Piangere in spiaggia (ancora)

Stasera spulciavo un po’ tra le mie sudate carte (immateriali) mentre cercavo disperatamente la cartella che aveva dentro un film che volevo proiettare in classe ma che pareva irrimediabilmente perduto. A un tratto ho trovato un file dal titolo “piangere in spiaggia”, un racconto che pubblicai sulla rivista “Abbiamo le prove” nel maggio 2014.

Sono andata a cercarlo nella rivista, ma sembra che non ci sia più. Lo lascio qui per chi non lo avesse mai letto.

“Era la fine dell’estate.

Un’estate calda che ricorderò sempre.

L’estate in cui percorsi in lungo e in largo la Sicilia con un pulmino ed eravamo spensierati come non saremmo mai più stati.

L’estate in cui la mia famiglia fu flagellata da una gastroenterite che mi risparmiò, in cui fui infermiera e mia sorella si trasferì a casa mia “per essere più tranquilla”e io un giorno la caricai in macchina con il suo bambino e il suo borsone e li riportai a casa perchè non ne potevo più di averli lì.

L’estate in cui il mio professore, ammalato da tempo mi telefonò e mi propose di seguirmi per la tesi. Mi richiamò all’ordine, insistendo, non sapevo perché, affinchè mi mettessi a lavorare subito. Mi diede qualche dritta e mi disse: “Ci rivediamo a settembre, tu scrivi, leggi e portami qualcosa”. Torino era una conca disperata di asfalto e calore, abbandonata dal traffico e dalla gente. Luglio 2006.

L’estate in cui lessi e studiai e scrissi tanto, aspettando settembre.

L’estate in cui comprai un prodotto autoabbronzante che mi diede un colorito quasi irreale. La mia pelle come un dipinto ad olio.

Poi era giunta la fine di quell’estate e avevamo progettato di andare ancora un giorno al mare.

Il cielo era ancora carico d’afa e di sole. La terra portava le cicatrici di una siccità prolungata.

Facevo lunghissimi giri in bicicletta, con la musica nelle orecchie.

Ero felice e non sapevo nemmeno perchè.

Mi ero comprata un paio di sandali arancioni con un fiore imbarazzante, che mi slanciavano e mi facevano sentire sicura in quel clima di vacanza prolungata.

Era il due settembre.

Considero da tempo settembre un mese decisivo, per le scelte e il destino degli anni. Un capodanno camuffato che sostituisce la realtà alle molli illusioni, come se i mesi precedenti fossero una parentesi trascurabile dell’esistenza, un modo per scappare da noi.

La sera prima di partire ricordo in modo pungente e vivo che mi dilettai a fare un deciso scrub per eliminare i segni di quell’abbronzatura innaturale. Sfregavo, sfregavo, la pelle scivolava via come i giorni bellissimi che l’avevano illuminata. L’acqua faceva il resto. Veniva via tutto, se penso a ciò che stava succedendo in quel momento mi sembra un amarissimo richiamo simbolico. – Il Simbolismo ci ha rovinati, lo penso spesso.

Il mattino caricammo l’auto di borse da mare, di teli di spugna colorati che profumavano di bucato. Partimmo, i sandali arancioni ai piedi, il costume nero annodato sotto la maglietta. Un caldo soffocante.

Dopo alcune ore di viaggio, ecco: la sistemazione in spiaggia, la scelta di ombrellone, lettino, il rito della crema, il mare increspato, il cielo giallo e fermo.

Non ero tranquilla. Mi rigiravo sul mio lettino, non mi piaceva la gente, avevo la gola secca.

Mi convinsi a fare il bagno ed era bello lasciarsi asciugare dal vento, come mille altre volte.

Guardavo le goccioline evaporare, ignara.

“Manuela, c’è il tuo professore, sul giornale”

“davvero, dove? dammi” Ricordo che fissai la pagina cercando il riferimento ad un saggio, a una conferenza, un aggancio con l’Universo letterario consueto.

C’era la sua foto e un titolo. “Tradizione significa guardare avanti” ricordo che dissi “che bello”.

Era morto.

Era morto la sera prima.

Era morto e non me l’aveva detto.

Era un uomo anziano e ammalato, lo so. Non era un  parente, non era un amico, un fidanzato, non era niente. Ma piangevo.

Apparteneva ad un mondo inconsueto, vicino ma lontanissimo, per cui non avevo previsto  la possibilità della morte.

Ricordo poco di quel momento.

Solo che mangiavo un ghiacciolo.

Solo che piansi.

Disperatamente, convulsamente.

Piangevo e non riuscivo a spiegare. Piangevo e il ghiacciolo colava sulle mani.

Al limone.

Non poteva essere vero.

“Ci vediamo a settembre. Tu scrivi e leggi e studia”

Io avevo scritto e letto e studiato. E adesso non serviva più a niente.

Piangevo e cercavano di consolarmi. E io non volevo.

Improvvisamente la spiaggia si era fatta stretta, curiosa.

Tutti volevano sapere, tutti borbottavano, mi guardavano con stupore, alcuni parevano scuotere la testa.

Immagino le ipotesi. Sentivo gli sguardi e le parole appiccicarsi come la sabbia nelle pieghe, m’invadevano e ronzavano intorno in quel momento in cui mi era esplosa dentro la vita nel suo rovescio.

D’un tratto si avvicinò una signora e chiese: “Che cos’ha?”

“E’ morto un suo professore”

Si allontanò stranita. “E allora…”

Nessuno capì. Telefonai all’unica persona che avrebbe capito.

Parlammo poco, singhiozzai. Sentivo che in quel momento non mi interessava nulla, nemmeno confrontarmi, solo piangere.

La gente della spiaggia era infastidita da questa ragazza in costume che aveva rotto il velo afoso della fine estate con il suo pianto scomposto, quasi volgare. Ebbi una reazione esagerata, non avevo ancora le dosi del dolore.

Piangere in spiaggia, neanche per un amore, o per un amico, poi, che cosa stupida.

Dopo un po’ mi calmai, ma ormai la giornata era andata.

Ricordo che avrei voluto tornare a casa, lavarmi via la sabbia dal corpo e strofinare in profondità, limare quell’escoriazione che era dentro, ma sentivo in superficie.

E invece c’era ancora la passeggiata, la cena di pesce, i “perchè non mangi?”, gli “eh, dai, non fare così”, la gente che guardava il cane bastonato che ero.

In quel preciso momento era finita l’estate.

Andai al funerale, ricominciai a studiare, scrivere leggere, iniziai anche a lavorare in un piccolo asilo di paese. L’anno dopo mi laureai, cambiai lavoro. Vissi altre estati, altri settembre.

A volte ho pensato a quel giorno, alla pelle che si staccava e cadeva nella vasca, all’acqua che la trasportava giù. A qualcuno che in quel momento moriva. A una ragazza col costume nero che piangeva in una spiaggia affollata.

Alcuni anni dopo, otto anni dopo, oggi, precisamente, compresi una cosa, crudele forse, ma vera.

Quel giorno che piansi in spiaggia non piansi per lui, piansi per me.

Per me.

Era finita l’estate.

Da quel giorno tutto sarebbe stato più difficile, intenso, più vero.

Per questo, forse, odio chi mi rimanda a settembre.”

Stamattina

Stamattina mi sono svegliata e ho pensato a molte cose.

Ma soprattutto ho pensato questo: la letteratura è un gioco, un gioco con le nostre vite.

Quelle che abbiamo, che avremo, che abbiamo avuto, quelle che immaginiamo o temiamo.

Ecco, ora posso andare a lavorare.

Liquida

Piove da giorni. Il sole sembra un ricordo vago, una sensazione piacevole che portiamo nelle ossa, sulla pelle. Un risveglio piacevole, un abbraccio.

Da alcuni giorni fatico a dormire. Non è la prima volta che mi succede, ma questo evento si presenta ogni volta in un modo diverso, si perfeziona, negli anni, assume forme più pure, più secche. Accade, anche senza una causa precisa.

In queste notti, in cui il sonno non arrivava, ho ascoltato la pioggia e ho pensato alle storie che forse dovrei veramente scrivere, che galleggiano in quel brodo che è il dormiveglia, in cui si accostano rapidi i giorni, i sogni, le persone che ho conosciuto e quelle che non vedrò più, o mai, i desideri, le cose che ho già detto e quelle che non ricordavo di ricordare.

Poi, quando mi addormento, mi dimentico. Mi dimentico di tutto, anche di me stessa, fino al mattino.

Una di queste notti ho sognato di precipitare in un fiume, con l’auto (forse influenzata dagli ultimi eventi meteo) e mentre cadevo e toccavo l’acqua capivo che non avrei potuto fare nulla, e allora, invece di lottare, mi abbandonavo, ma a una sensazione quasi piacevole, di pace.

Liquida, come certi pensieri.

Al risveglio non mi ricordavo nulla. Solo oggi, passando su quel ponte e vedendo le acque impetuose, mi è venuta in mente questa, che non è altro che una mia fobia infantile, legata all’acqua e alla vertigine.

Liquida, come la paura.

Intanto, la pioggia si è mangiata viadotti e strade, ha rosicchiato gli argini e si è liberata con tutta la sua forza sull’inquietudine di questi giorni.

Acqua battente anche in questo momento, su questa sera che si posa pesante sulle case, sugli occhi.

Liquida, come me.

Buio

La scorsa settimana mi è successa una cosa strana. Faccio una piccola premessa: la casa in cui abito ha un piano interrato, sotto il livello stradale.

Domenica scorsa in questo piano interrato è mancata la corrente. Una cosa strana, perché il piano superiore era completamente illuminato, mentre bastava scendere qualche scalino per brancolare in un buio primordiale.

Per un’anomalia di sistema, avrei scoperto il giorno dopo, dovuta all’assenza microscopica di un contatto; l’area superficiale e visibile a tutti era illuminata, le viscere della casa nell’oscurità, e ho pensato che questa fosse una bella metafora di qualcosa, forse di certe vite, o di certi periodi, o dell’esistenza stessa.

Esiste ciò che appare. Esiste, e spesso va in profondità, ciò che è nascosto dal buio.

Ma io vedo la poesia dappertutto e, come lessi una volta in un libro, forse “se la poesia è dappertutto non è da nessuna parte”.

Ma questa mia, pensandoci bene, mi sembra ancora una bella malattia.

Otto novembre.

C’è un imbrunire cupo, questa sera. La pioggia si è mangiata ottobre in un giro umido di giorni.

Già novembre, giorni in fila verso la fine di questo anno sospeso. Pioggia e nuvole scure, un po’ di freddo nelle ossa.

Otto novembre. Una data che frulla nella mente come un soffio di vento, un colpo di dadi. Nel freddo distratto della mattina, tante parole, la storia, la poesia, le “nere trame” di estati fredde. E un pensiero.

“Oggi è il compleanno di papà”, mi dice mia sorella, con voce interrogativa, mentre toglie la tovaglia del pranzo.

“Lo so”, dico. Lo so.

“Avrebbe poi solo ottantaquattro anni.”

Già. E invece sono quattro anni che manca, che è un’assenza nei nostri giorni. Inconsistente e viva come quelle presenze dimenticate, come gli ombrelli lasciati nei bar, nelle stazioni, che, solo quando piove e ci servirebbero davvero, ci accorgiamo di avere irrimediabilmente perso.

Otto undici, il contrario di undici otto, che è il mio, di compleanno.

Lungo lo scorrere del giorno mi sono affannata tra le parole del mattino e il lungo silenzio del pomeriggio. Ho le mani e i piedi sempre gelati, come lui.

Lo so che è il suo compleanno, io non dimentico mai i compleanni.

Novembre sta recitando benissimo la sua parte, senza ribellioni. Nubi grigie minacciano nuova pioggia.

Uscirò senza ombrello. Ci bagneremo.

Auguri.

Questi anni.

Ieri sera pensavo a questi ultimi anni.

Pensavo, leggevo e pensavo, e niente, poi mi sono guardata allo specchio e ero tutta a chiazze.

Chiazze rossastre, come isole, sul viso.

E ho smesso di pensare a questi anni e ho pensato a come risolvere la questione delle chiazze.

Che, è più o meno, il riassunto di questi ultimi anni.

Ovvietà

Un po’ di mesi fa ho sognato mio padre, morto quattro anni fa. Nel sogno lui passava dal bagno al soggiorno camminando con nonchalance. Io, molto in ansia, mi rivolgevo a lui dicendo: “Ma tu sei morto!”, toccandogli il braccio che, smentendo ogni leggenda sull’incorporeità dei fantasmi, era ancora decisamente concreto. E lui mi rispondeva, serio: “Lo so”.

Ecco, ho sognato questa cosa e ho pensato che spesso le cose più ovvie sono le più difficili da ammettere.

L’ultima eclissi

È l’undici agosto millenovecentonovantanove.

Nella campagna piemontese splende il sole.

Una ragazza con i capelli corti sì è svegliata, come sempre, nella casa dei suoi genitori. È in vacanza, tra un mese tornerà a scuola.

Oggi è il suo compleanno, ma il dato è del tutto trascurabile, nell’economia delle vite umane lo è da sempre, ma oggi in particolare.

Dal balcone di casa sua si scorgono le betulle del cortile e, netta, la sagoma di un Monviso elegantissimo.

Nell’aria c’è il profumo dell’attesa.

Oggi, undici agosto millenovecentonovantanove, ci sarà l’ultima eclissi di sole del millennio.

Da giorni ne parla la televisione, da una settimana gli amici discutono su come fare, dove andare a vederla, c’è uno strano commercio di pellicole fotografiche e maschere da saldatore, vetri neri dei fabbri che escono per un attimo dalle officine per raggiungere le case, i giardini.

È lunedì. La ragazza con i capelli corti è ancora molto giovane e non sa cosa farà della sua vita. Studia, ama studiare, e presto, così giovane, diventerà zia per la prima volta.

Sarà una bambina, qualcuno la chiama già “principessa”. Nascerà in ottobre, ma la sua presenza è già tangibile nei pensieri della ragazza con i capelli corti che aspetta con ansia l’eclissi.

È il mattino dell’undici agosto millenovecentonovantanove, lunedì.

Forse non sarà così sensazionale come dicono. L’eclissi di Sole sarà quasi totale, ma in quella zona non completamente.

La ragazza è inquieta. Non è superstiziosa, non lo è mai stata, ma si è informata, ha letto ogni tipo di notizia sull’eclissi, prevede tutto – la luce verdastra, l’assenza di vento, l’abbaiare sguaiato dei cani.

Eppure quando arriva veramente l’eclissi tanto attesa ha quasi paura. È fuori, in giardino. La pellicola fotografica con cui guarda il cielo riporta il negativo di una gita al mare, in treno, avvenuta l’anno prima.

I vicini di casa hanno fornito dei vetri da saldatore, la madre della ragazza con i capelli corti canticchia in cucina, un canto aggraziato, poi, improvvisamente, urla contro suo marito, il padre della ragazza, perché sta guardando l’eclissi a occhio nudo. Grande metafora, questa, non so ancora bene di cosa.

Ed eccola, arriva, davvero. Il Sole si oscura gradualmente, sempre di più, e tutti si fermano. Vetrini e pellicole, radiografie di ossa e vertebre rotte chissà quando – un metacarpo, una piccola clavicola – fanno da schermo a uno spettacolo che non si ripeterà, se non in un nuovo millennio.

La ragazza con i capelli corti ha letto tanto, ma quando vede il sole oscurarsi, sente il vento calare e percepisce quel silenzio così innaturale, sa che se lo ricorderà, che è parte di qualcosa che è storia, esistenza.

La colpisce il silenzio, e una strana, lenta nausea mai provata prima.

La luce verdastra al culmine dell’eclisse è inquietante e magnetica. D’un tratto tutto si è fatto immobile. Il padre della ragazza guarda finalmente il cielo dietro un vetro, lei dietro una pellicola. Sua madre è attenta e silenziosa.

Non passano auto, il mondo sembra essersi fermato, nell’istante impercettibile dell’evento.

La sensazione che tutto possa succedere invade la mente di una giovane ragazza con i capelli corti che sono io, vent’anni fa, che festeggio uno strano compleanno il giorno dell’ultima eclissi del millennio.

È lunedì e fa caldo, tra poco il sole tornerà a splendere, si spera.

Pochi minuti di blackout e, infatti, il mondo riparte. Fragile, vivo, immerso nel vortice del tempo.

La ragazza con i capelli corti prenderà la sua bicicletta e andrà in piscina con l’amica di sempre, e guarderà quel cielo, che prima era bruno, che ora è striato di nubi sottili, lunghe e sfilacciate.

La sera festeggerà il compleanno con qualche amica, sì, con il fidanzato, e sarà tutto bellissimo, di sicuro.

L’inquietudine la lascerà per un attimo, ma l’eclissi sarà penetrata per sempre nel suo cuore.

L’undici agosto millenovecentonovantanove lei era lì, ha visto tutto.

Vent’anni come un respiro, come un vortice quieto.

L’ultima eclissi del millennio nella mente, oggi, che ha i capelli lunghi e non usa più pellicole fotografiche, il che le sembra un vero peccato. Qualcuno c’è, qualcuno se n’è andato.

Ma quell’attimo che sembrò eterno, per chi lo visse, rimane intatto.

Vent’anni dopo.

Oggi.

La prima volta che vidi il mare.

La prima volta che vidi il mare avevo sette anni.

Sì, sette anni. Non era il Medioevo e non sono nemmeno così vecchia, anzi, faccio parte di quella generazione che passava mesi interi al mare con madri e nonne.

Io no. I miei genitori non facevano vacanze al mare e spesso, come accade, e allora succedeva ancora di più, ho conosciuto il mondo non solo grazie a loro, ma anche alle mie sorelle, ad amici, vicini di casa, catechisti e preti, che in un paesino negli anni Novanta erano ancora fondamentali.

La prima volta che vidi il mare ero con la mia sorella maggiore e con i miei vicini di casa di allora. L’occasione, una visita di cortesia a una coppia di altri vicini di casa, di cui il marito lavorava in un albergo come stagionale.

In realtà, la prima volta che lo vidi fu durante il viaggio in macchina, quel giorno, dietro le ciminiere bianche e rosse di Savona, che per anni hanno segnalato, nel mio immaginario, la prossimità del mare e ora sono state irrimediabilmente smantellate. Erano orribili, ma per me erano “il mare”.

Avevo un costumino intero blu e non possedevo un paio di ciabatte. Andai in spiaggia con le scarpe da ginnastica, mi tolsi timidamente i calzini bianchi corti e, quando toccai con i piedi nudi la sabbia pietrosa della Liguria, sentii un fastidio mai provato prima.

Ma il mare, ecco, il mare era bellissimo. Ne osservavo la linea tirata all’orizzonte e mi chiedevo se fosse così nitida per qualche motivo. Mi chiedevo, incantata, dove finisse il mare e iniziasse il cielo.

Banale, ma, per la me di allora, una questione serissima.

Avevo sette anni e toccavo con i miei piedi nudi e il mio corpo, allora gracilissimo, lo sciabordio delle onde sempre diverso, sempre uguale. Le mie dita scoprivano una terra sconosciuta, che poi è acqua, elemento vivo e vitale e primordiale.

Indossavo, sul costume olimpionico, un paio di pantaloncini di spugna bianchi, con il bordo verde e fucsia, e mi sentivo privilegiata. Guardavo il mare per la prima volta e finalmente, quell’anno, al ritorno a scuola, avrei avuto qualcosa di sensazionale da raccontare.

Non che le mie estati allora fossero brutte, anzi. Ma il mare era, il mare è qualcosa di più.

Nei ricordi delle mie vacanze campagnole si inserisce come episodio cardine di una quasi mitologia che mi fa sentire spesso quasi estranea ai miei coetanei e, soprattutto, ai bambini di oggi.

Estati infinite di biciclette e piazze vuote, erba falciata e fieno, di gelati e uovo sbattuto nel bicchiere con lo zucchero.

A sette anni guardai il mare con una meraviglia che ricordo ancora, perché è la stessa di oggi, qui, in quest’isola greca in cui ho visto uno dei tramonti più belli della vita – e da quel giorno lontano del secolo scorso ne ho visti tanti, in diverse parti del mondo – con l’emozione ulteriore di trovarmi in quel mare dove è nato tutto, il mare degli dei e degli eroi e dei naviganti, e la follia di immaginarmi imbarcazioni di un passato millenario spuntare, all’improvviso, all’orizzonte.

Allora non sapevo nuotare, come non so ora. Ma ricordo la sensazione meravigliosa di quelle onde sulla pelle, così intense da sentirle penetrare nelle ossa, nelle fibre più profonde. Onde che accarezzavano e spesso si scagliavano contro i piedi con violenza.

Era bello. Avrei raccontato tutto a casa, anche la percezione così strana, mai provata, di sentire il movimento delle onde sulle gambe anche a distanza di ore, di giorni.

Come un soldato delle varie campagne di Russia, affrontavo il mare mal equipaggiata e ingenua. Non so se tolsi i pantaloncini e mi immersi completamente, probabilmente no. Ma non potei che soccombere di fronte a tanta bellezza, i piedi nudi nel mare, gli scogli, le onde, la striscia tirata dell’orizzonte che non sai mai dove finisca.

Guardavo. Bevevo con gli occhi ogni particolare, osservavo e sentivo e registravo nella mente.

Avevo sette anni e vidi il mare per la prima volta. E per la prima volta, del mare, mi innamorai.

Mi colse, profonda, l’impressione di vivere qualcosa di speciale.

“Che pena, che nostalgia”, direbbe Dalla, ma ritrovo la stessa anche oggi, di fronte alla magia del mare, sulla stessa pelle, sugli stessi piedi, in un circuito che muove dalla memoria all’epidermide.

Sicuramente avrei avuto qualcosa da raccontare.

Probabilmente lo raccontai, con un po’ di timore, però. Sapevo, infatti, che tutti o quasi, in classe, passavano settimane al mare. Io no.

E quel giorno lontano è sempre vivo, come le correnti, come le fibre e le molecole della me bambina che vivono in me, che mi svegliano all’alba con il desiderio di raccontarlo, oggi, senza paura.

La vita degli oggetti.

Oggi pensavo agli oggetti. Alla vita degli oggetti. Una vita breve, spesso. O, altre volte, un’esistenza che si prolunga ben oltre i confini della vita di chi li ha acquistati, costruiti, custoditi.

In questi giorni mi sono ritagliata un’inconsueta vacanza al mare, una piccola parentesi solitaria nella casa ligure di mia sorella. Un appartamento da cui si vede un mare come una striscia tirata, ben tesa sotto il cielo, capace di assumere, nel corso della giornata, le tonalità più disparate, dall’azzurro, al blu, al bianco lattiginoso o rosato della sera, quello che preferisco.

Stamattina osservavo l’armadio bianco nella camera da letto riservata, di solito, ai miei nipoti. Un mobile di legno che è appartenuto ai miei nonni materni che, durante la mia infanzia, era di colore bruno, e per anni è stato relegato nella cantina di casa mia. Era un oggetto a cui non mi avvicinavo volentieri, per timore o per una strana forma di rispetto per un passato che non conoscevo e che, per motivi allora sconosciuti, mi evocava qualcosa di oscuro e doloroso.

Quell’armadio che adesso è bianco, con le ante e i cassetti spesso aperti, pieno di magliette colorate e shorts, è l’unico ricordo dei miei nonni materni, di Anna, che il tempo ha cancellato troppo in fretta, e Giuseppe, che immagino sempre bonario e silenzioso, tranne quando si cantano le canzoni belle e tristi di guerra e d’amore, magari dopo aver bevuto un bicchiere di vino.

Ora l’armadio rivive un tempo felice in un’altra casa, vicina a un mare che probabilmente Anna e Giuseppe non hanno mai visto, con persone che non ne sanno esattamente la storia o non si arenano, come me, nei circuiti della nostalgia.

Tocco il disegno delle ante, una coroncina di margherite, sento con le dita l’incisione nel legno e cerco di percepire il respiro della storia che è anche la mia. Rivivo negli oggetti e nei ricordi dei familiari che non ho conosciuto la stessa sensazione che Ungaretti esprime nella poesia “I fiumi”.

Chiudo i cassetti, a fatica, penso che questo armadio fosse probabilmente nella casa dei nonni al tempo della guerra, che abbia visto nascere mia madre, le mie zie, ne abbia seguito i giochi e le lacrime. Avrà visto morire mia nonna a soli trentasei anni. Anna, che ora è solo una fotografia. Avrà sentito il nonno cantare o ascoltare “Meglio sarebbe che non t’avessi amata…”?

Probabilmente lavoro troppo di fantasia.

I cassetti scorrono male, come fa il tempo, a volte. Ho paura di romperli, il legno sembra fragile, ne lascio uno quasi aperto.

Oggi, poi, pensavo agli oggetti perché stavo asciugando dei piatti con un canovaccio di tela, cifrato G.B. e ho sorriso, pensando a quanti anni siano passati da quando mia nonna Teresa o chi per essa ha cucito il corredo di mio padre, classe 1935, che oggi asciuga piatti in una casa che mio padre non ha mai visto, da cui si vede il mare cambiare colore ad ogni ora.

Ho socchiuso gli occhi, ho pensato che gli oggetti hanno una vita strana, che oltrepassa la nostra e le frontiere non solo del tempo, dello spazio, ma anche della forma, perché quello che oggi è uno strofinaccio era, in origine, un lenzuolo di tela grezza.

Mi chiedo se mio padre giovane o mia madre appena sposata abbiano dormito su questo tessuto così antico e bello e ruvido e nodoso, con queste sinuose ed eleganti G., ricamate da mani lontanissime, molecole e particelle di cui sono fatta, di linfa e tessuti anche miei.

Io ci asciugavo i piatti e pensavo che questa è un’estate nostalgica, piena di ricordi forti e di vertigini e memoria di qualcuno che è passato e ha lasciato un segno nel sangue, nella carne e nell’anima, ma anche negli oggetti.

Perché le cose non sono solo le cose, o forse sono solo io, che mi nutro di ricordi non miei.

Ma nelle cose, indubbiamente, ci sono le storie, e nelle storie ci siamo sempre un po’ anche noi.

Meglio sarebbe se non t’avessi amato, sapevo il Credo e ora l’ho scordato.

Pur non sapendo più l’Avemaria, come potrò salvar l’anima mia?” (Canzone popolare).