Il voto e la poesia

Mio padre era sempre il primo a andare a votare. Non ho mai capito se per senso civico estremo o per abitudine. Faceva parte di quella generazione maturata al sole del secondo dopoguerra, forse sentiva più forte di altri quel dovere, la potenza che un gesto tale avesse (e abbia) di cambiare un Paese, o la Storia.

Non l’ho mai capito.  Quale fosse il motivo, lui puntualmente si presentava al seggio alle sette di mattina e votava. Poi, arrivato a casa, diceva: “Vada come vada, io ho votato”.

Democristiano della prima ora, aveva visto il Paese cambiare velocemente e, negli ultimi anni, chiedeva chi fosse meglio votare, escludendo a priori la possibilità di non recarsi ai seggi.

Non era un eroe. No. Nemmeno un modello di civiltà. Era soprattutto un cittadino a cui avevano insegnato che il voto è un diritto, ma anche un grande dovere.

Me lo rivedo con l’abito della domenica e le scarpe con la suola di cuoio che facevano un rumore così riconoscibile e mi sembra faccia parte di una mitologia tutta italiana, di un mondo lontanissimo da questi nostri giorni.

Ha qualcosa di quasi poetico.

Già, la poesia. in questi giorni di caos elettorale ho riproposto in una classe il laboratorio di scrittura in versi. Dopo un lavoro di studio e analisi più canonico, i ragazzi si sono cimentati nella composizione di brevi poesie, su diversi temi.

Leggendole, ho notato l’incidenza molto forte della parola “morte” in tutti i componimenti. Ne ho parlato con loro, volevo capire. Dopo il borbottio imbarazzato iniziale, un ragazzo mi ha guardato e, schietto, mi ha detto: “Prof, se lei ci dà da scrivere una poesia che come tema abbia la vita, è inevitabile che io pensi alla morte, mica siamo eterni.”

La scuola è un posto bellissimo. Davvero.

 

 

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I Promessi sposi e Anna.

Stamattina a scuola spiegavo “I Promessi sposi”. Era ancora presto e i visi assonnati e segnati dalle lunghe vacanze di Pasqua ritagliavano e occupavano quieti lo spazio e l’aria in cui irrompeva la mia voce delle otto di mattina.

Più procedo in questa vita e nello studio delle stesse opere letterarie, più mi accorgo di imparare ogni volta qualcosa di nuovo non solo su di loro, soprattutto su di me. Quando torno su quella del Manzoni, poi, su questo testo così letto, così amato, così detestato e maltrattato, comprendo che in tutto questo romanzo così grande e forte, alla fine a nessuno interessi se Renzo e Lucia si sposino, poi.

Sono i personaggi la vera forza della storia, non la vicenda in sè, dicevo, stamattina, e forse era la prima volta che mi capitava di dirlo e non solamente di pensarlo.

I personaggi, ecco. Lucia, Renzo e la sua formazione, Don Abbondio e i bravi, Fra Cristoforo, Don Rodrigo e Gertrude, l’Innominato e Cecilia. Che bella e tragica, Cecilia.

Mentre passavo in rassegna i personaggi mi sono fermata a esaminare Gertrude, “la Signora”, la monaca nobile e rispettata, ricca e superba, infelice e crudele. Un personaggio che non si può non amare in tutto il suo tragico realismo. Parlavo, parlavo, e in un momento mi è tornato in mente il destino di Anna. E mi sono persa.

Quando parlo, quando spiego, lo so, parlo troppo di me, mi racconto in modo quasi continuo in contesti che non lo richiederebbero.

Parlare di Gertrude, la monaca di Monza, mi ha fatto venire in mente Anna, sì. Anna era una ragazza nata nel 1913, che non ho mai conosciuto. Il mio unico ricordo di lei è racchiuso in una fotografia. Ha i capelli che cadono sulle spalle e lo sguardo spaventato. Non vedo in lei nulla di noto, ma ha un’aria familiare. La fronte alta e la bocca sottile, un fascino antico.

Anna voleva farsi suora. Probabilmente era molto devota, forse aveva paura del mondo, forse no. Anna non era ricca come Gertrude e quindi la sua famiglia, per proteggerla da un destino di sicura fatica, da serva, le proibì di prendere i voti. Così mi è stato raccontato.

Anna che insegue il desiderio contrario a quello di Gertrude e si perde, in un certo senso. Si sposa, partorisce tre figlie, muore a trentasei anni. Una delle sue figlie, la prima, è mia madre.

Si dice che la letteratura ci racconti la nostra vita, se solo sappiamo coglierne le sfumature. Ecco, in un mattino sonnolento di aprile, Manzoni ha aperto la strada al ricordo di una donna che ho visto solo in fotografia, con lo sguardo impaurito, in cui non mi rivedo, ma nel cui viso riconosco alcuni tratti di chi mi vive accanto.

Il sole filtrava dalle finestre e pensavo a come le scelte di qualcuno possano cambiare mondi, crearne altri. Anna che non prende i voti sono io qui che la racconto, è Manzoni che passa attraverso i visi assonnati di ragazzi che non sanno ancora quali scelte saranno, quali mondi diventeranno.

Mi racconto troppo, lo so.

(Questa volta è colpa di Anna, mia nonna.)

Ancora su Petrarca (e sul Ventoso, e su Babbo Natale).

Caro Babbo Natale,

lo so che Natale è lontano e tu non esisti, ma se potessi scriverti una letterina, e stasera sento il bisogno di scrivertela, vorrei chiederti una cosa.

Un regalo difficile, forse impossibile, ma ho deciso di chiedertelo ugualmente.

Vorrei che alla fine del ciclo di lezioni su Petrarca i miei studenti, anche solo uno, anche per un attimo appena, mi dicesse: “Prof., a me Petrarca è piaciuto”.

Caro Babbo, veramente sarebbe un bel desiderio realizzato.

Lo so, lo so, esagero. Sarà che sto invecchiando un po’, sarà la mia mente che gioca con le ossessioni e le nutre, ma in questi anni ho cercato, non ho mai capito se con successo o meno, di portare in classe il Petrarca che ho amato di più, quello del tormento, quello umano, pre umanista e così attuale, che ogni volta, a ogni lettura, mi stupisce.

Soprattutto porto con me la fatica di affrontare i testi del poeta con classi dell’istituto professionale, di gestire la distanza che si crea tra la loro esperienza e certa letteratura, che spesso è abissale, tuttavia io provo a trasmettere la passione, la scintilla del desiderio che ci rende uomini, nella ricerca della bellezza.

Stamattina, ad esempio, ho aperto l’antologia a “Chiare e fresche e dolci acque”, capolavoro assoluto, ho letto qualche verso e ho guardato i visi della classe, e poi mi sono interrotta e ho detto: “Scusate, non adesso, non così”.

Non erano pronti, forse non lo saranno mai, forse ero io, sicuramente. Ho chiuso i Fragmenta e ho aperto le Epistole, che ultimamente sono diventate la mia lettura giornaliera, in un circolo compulsivo di entusiasmo e ricerca, e ho iniziato a raccontare, lentamente, la questione dell’Ascesa di Petrarca al Monte Ventoso.

Ho letto e commentato l’epistola, mi sono fermata, ho visto che su certi tasti potevo finalmente suonare una musica nota, vicina, modernissima.

Il girovagare di Petrarca, la retta via del fratello, gli affanni, l’ammissione della propria debolezza, l’allontanarsi progressivo della vetta.

Agostino.

È stato bello vederli rapiti, anche per un attimo solo, dalle parole, dalla loro magia.

Fermi a immaginare quanti Monti Ventoso ci saranno nelle loro esistenze, quanti vi siano già stati. Bello per me, soprattutto, guardare i loro occhi, dopo aver letto il famoso passo: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

“È proprio vero” ha mormorato qualcuno.

Comunque, Babbo Natale, ci ho ripensato. Non dovranno necessariamente amarlo. Mi basta che si ricordino qualcosa, anche lontanamente, che li faccia pensare, in un pomeriggio della loro vita: “Dov’è, già, che ho sentito quelle parole?”.

Perché, si sa, come dice Ungaretti, “Il Petrarca non si vede subito”. Non si vede, ma c’è.

“Chi è stato in paesi musulmani sa che la donna usa vestire tutto il corpo, compreso il viso, salvo gli occhi.
Non per applicare la statistica anche alle cose della poesia, ma sono moltissime le volte
che il Petrarca parla d’occhi. È un’ossessione. È parola usata come se volesse con essa dare fondo al vocabolario.
Il Petrarca non si vede subito. Esige lunga esperienza, e dura, rara e complessa per divenirvi familiare; una grande acuità, una grande fissità dello sguardo mentale. Un suo sonetto che ci pareva indifferente, un suo verso perduto in un sonetto, ecco, quando la memoria ha saputo finalmente fare in sé chiarezza e accalorarlo, ci guarda, è la nostra vita più umana.”

 

G. UNGARETTI, Il poeta dell’oblio [1943], in ID., Vita d’un uomo. Saggi e interventi, a
cura di M. DIACONO e L. REBAY, prefazione di C. BO, Mondadori, Milano 1974, p. 406

Siamo paesaggi.

Stamattina leggevo e commentavo “Solo e pensoso” di Petrarca; la classe era assente e svogliata, solo in pochi ascoltavano, o almeno, sembravano farlo. Petrarca che non trova luoghi così impervi e “selvaggi” per sfuggire all’Amore e al tormento, in questo lunedì assolato, sembrava troppo distante dalle loro realtà.

Mentre parlavo, però, facevo notare quanto, in Petrarca, i luoghi reali siano in realtà specchi di una geografia dell’anima profonda e complessa, un atlante che dietro a fonti, campi e boschi, ma anche a deserti e strade desolate, nasconde un universo di sensazioni variegate e intense, umanissime. Lì qualcuno si è risvegliato, per un istante.

L’altro giorno, pensavo, mi sono ritrovata a parlare di un viaggio a Dublino con una persona che l’aveva visitata di recente e, dopo le prime impressioni piene di entusiasmo, l’ho fermata, dicendo che, contrariamente alle sue affermazioni, io l’avevo trovata triste e invivibile, con quel vento carico di pioggia, il cielo che tocca la terra con le sue nuvole pesanti e le sue strade deserte alle quattro del pomeriggio.

La stessa cosa mi è successa qualche volta parlando della bella e accogliente Bologna, che io, tuttavia, ripenso con un nodo in gola.

Comunque, in entrambi i casi, ho capito. Ho ricordato quanto, a entrambe le città, abbinassi, e abbini tuttora, ricordi, se non dolorosi, tristi o inquieti. Un malumore, un periodo di forte malinconia, una discussione. Il sentirsi “spaesati” in un luogo che di per sè era una promessa di bellezza, ma non per tutti, non per me, non in quel momento.

Non è la città, sei tu. È la geografia dell’anima che prende corpo e diventa piazze, strade, passi e ricordi, monumenti e fotografie in cui ridi, ma guardandole attentamente sai benissimo che è un sorriso di circostanza.

Alla fine, come mi diceva una persona, è un po’ come per il Calvino delle “Città Invisibili”, siamo noi le città, sono i nostri desideri, le passioni, gli affanni, con cui occupiamo gli spazi, i tempi della nostra permanenza sulla Terra.

Siamo paesaggi.

Già. Parigi estiva e bellissima, Roma arancione e languida d’ottobre, Bologna litigiosa, Dublino triste e funerea, New York elettrizzante, per dirne solo alcune. Ma sono sempre io, non sono loro. I luoghi che fanno da contenitore dei nostri giorni, della vita con cui le abitiamo.

Siamo noi che inventiamo i luoghi, inventando noi stessi nelle vie, sui ponti, nelle camere d’albergo e nelle case che abbiamo abitato.

Siamo paesaggi. Siamo aspri o quieti, deserti o splendidi o trascurati.

“Ma Dublino è stupenda!” Ha sbottato stupita. Ecco, io ho risposto che aveva ragione, che non era Dublino, ero io. La persona con cui parlavo mi ha guardata stranita, ha sorriso, non credo abbia capito.

La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella memoria.

La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere.”

.I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972.

Post scriptum.

Guardando un mappamondo ho trovato me stessa. Ed ero un’isola. Ma ero anche una montagna affilata, e una pianura quieta in cui succede tutto e non succede nulla.

(Ecco, avevo bisogno di scriverlo da qualche parte).

Guardami.

C’è un momento della giornata, tra il tramonto e l’imbrunire, in cui la luce si fa gialla e rarefatta e sembra illuminare le cose nella loro essenza più autentica.

Me ne accorgo spesso passeggiando in quell’ora così sospesa, o guardando le case in corsa dal finestrino. Le stesse case che sembrano dire a chi le scorge: “ecco, questa è la mia vera natura, guardami, prima che faccia buio”.

Mi è capitato di vedere quella luce in certe fotografie, ho cercato io stessa di catturarla, ma nulla, in quei miei scatti, risulta paragonabile all’atmosfera creata da quel momento del giorno.

Un’atmosfera onirica, che dura una manciata di minuti. La possibilità breve di riconoscere, in quel bagliore inconsueto, migliaia di sogni probabili che abbiamo lasciato a metà, o abbiamo dimenticato.

Ci pensavo oggi, quando il sole ormai tramontato rifletteva il suo ultimo fiato di luce sulle finestre di una casa gialla.

“Guardami, prima che faccia buio.”

Guardami.

Qualcosa di suo

L’altro giorno stavo spiegando letteratura in una classe, introduzione a Petrarca.

Il sole mi tagliava il viso di traverso, in modo netto, limitandomi la vista, il suo calore mi accarezzava piacevolmente, mentre cercavo di preparare il campo per accogliere Petrarca, che sicuramente avrebbe avuto un impatto meno “ad effetto” di Dante, ma che io amo profondamente e vorrei far amare anche a loro.

Il Petrarca interprete di un’umanità tormentata, molto vicino alla nostra, Petrarca e l’accidia, “la malattia della volontà. Il Canzoniere, i frammenti, l’idea dell’anima a schegge, il Secretum. Tutto mi ronzava nella testa vorticosamente, rapido.

All’improvviso, un ragazzo tra i più sagaci mi guarda serio. Invitato a esprimersi, mi dice: “Prof., ma lei scrive? Perché si vede che è appassionata di letteratura, la vive proprio. Be’, non so se scriva, ma se scrivesse secondo me scriverebbe bene. Prof., ci legge qualcosa di suo?”

Ecco, ho pensato, tutto il mio Petrarca che va a monte.

Ho risposto che a volte sì, a volte scrivo anche io, niente di serio, qualche verso, tra l’altro alcuni li hanno già sentiti anche loro, durante il nostro laboratorio di poesia. Lo ricordano.

Finisco la parte di spiegazione che mi ero proposta e poi penso a cosa potrei leggere loro. Scelgo un piccolo racconto dedicato a un incontro del passato, a un mio maestro, a un pomeriggio afoso di luglio di tanti anni prima.

Leggo e ottengo il silenzio. Quando finisco il silenzio continua.

“Bello”, dice un ragazzino in seconda fila “A chi è dedicato?” Chiede.

“A un mio professore, che considero il mio maestro.”

“Credevo a suo padre.”

Ho sorriso, spiegando che no, mio padre non fu un maestro, pur avendogli voluto bene.

Poi ho detto loro che le cose che scriviamo, i libri che leggiamo, soprattutto la grande poesia, spesso parla al lettore in modo continuamente diverso.

Il sole era più caldo del solito, sudavo.

I ragazzi hanno ricordato l’esperienza del laboratorio di poesia e mi hanno chiesto di ripetere quel lavoro.

“Perché siamo cambiati, forse siamo più bravi.”

Ho sorriso.

E Petrarca, sonnecchiante, con me.

Raboni e il Natale

Circa un mese fa, in concomitanza con le feste natalizie e la mia ormai consueta partecipazione al “Calendario dell’avvento letterario” di Manuela Ophelinha ho scritto questa cosa sul Natale e su Giovanni Raboni.

 

“Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato. […]

Per continuare a leggere clicca qui. https://ophelinhapequena.com/2018/12/18/il-calendario-dellavvento-letterario-18-versi-quasi-natalizi-di-giovanni-raboni/

Le storie dentro

In questi anni ho accumulato una mole di storie vissute in prima persona o solo da comparsa, che mi sono state raccontate o che ho sentito di sfuggita. Ecco, ora sono il sedimento su cui poggio la costruzione della mia esistenza, e spesso mi chiedo come facciano a non uscire. Alcune sono storie bellissime, altre solo incubi orrendi. Sono vicende che mi è capitato di raccogliere sfiorando la vita degli altri. Ogni storia un fiore, o una spina.

Un giorno, lo so, mi esploderanno dentro e sarà un disastro.

O chissà.

Magari troverò il modo di raccontarle.

Il dispiacere della lettura.

I miei studenti leggono poco o niente.

Ultimamente porto dei libri a scuola. Dei libri miei.

Poesia, romanzi, saggi.

Li lascio sulla cattedra anche quando mi preparo a uscire, nel cambio d’ora.

Qualcuno, uscendo, li ha guardati, sfiorati.

Uno ieri leggeva, al contrario, il dorso di un testo: “Eedgaar Aaalllan Poe”.

“Che paura”.

E io: “Sì, a volte è inquietante.”

“No, dicevo, che paura un libro così grande. L’ha letto tutto?”

Chissà che il dispiacere della lettura non si trasformi in piacere, per contatto visivo.

Riflessioni

Oggi percorrevo le strade quasi deserte del giovedì di provincia. Un sole arancione mi accecava e il caldo anomalo di questi giorni mi rendeva il respiro affannoso e il battito del cuore lento e pesante.

La mattinata lunga e senza risultato aveva lasciato nella mente come un ronzio fastidioso, una sorta di insetto dal brusio tenace.

“Questo settembre mi fa male”, pensavo.

Poi mi sono fermata.

Ho deglutito, sorpresa.

In effetti, penso questa cosa di ogni mese.