Settembre 

Se agosto è odioso, settembre è un mese che corteggio da sempre, ma che, presumo, non mi amerà mai.

Le vacanze finite e il sapore ancora vivo di un bellissimo viaggio, l’emozione inquieta di tornare in classe in una scuola nuova, un altro ordine, con nuovi ragazzi e una sfida.

Settembre, ancora, e sono nuova, vecchissima. Viva e un po’ morta, di sonno soprattutto.

Un mese come un inizio, uno schiaffo in pieno viso. Un capodanno improvvisato che non mi trova pronta da anni.

È un settembre freddo, questo, che sta viaggiando veloce e mi sta portando un po’ via da quello che sono stata, per farmi diventare quel che sono, forse. Non si sa mai.

Freddo e inquieto. Io sono lì e lo osservo, lo studio, lo temo. Ma lui se ne infischia.

(L’estate ha riportato con lei il vento della poesia, chissà se settembre lo vorrà).

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Agosto

Stamattina passeggiavo nelle strade assolate, tra le bancarelle del mercato del primo agosto che, nonostante tutto, è arrivato anche quest’anno.

Mi piace passeggiare nella città di questo periodo. Le strade meno trafficate, gli anziani seduti nei bar, lo scorrere più lento della vita, l’esistenza fluidificata.

Agosto è un mese odioso. Il mese delle vacanze, certo, la pausa dalle attività, la parentesi vischiosa delle attese. Un luogo di assenza che prepara la strada allo spavaldo settembre, gonfio di impegni, di novità, di tagli di capelli rinnovati e abbronzature da sfoggiare nei luoghi di lavoro.

Anche quest’anno farò le mie vacanze a agosto, sì. Un viaggio, manca ancora del tempo, ci sono ancora dei giorni che mi voglio godere nella città dimenticata, tra chi non parte, tra chi resta a aspettare l’autunno, la fine dell’afa terrificante che ci attanaglia da mesi.

L’hanno già detto in molti, che agosto sembra una grande domenica pomeriggio. Per me, che sono nata nella provincia profonda, dire domenica pomeriggio è dire torpore, lentezza, noia, con un pizzico di angoscia che preannuncia l’arrivo del lunedì. (Leopardi, non ti dimentichiamo mai, tu perdonaci, se puoi).

Odioso, dicevo. Tedioso, come l’allegria forzata, la solita giostra della vita a grande velocità. Io voglio essere lenta, prendere tempo, passeggiare e sentire il silenzio.

E dire che ci sono pure nata, in questo mese balordo. Di solito lo fuggo, quest’anno mi vorrei fermare. Per guardarlo in faccia e dirgli: “Vedi, non ti temo, non ho più bisogno di scappare.”

Non sarà così, nemmeno questa volta.

Intanto mi godo il vociare lontano dei bar ancora aperti, dei dehors che sono isole nel caldo opprimente. Cammino.

Ciao, agosto.

Cambiamenti

Una volta scrissi qui che l’estate è una parentesi. Uno spazio dove respirare a bocca chiusa, un passaggio opaco verso settembre, capodanno per eccellenza, uno spazio bianco dove coltivare l’assenza.

In fondo lo penso ancora.

Tutto è sospeso, d’estate.

Tuttavia, da un po’ di anni, l’estate per me è il luogo dei cambiamenti. Grandi, anche dolorosi, i mutamenti hanno deciso che l’estate forse sia il momento giusto per venirmi a trovare.

Anche quest’anno. Non me l’aspettavo.

Cambierò. Lavoro, in questo caso.

Dopo aver studiato anni, tornerò alle mia condizione di tre anni fa. Ma finalmente con un ruolo più stabile.

Lo dico da qui, seduta di fronte al computer a controllare gli ultimi aggiornamenti, musica lenta, tapparelle abbassate per proteggermi dal caldo delle due di pomeriggio.

Gioia, paura e anche un po’ di malinconia ricordando chi mi ha accompagnato in questi tre anni, passati così in fretta.

Mi mancheranno, come mi mancano sempre tutti quelli che hanno avuto un posto nella mia vita, d’altronde.

Ancora una volta mi si rimanda a settembre. Per una nuova avventura, chissà.

La luce di giugno

Il ricordo sbiadisce, il ricordo si adatta, il ricordo si adegua a ciò che pensiamo di ricordare.” J. Didion, “Blue nights”

Stasera sono uscita in bicicletta. Cercavo ristoro al caldo opprimente di questi giorni, una tregua che potesse servire al respiro, alla pelle.

Rispetto ai giorni scorsi, il cielo era particolarmente limpido e la luce arancione di giugno accecava, scontrandosi con il giallo dei campi di grano appena tagliati, con il rosso della polvere che si alzava per il passaggio di un trattore lontano.

Respiravo questa luce con gli occhi ben aperti, la sentivo penetrare leggera, in superficie, sul viso, come se fossi stata lì altre volte in quel momento preciso.

Pedalavo e mi sono ricordata di una fotografia che aveva la stessa luce. In questa fotografia ci sono io in braccio a mia madre, in un prato, nella luce fluida del tramonto.

Ho sempre amato quella fotografia, da piccolina la guardavo sempre, convinta di ricordare il momento in cui era stata scattata.

“Mamma, qui mi ricordo quella luce…”

“Non è possibile, non vedi come eri piccola?”

In effetti credo che la storia del ricordo fosse proprio un’invenzione e che in realtà fosse veramente solo quella luce a affascinarmi.

Qualche giorno fa ho letto un articolo in cui si parlava del fatto che la gente ricordi cose mai accadute. Una questione di elettroni e mondi paralleli, se non ricordo male. Be’, forse il mio ricordo della luce di giugno arriva direttamente da lì, dove vivono le alternative.

Ho continuato a pedalare, invasa dai pensieri e da un’inquieta nostalgia del passato, ma anche del futuro.

Respiravo nella luce di un sole che conosco bene, quella luce che poi mi tocca rimpiangere per tutto l’anno.

Le curve, il profilo degli alberi, il contorno del mio corpo in bicicletta. Tutto, insieme, nell’oro di questo momento.

Il fresco dell’aperta campagna era lieve, in contrasto con la forza di quei raggi.

Respirare, questo era già una cosa grande.

Piangere di gioia.

Stamattina, mentre concludevamo gli ultimi colloqui dell’anno, mi è successo un fatto strano. Mentre parlavo del lavoro svolto da una bambina, un buon percorso, un’ottima valutazione e spiegavo le motivazioni di tale giudizio, ho visto, gradualmente, gli occhi della bambina riempirsi di lacrime, farsi sempre più arrossati.

Io continuavo a parlare, ma ho iniziato a guardarmi attorno, non capivo. Ho avuto paura di averla offesa, di essere stata in qualche modo brusca, anche se non riuscivo a recuperare il punto in cui questo fosse potuto accadere.

Piangeva di gioia.

Ecco, una cosa a cui non sono assolutamente abituata. Il mio giudizio positivo probabilmente l’aveva sorpresa e gratificata a tal punto da commuoverla.

Le lacrime scendevano nonostante il sorriso dolce, calmo, pieno.

A volte sottovalutiamo la meraviglia, pensavo, poi, tornando a casa.

Riflettevo, inoltre, sulle varie e differenti “versioni dei fatti” che ognuno di noi elabora. Ciò che per me era evidenza, puro dato, per lei è stato un regalo.

Sì, è vero che il nostro non è un mestiere semplice.

 Ma a volte non è per niente male.

Stagioni.


Stasera nell’aria c’è profumo d’estate. 

La sento tra i capelli, mentre cammino nelle solite strade che conosco ormai a memoria, che sembrano immutabili – cambia solo lo scenario intorno, nebbia, ghiaccio, neve, afa –

Lo vedo nel colore dei campi, nella sfumatura delle nuvole intorno alla cima del Monviso.

Arriverà. Anche quest’anno.

Mentre rientro a casa rivedo la stessa tonalità d’imbrunire di molti maggio fa, qualche esame da preparare, lo studio protratto sul balcone fino al morire dell’ultima luce – poi mi chiedo dove abbia perso la vista – il cruccio dell’esame di guida che non riesco a passare.

Il grano verde, qualche papavero. Da queste parti sembra non mutare mai nulla.

Rientro e ripenso a una sera come queste, pochi anni fa, un imprevisto, “Cara” di Dalla nella camera al buio, e mi viene una nostalgia calda, per la bellezza. Per le parole.

Il freddo dei giorni scorsi, fuori, mi aveva fatto dimenticare cosa si prova in sere come queste.

C’è l’idea, assurda, che tutto possa succedere. La vertigine delle possibilità, la scintilla del futuro.

Poi è l’estate, soprattutto, a succedere.

A volte penso che sarebbe meglio dimenerei sospesi in serate così, lontani dalla violenza dei mesi estivi. Tiepidi.

Apro le finestre e ascolto i primi grilli, arroganti, fare il loro consueto lavoro. Mi è venuta voglia di ascoltare Dalla.

La voce calda si fonde con il rumore dei primi motorini, dei cani.

Arriverà, anche quest’anno. Lo sento.

La memoria dei luoghi.

Oggi sono uscita tardi da scuola. Il cielo plumbeo, l’aria gelida di una primavera che sembra aver tentato un suicidio improvviso, il mio viso segnato nello specchietto retrovisore dell’auto.

Ho guidato sull’ampia statale interrotta a tratti da lavori in corso, i primi timidi papaveri tremavano sul ciglio della strada. Ad un certo punto, nel folto del verde, facevano capolino due galline senza meta, forse in fuga da qualche cortile, dal destino, credo, ormai segnato.

Riflettevo, la radio spenta, il motore stanco. Pensavo alla memoria dei luoghi. 

Il venticinque aprile appena passato, stropicciato da polemiche assurde e inquietanti, negli occhi alcune immagini viste ieri, senza audio. Il Martinetto, Torino, i volti magri dei sopravvissuti, il tempo che passa e travolge tutto, gli stralci commoventi delle lettere dei condannati a morte.

I luoghi del passaggio di tanti uomini e donne. Luminosi e apparentemente senza memoria, nonostante le parole della Storia.

Oggi mia madre mi raccontava stupita e stranita di quanto in un quiz televisivo continui a rilevare l’assoluta “incoscienza” storica di concorrenti, solo apparentemente titolati e preparati.

“Non c’è più niente, manca la memoria”.

Pensavo e guidavo e guardavo questi luoghi e questa strada piena di traffico e di auto e di persone e mi chiedevo se davvero i luoghi non abbiano memoria, come noi.

Poi, stretta nel caos della ricerca di un parcheggio, sono passata accidentalmente in una piazzetta in cui non andavo da tempo.

Lì c’era un barbiere, ci ho portato mio padre una volta ogni tanto negli ultimi dieci anni della sua vita.

Un luogo sempre denso di traffico e persone. In quei pomeriggi parcheggiavo spesso in doppia fila, aspettando mio padre in macchina, in certi casi anche per ore. Mi ricordo il fastidio lieve e pungente che mi pervadeva alla sua richiesta ciclica, insistente, che ora mi fa sorridere.  Ricordo la musica e i libri che mi intrattenevano, in quei giorni che mi sembrano ora lontanissimi, alla pioggia o al sole, a seconda delle stagioni, in quel rito che sovvertiva l’ordine naturale, la figlia che accompagna e aspetta il padre e non viceversa.

Ricordo il “dopo”, il profumo intenso del dopobarba, il “va meglio, vero, così?”, detto a bassa voce, il viaggio di ritorno nel silenzio consueto.

Oggi, dopo anni, la piazza mi è sembrata sempre uguale, affollata, con le auto in doppia fila, il traffico affannoso delle cinque di pomeriggio.

Sembra che il barbiere si sia spostato in una via più centrale.

Guidavo e pensavo, ancora, alla memoria dei luoghi, al tempo e alle persone che li attraversano e ho notato come, spesso, sembri così normale che tutto continui a esserci senza di noi.

Deve esserci una sorta di meccanismo di difesa, i luoghi devono pur sopravvivere allo scacco della nostalgia.

Mentre riflettevo su queste cose ho finalmente trovato parcheggio. Faceva freddo e sul muro gli addetti del comune stavano affiggendo dei manifesti. “Centro benessere. Prossima apertura” a caratteri cubitali copriva il manifesto delle celebrazioni del 25 aprile.

Poco dopo è iniziato a piovere e mi sono accorta che era veramente tardi. 

Sono ripassata per la piazza e ho respirato. Forte.

Quello che fai.

Poi, in un mattino assolato, un bambino mi ha chiesto all’improvviso: “Ma a te piace quello che fai?”

Bella domanda.

“Ho sempre pensato che quello che faccio debba piacermi, altrimenti non ha senso farlo.” Ho risposto.

Il sole filtrava dalle finestre, le tende arancioni inondavano la stanza di quella luce primaverile che mi faceva pensare che un altro anno stava inesorabilmente passando.

Dopo alcune ore, riordinando i libri, ripensavo alla domanda del bambino.

Ho pensato all’entusiasmo. a quello iniziale, a quello perso, agli anni folli che mi hanno portato a essere ciò che sono.

A tutto lo sforzo fatto per farmi piacere ciò che faccio, anche se non è così. Alle cadute, alle ginocchia della vita ferite.

Poi, tornando a casa ho aperto il computer e ho scritto.

Qualcosa, delle impressioni.

Ho scritto male, l’unico modo in cui so farlo.

Ho scritto per immagini, perché l’unica cosa che so fare è guardare.

Osservare, da vicino, o,  molto meglio, da lontano.

Ho scoperto che mi viene abbastanza bene. E che non posso fare altro.

Ho scritto sul tavolo della cucina, come nei primi giorni in cui abitavo in questa casa, e mi sembrava troppo buia rispetto alla casa in cui abitavo prima.

Ho scritto e ho pianto, ma poi sono stata bene, molto.

“Ecco”, avrei voluto dire allora a quel bambino, “una cosa che mi piace veramente fare.”

Ma forse non mi avrebbe capito, e in fondo è meglio così.

Venirsi incontro.

Un po’ di tempo fa, subito dopo l’intervallo, entrando a scuola, ho raccolto da terra un bigliettino.

Le ultime grida si stavano spegnendo, i bambini riprendevano faticosamente posto. 

Il sole filtrava dalle tende chiare, riscaldava le spalle, fuori era ancora così inverno da non dare scampo a qualche traccia di verde.

Mi siedo in classe, tolgo la giacca, sistemo i libri, organizzo l’attività. Il biglietto stropicciato giace ora nella mia tasca, è difficile risalire a grafia, classe, autori della carta. In fondo l’ho trovato in una zona franca, non potrei accusare nessuno di averlo scritto.

Che cosa, poi.

Dopo aver riportato data e consegna alla lavagna tiro fuori il biglietto. La classe lavora, io tengo d’occhio loro e il foglio.

Lo apro.

È un dialogo a due voci, molto probabilmente femminili.

“Allora ti piace X.”

“Non è vero.”

“Dai, dillo, ti piace.”

“No.”

“Ma sapevi che piace a me, da sempre.”

“Senti, non mi piace X. Cosa ci posso fare, è lui che mi viene incontro.”

Chiudo il biglietto. Sorrido.

Sorrido e penso a quell'”incontro”. Nella vita ho sentito spesso un “andar dietro”, in virtù di questo.

Sorrido e credo che sia bello, nonostante il biglietto, il luogo, il tempo che tutto ciò mi sta rubando, pensare che l’amore sia un venirsi incontro.

Incontro, senza poterci fare nulla.

Che sia un bambino che non riconosco a avermelo insegnato, poi, fa riflettere.

Ho chiuso il biglietto, l’ho appallottolato. Ho ricominciato a spiegare.

L’inverno sembrava scalfito dalla luce del mattino, splendente.

Avevo bisogno di respirare.

“Cosa c’è scritto su quel biglietto?”

“Niente. Niente di che.”

Qualche ora dopo, tornando a casa, ho cercato il biglietto nella mia tasca, ma era sparito.

Ho respirato forte, e mi è sembrato così semplice da essere bello.

Di cervi, fughe e poesia.

Pochi giorni fa, seduta nella penombra quasi estiva di una fine di marzo bollente, leggevo distrattamente notizie, frammenti di eventi, sfogliavo immagini a caso, quando il mio sguardo è stato attirato da una notizia.

Il titolo recitava: “Cervo in fuga a Torino nord”. 

Quasi poetico, ho pensato.

(Un titolo perfetto per una poesia che vorrei aver scritto, che probabilmente non scriverò).

Un cervo si aggira per le strade della zona nord della città, sicuramente spaventato, forse curioso. Un animale selvatico e leggero, veloce, che sfugge velocemente nel fitto di un parco della zona.

Impalpabile come una scia, reale come certi fantasmi.

Mentre la notizia restava fissa sul mio display, nella mia mente scorrevano immagini e parole. 

In fuga da cosa? Da chi? E perché, poi. 

Un cervo, animale da fiaba, da sogni lontani. Gambe sottili, fragilità apparente e rapidità, come certi desideri, in una città frenetica che non sa nulla di lui.

(I mondi lontani che si sfiorano possono farsi molto male?)

Proprio una cerva è la protagonista di una poesia di Giorgio Caproni – ecco forse, l’aggancio mentale alla poesia.

Ne “Il flagello” una cerva si aggira per i campi, razziandoli, in perpetua corsa, veloce, temuta, capace di generare un flagello, imprendibile, irraggiungibile. La cerva, nel finale diventa l’emblema del desiderio irrealizzato, del desiderio irrealizzabile, del destino.

“In perpetua corsa. 

Nessuno era mai riuscito 

A osservarla vicina.

[…]

Quale voracità 

poteva avere, una cerva, 

per creare un flagello?

[…]

Nulla, 

per loro, c’era di più bello 

del poterla inseguire.

[…]

In questo – forse – il flagello?

Rincorrere il desiderio?

Rincorrere la morte?”

Il pomeriggio correva veloce, ma l’animale poetico mi inchiodava lì, allo scacco continuo tra l’essere e il desiderare.

Non so che sia stato, poi, del povero cervo di Torino Nord, spero nulla di male.

 Nella mia testa, lo ammetto, lieve e imprendibile, resta un’immagine bellissima.