Girare in tondo

Ad un certo punto della sua vita, mio padre prese un’abitudine bizzarra. Si inventò, da un momento all’altro, una sorta di rituale: ogni giorno percorreva, in tondo, più volte, l’isolato posto intorno a casa nostra. 

Due volte al mattino, una volta o due nel primo pomeriggio, a seconda dei giorni. Dopo una certa ora, riduceva il diametro del suo percorso e girava intorno alla casa. 

Con la precisione delle ossessioni, ripeteva la sua camminata con cadenza regolare. Curvo, con le mani giunte dietro la schiena e le scarpe troppo grandi, lo potevi incontrare a orari precisi, sempre nella stessa direzione. Mai un metro di più, o di meno.

Camminava. Continuamente, in modo estenuante.

Il suo era un esercizio di pazienza, o di follia, un modo di riempire il tempo con un’operazione necessaria, una cura al vuoto delle ore.

Noi lo guardavamo con un misto di fastidio e preoccupazione. Era strano, ma alla fine ci eravamo abituati.

Ci pensavo pochi giorni fa, mentre percorrevo un breve tragitto intorno a casa mia, come una criminale che teme di essere scoperta da un momento all’altro, in questi strani giorni pandemici.

Mio padre aveva conosciuto l’isolamento prima di noi. Se l’era imposto, ci abitava, lo costruiva con i suoi passi. Lo ha fatto per anni.

Camminavo nella strada deserta e, a un tratto, ho incrociato la sua via. Molto spesso, in passato, mi è sembrato di percepire la sua ombra veloce, in un attimo, passando in auto all’imbrunire.

Ogni volta mi sembrava che, da un momento all’altro, avrei potuto incrociarlo appena svoltato l’angolo.

L’altro giorno no, non è apparso dietro la curva, perché ora sono io mio padre. Ho ereditato quel rituale bizzarro in questo tempo malato, senza volerlo.

Camminavo e una strana malinconia mi ha invaso, simile alla tenerezza, per un mondo che mi sembra irrimediabilmente perduto.

Ho affrettato il passo e, quando sono tornata, ho percorso alcuni giri intorno all’edificio, casa mia. Ho sorriso, d’istinto. 

La sera, poi, è scesa come un velo bluastro. C’era un silenzio profondo. Poco dopo mi è arrivato un messaggio che mi ha fatto sentire importante e mi è sembrato di non avere camminato sola.

 

Una poesia

In questi giorni mancano le parole. Io ne ho trovate alcune e ho scritto questa poesia.

Ore rinchiuse

in spazi bianchi, sole.

Allarme rosso, 

una passione inversa,

come il deserto 

che avanza ostile,

in questi giorni in cui

il vivere e il morire 

sono il metro di tutto, 

a un metro da tutto.

Il mondo è un brutto 

sogno fatto in fretta,

la vita un riflesso,

un’abitudine persa, 

la noia 

già un rimpianto.

La distanza

ci assorbe parole 

e pensieri.

Il futuro è

un messaggio

sospeso, un partito preso,

immobile, delle cose.

Manuela Bosio, marzo 2020

Dimenticare Staglieno, o no.

“Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.” G. Caproni

Entro a Staglieno una domenica fredda di febbraio, verso mezzogiorno. Mentre l’opinione pubblica inizia a occuparsi con insistenza di virus e pandemie e consiglia a tutti di allontanarsi dai luoghi affollati, io scelgo il deserto cimitero in un’ora piovosa.

Il cielo plumbeo tocca le mura di cinta, un’ombra umida mi accoglie, anzi sembra respingermi, con quell’aria ruvida che ha un po’ tutta la città. L’intonaco scrostato dice che sono arrivata dove volevo, mostrandomi delle fioriture vive e importanti.

La prima volta che ho visitato il cimitero monumentale di Genova ero una bambina. Ricordo una giornata estiva, satura, di sole. Ero con mia madre e un gruppo di altre persone, rumorosi partecipanti a una gita della parrocchia, proprio quella che si attendeva tutto l’anno, e che per molti di noi era l’unica occasione per viaggiare e uscire dalla vita consueta.

L’itinerario: porto, città, cimitero. Ho un’immagine soffusa di quel giorno appiccicoso di fine agosto che mi ha accompagnato per molto tempo.

Soprattutto, conservo e ricordo l’inquietudine. Un luogo ombroso, un grande corridoio pieno di statue nere e un tempio, in cima a una scala ripidissima. Poi, ancora, la tomba di Mazzini in un bosco, la sensazione di oppressione per quell’immensa distesa di fiori, subito passato il cancello, e la consapevolezza di trovarci di fronte a un funerale reale, di alcuni giovani, che si dipanava di fronte ai nostri occhi quasi volgare, come sa essere spesso il dolore. Erano, se ci penso, gli anni delle “stragi del sabato sera”.

Per molto tempo, la memoria di quella giornata mi è tornata alla mente a frammenti, schegge, e per anni, regolarmente, le scale e quel tempio hanno fatto capolino nei miei sogni.

Da un po’ di mesi mi è venuto, forte, il desiderio di tornarci, forse perché amo i luoghi tristi, ma soprattutto per dimostrare a me stessa che quell’inquietudine bambina era veramente esagerata, che le statue non erano nere, che tutto era un gioco nella mia testa.

Entro, quindi, a Staglieno una domenica di febbraio all’ora di pranzo.

Fuori dalla cinta muraria, sulla strada antistante, un ragazzo cinese con un cartello di cartone cerca di fare l’autostop. Sul cartello c’è scritto “Rap-allo” con “allo” a capo. All’uscita sarà ancora lì, sotto una pioggia finissima e insistente.

Prima dell’ingresso, gli stessi banchi di fiori presenti nel mio ricordo, ma più piccoli, meno fitti. Un venditore chiede se voglia dei fiori e io scuoto la testa, mentre mi avventuro all’interno.

Dentro, tutto come l’avevo lasciato. Un porticato ombroso con tombe ornate di sculture, alcune più stilizzate, altre oscure, molte meravigliose. Le statue marmoree sono molto impolverate, come se il tempo avesse protetto le superfici e le avesse soffocate con una coltre spessa, costringendole alla fissità.

La luce non è delle migliori, mi avvicino ad alcune statue e le lapidi del pavimento scricchiolano in modo sinistro. Un mondo di costruzioni parallele al portico principale rivela una realtà di morti via via meno importanti, che reduplica la società dei vivi. Palco, platea, galleria.

Cerco alcune delle statue più famose e mi imbatto invece nel regno dei piccioni, tra nicchie inesplorate e buie. Incontro due persone, tre. Una prega su una tomba recente.

Un angelo addolorato apre le ali sulla tomba più bella e commovente. Salgo su una scaletta arrugginita che mi dà le vertigini. La luce è scarsa, il cielo è gonfio, ma almeno ha smesso di piovere. I piccioni volano tra gli archi, veloci.

Raggiungo il Pantheon e le sue scale. Nei sogni mi sembrava più imponente. Quando entro nel quadriportico superiore, ancora più ombroso, mi coglie strisciando un senso di nausea, un abbandono. Le statue si fanno sempre più oscure, una fanciulla danza sinuosa con la morte. Mi soffermo a guardare tutte quelle porte, mi inquieta quella socchiusa, non siamo più abituati a pensare che quello spiraglio sia sempre aperto.

La morte non esiste più, diceva Bianconi in un pezzo di qualche anno fa, o no?

Salgo nel giardino che ospita le tombe dei patrioti, finalmente si rivede un po’ di cielo. Una salita tra i cipressi odorosi di foscoliana memoria mi accompagna al sepolcro di Mazzini, quando, all’improvviso, il silenzio naturale del luogo viene spezzato da un boato, un microsisma che fa tremare la terra.

La Lazio ha segnato contro il Genoa. E mi viene da pensare quanto sia particolare, o forse del tutto normale, che il mondo dei vivi si incontri ancora, e così vivacemente con quello dei morti, come se un qualcosa continuasse a fluire, senza sosta.

Mi inerpico sulla collina bruna e umida degli eroi dell’Unità, ci sono Mazzini, Bixio e Novaro e chissà quanti altri sbiaditi, dimenticati.

Il senso di oppressione sorto nel quadriportico torna a farsi sentire, ma io voglio vedere l’Angelo, l’angelo di Monteverde. Voglio portare a casa questa visione.

Non torno indietro ripercorrendo la strada dell’andata, mi fido della mappa. Scendo in uno stretto corridoio in cui i loculi, alcuni vuoti, alcuni in rovina, sono puntellati da un’impalcatura.

All’improvviso, un gatto si profila all’orizzonte, come disturbato dalla presenza umana. La nausea e l’inquietudine si fanno sempre più presenti quando, per cercare l’angelo, mi imbatto nel locale, modernissimo, del crematorio. Ecco, la morte “vera” torna a fare capolino. Indietreggio, ma mi accorgo che sono finita in una parte diroccata del luogo, le croci spaccate, le lapidi rotte, probabilmente sto calpestando qualcuno…

Cerco l’uscita. Bisogna scendere due rampe di scale ma le mie gambe sembrano paralizzate. Il senso di nausea mi pervade. Ho il capogiro.

L’Angelo di Monteverde, questa volta, può aspettare.

Mi dirigo verso la tomba di De Andrè, ma non sono più concentrata. È ricominciato a piovere, ho il fango sulle scarpe e uno strano silenzio nel cuore.

È passato tanto tempo e quell’inquietudine, invece di dissolversi, è aumentata. Non è il luogo, sono io.

Quando esco il cielo è ancora più cupo e soffia un vento cattivo. Salgo in macchina in silenzio, ascolto le notizie alla radio, ignara che stia iniziando un periodo complicato.

Tornerò, sicuramente in un giorno di sole.

Cieli rosa

Insomma, stamattina c’era un’alba bellissima, rosa.

Speravo che il mio percorso in auto finisse presto per poter osservare direttamente quel cielo.

Poi mi sono accorta di essere incantata dal riflesso di quel cielo rosa sulla sagoma della mia auto, nel parcheggio della scuola.

Ecco come va la vita, a volte.

Piangere in spiaggia (ancora)

Stasera spulciavo un po’ tra le mie sudate carte (immateriali) mentre cercavo disperatamente la cartella che aveva dentro un film che volevo proiettare in classe ma che pareva irrimediabilmente perduto. A un tratto ho trovato un file dal titolo “piangere in spiaggia”, un racconto che pubblicai sulla rivista “Abbiamo le prove” nel maggio 2014.

Sono andata a cercarlo nella rivista, ma sembra che non ci sia più. Lo lascio qui per chi non lo avesse mai letto.

“Era la fine dell’estate.

Un’estate calda che ricorderò sempre.

L’estate in cui percorsi in lungo e in largo la Sicilia con un pulmino ed eravamo spensierati come non saremmo mai più stati.

L’estate in cui la mia famiglia fu flagellata da una gastroenterite che mi risparmiò, in cui fui infermiera e mia sorella si trasferì a casa mia “per essere più tranquilla”e io un giorno la caricai in macchina con il suo bambino e il suo borsone e li riportai a casa perchè non ne potevo più di averli lì.

L’estate in cui il mio professore, ammalato da tempo mi telefonò e mi propose di seguirmi per la tesi. Mi richiamò all’ordine, insistendo, non sapevo perché, affinchè mi mettessi a lavorare subito. Mi diede qualche dritta e mi disse: “Ci rivediamo a settembre, tu scrivi, leggi e portami qualcosa”. Torino era una conca disperata di asfalto e calore, abbandonata dal traffico e dalla gente. Luglio 2006.

L’estate in cui lessi e studiai e scrissi tanto, aspettando settembre.

L’estate in cui comprai un prodotto autoabbronzante che mi diede un colorito quasi irreale. La mia pelle come un dipinto ad olio.

Poi era giunta la fine di quell’estate e avevamo progettato di andare ancora un giorno al mare.

Il cielo era ancora carico d’afa e di sole. La terra portava le cicatrici di una siccità prolungata.

Facevo lunghissimi giri in bicicletta, con la musica nelle orecchie.

Ero felice e non sapevo nemmeno perchè.

Mi ero comprata un paio di sandali arancioni con un fiore imbarazzante, che mi slanciavano e mi facevano sentire sicura in quel clima di vacanza prolungata.

Era il due settembre.

Considero da tempo settembre un mese decisivo, per le scelte e il destino degli anni. Un capodanno camuffato che sostituisce la realtà alle molli illusioni, come se i mesi precedenti fossero una parentesi trascurabile dell’esistenza, un modo per scappare da noi.

La sera prima di partire ricordo in modo pungente e vivo che mi dilettai a fare un deciso scrub per eliminare i segni di quell’abbronzatura innaturale. Sfregavo, sfregavo, la pelle scivolava via come i giorni bellissimi che l’avevano illuminata. L’acqua faceva il resto. Veniva via tutto, se penso a ciò che stava succedendo in quel momento mi sembra un amarissimo richiamo simbolico. – Il Simbolismo ci ha rovinati, lo penso spesso.

Il mattino caricammo l’auto di borse da mare, di teli di spugna colorati che profumavano di bucato. Partimmo, i sandali arancioni ai piedi, il costume nero annodato sotto la maglietta. Un caldo soffocante.

Dopo alcune ore di viaggio, ecco: la sistemazione in spiaggia, la scelta di ombrellone, lettino, il rito della crema, il mare increspato, il cielo giallo e fermo.

Non ero tranquilla. Mi rigiravo sul mio lettino, non mi piaceva la gente, avevo la gola secca.

Mi convinsi a fare il bagno ed era bello lasciarsi asciugare dal vento, come mille altre volte.

Guardavo le goccioline evaporare, ignara.

“Manuela, c’è il tuo professore, sul giornale”

“davvero, dove? dammi” Ricordo che fissai la pagina cercando il riferimento ad un saggio, a una conferenza, un aggancio con l’Universo letterario consueto.

C’era la sua foto e un titolo. “Tradizione significa guardare avanti” ricordo che dissi “che bello”.

Era morto.

Era morto la sera prima.

Era morto e non me l’aveva detto.

Era un uomo anziano e ammalato, lo so. Non era un  parente, non era un amico, un fidanzato, non era niente. Ma piangevo.

Apparteneva ad un mondo inconsueto, vicino ma lontanissimo, per cui non avevo previsto  la possibilità della morte.

Ricordo poco di quel momento.

Solo che mangiavo un ghiacciolo.

Solo che piansi.

Disperatamente, convulsamente.

Piangevo e non riuscivo a spiegare. Piangevo e il ghiacciolo colava sulle mani.

Al limone.

Non poteva essere vero.

“Ci vediamo a settembre. Tu scrivi e leggi e studia”

Io avevo scritto e letto e studiato. E adesso non serviva più a niente.

Piangevo e cercavano di consolarmi. E io non volevo.

Improvvisamente la spiaggia si era fatta stretta, curiosa.

Tutti volevano sapere, tutti borbottavano, mi guardavano con stupore, alcuni parevano scuotere la testa.

Immagino le ipotesi. Sentivo gli sguardi e le parole appiccicarsi come la sabbia nelle pieghe, m’invadevano e ronzavano intorno in quel momento in cui mi era esplosa dentro la vita nel suo rovescio.

D’un tratto si avvicinò una signora e chiese: “Che cos’ha?”

“E’ morto un suo professore”

Si allontanò stranita. “E allora…”

Nessuno capì. Telefonai all’unica persona che avrebbe capito.

Parlammo poco, singhiozzai. Sentivo che in quel momento non mi interessava nulla, nemmeno confrontarmi, solo piangere.

La gente della spiaggia era infastidita da questa ragazza in costume che aveva rotto il velo afoso della fine estate con il suo pianto scomposto, quasi volgare. Ebbi una reazione esagerata, non avevo ancora le dosi del dolore.

Piangere in spiaggia, neanche per un amore, o per un amico, poi, che cosa stupida.

Dopo un po’ mi calmai, ma ormai la giornata era andata.

Ricordo che avrei voluto tornare a casa, lavarmi via la sabbia dal corpo e strofinare in profondità, limare quell’escoriazione che era dentro, ma sentivo in superficie.

E invece c’era ancora la passeggiata, la cena di pesce, i “perchè non mangi?”, gli “eh, dai, non fare così”, la gente che guardava il cane bastonato che ero.

In quel preciso momento era finita l’estate.

Andai al funerale, ricominciai a studiare, scrivere leggere, iniziai anche a lavorare in un piccolo asilo di paese. L’anno dopo mi laureai, cambiai lavoro. Vissi altre estati, altri settembre.

A volte ho pensato a quel giorno, alla pelle che si staccava e cadeva nella vasca, all’acqua che la trasportava giù. A qualcuno che in quel momento moriva. A una ragazza col costume nero che piangeva in una spiaggia affollata.

Alcuni anni dopo, otto anni dopo, oggi, precisamente, compresi una cosa, crudele forse, ma vera.

Quel giorno che piansi in spiaggia non piansi per lui, piansi per me.

Per me.

Era finita l’estate.

Da quel giorno tutto sarebbe stato più difficile, intenso, più vero.

Per questo, forse, odio chi mi rimanda a settembre.”

Liquida

Piove da giorni. Il sole sembra un ricordo vago, una sensazione piacevole che portiamo nelle ossa, sulla pelle. Un risveglio piacevole, un abbraccio.

Da alcuni giorni fatico a dormire. Non è la prima volta che mi succede, ma questo evento si presenta ogni volta in un modo diverso, si perfeziona, negli anni, assume forme più pure, più secche. Accade, anche senza una causa precisa.

In queste notti, in cui il sonno non arrivava, ho ascoltato la pioggia e ho pensato alle storie che forse dovrei veramente scrivere, che galleggiano in quel brodo che è il dormiveglia, in cui si accostano rapidi i giorni, i sogni, le persone che ho conosciuto e quelle che non vedrò più, o mai, i desideri, le cose che ho già detto e quelle che non ricordavo di ricordare.

Poi, quando mi addormento, mi dimentico. Mi dimentico di tutto, anche di me stessa, fino al mattino.

Una di queste notti ho sognato di precipitare in un fiume, con l’auto (forse influenzata dagli ultimi eventi meteo) e mentre cadevo e toccavo l’acqua capivo che non avrei potuto fare nulla, e allora, invece di lottare, mi abbandonavo, ma a una sensazione quasi piacevole, di pace.

Liquida, come certi pensieri.

Al risveglio non mi ricordavo nulla. Solo oggi, passando su quel ponte e vedendo le acque impetuose, mi è venuta in mente questa, che non è altro che una mia fobia infantile, legata all’acqua e alla vertigine.

Liquida, come la paura.

Intanto, la pioggia si è mangiata viadotti e strade, ha rosicchiato gli argini e si è liberata con tutta la sua forza sull’inquietudine di questi giorni.

Acqua battente anche in questo momento, su questa sera che si posa pesante sulle case, sugli occhi.

Liquida, come me.

Buio

La scorsa settimana mi è successa una cosa strana. Faccio una piccola premessa: la casa in cui abito ha un piano interrato, sotto il livello stradale.

Domenica scorsa in questo piano interrato è mancata la corrente. Una cosa strana, perché il piano superiore era completamente illuminato, mentre bastava scendere qualche scalino per brancolare in un buio primordiale.

Per un’anomalia di sistema, avrei scoperto il giorno dopo, dovuta all’assenza microscopica di un contatto; l’area superficiale e visibile a tutti era illuminata, le viscere della casa nell’oscurità, e ho pensato che questa fosse una bella metafora di qualcosa, forse di certe vite, o di certi periodi, o dell’esistenza stessa.

Esiste ciò che appare. Esiste, e spesso va in profondità, ciò che è nascosto dal buio.

Ma io vedo la poesia dappertutto e, come lessi una volta in un libro, forse “se la poesia è dappertutto non è da nessuna parte”.

Ma questa mia, pensandoci bene, mi sembra ancora una bella malattia.

Otto novembre.

C’è un imbrunire cupo, questa sera. La pioggia si è mangiata ottobre in un giro umido di giorni.

Già novembre, giorni in fila verso la fine di questo anno sospeso. Pioggia e nuvole scure, un po’ di freddo nelle ossa.

Otto novembre. Una data che frulla nella mente come un soffio di vento, un colpo di dadi. Nel freddo distratto della mattina, tante parole, la storia, la poesia, le “nere trame” di estati fredde. E un pensiero.

“Oggi è il compleanno di papà”, mi dice mia sorella, con voce interrogativa, mentre toglie la tovaglia del pranzo.

“Lo so”, dico. Lo so.

“Avrebbe poi solo ottantaquattro anni.”

Già. E invece sono quattro anni che manca, che è un’assenza nei nostri giorni. Inconsistente e viva come quelle presenze dimenticate, come gli ombrelli lasciati nei bar, nelle stazioni, che, solo quando piove e ci servirebbero davvero, ci accorgiamo di avere irrimediabilmente perso.

Otto undici, il contrario di undici otto, che è il mio, di compleanno.

Lungo lo scorrere del giorno mi sono affannata tra le parole del mattino e il lungo silenzio del pomeriggio. Ho le mani e i piedi sempre gelati, come lui.

Lo so che è il suo compleanno, io non dimentico mai i compleanni.

Novembre sta recitando benissimo la sua parte, senza ribellioni. Nubi grigie minacciano nuova pioggia.

Uscirò senza ombrello. Ci bagneremo.

Auguri.

Questi anni.

Ieri sera pensavo a questi ultimi anni.

Pensavo, leggevo e pensavo, e niente, poi mi sono guardata allo specchio e ero tutta a chiazze.

Chiazze rossastre, come isole, sul viso.

E ho smesso di pensare a questi anni e ho pensato a come risolvere la questione delle chiazze.

Che, è più o meno, il riassunto di questi ultimi anni.