’è più nessun testimone a raccontarla.

Conoscerò poco di Anna, morta troppo giovane, e di Giuseppe, padre gentile che non vedrà mai Maria Maddalena diventare madre.

Il 10 marzo del 1941 era un lunedì, come oggi.

Inconsciamente, ho sempre amato questo giorno, un giorno luminoso, nella mia mente. La primavera che bussa alle porte, i primi fiori, tutto che rinasce. Due persone felici per la nascita di una bambina, in un passato remoto che non conosco.

Maria Maddalena era mia madre. È mia madre.

Ora che lei è partita, sento di portare dentro la traccia di quel giorno, chissà dove, nascosta nei meandri più remoti della mente. Un frammento.

Mi sembra di sentire quel vento, quelle nuvole. Quel mese di promesse che oggi ci rende un po’ più povere e sole.

Buon compleanno, Mamma.

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