La vigilia di Natale è per tutti, si sa, un momento significativo.
Il bambino la brama, aspettando la notte magica in cui tutto, i desideri, i sogni, può accadere. L’adulto, spesso, si crogiola in quel ricordo di felicità e, a seconda del grado di malinconia di cui è intrisa la sua esistenza, o la ama, o la detesta. Molti la sospirano.
Per me, oggi più che mai, la vigila di Natale è un racconto. Il racconto di un giorno di neve.
Il racconto di un giorno in cui non ero presente, ma che ricordo attraverso le parole narrate innumerevoli volte. Poi, quando la volta diventa l’ultima, capisci che non puoi essere che tu il latore della parola, di quelle immagini che, in realtà, la tua testa ha prodotto in una memoria solo immaginata.
È un giorno di neve, una neve fitta. Un ricordo bianco e arancione di lampioni. Nell’immagine ci sono una donna che deve partorire e un uomo, suo marito, alle prese con le difficoltà logistiche dovute al maltempo.
S. nascerà a Racconigi perché l’ostetrica di fiducia della donna lavora in quell’ospedale. Non è così vicino da raggiungere, in un giorno di neve. Ma S. ha deciso che è tempo di venire al mondo, e quando S. decide, chi la conosce lo sa, non c’è scelta.
Allora, l’uomo e la donna affrontano la bufera per raggiungere l’ospedale, dove S. diventa il regalo più bello per quel Natale del 1970.
Il mondo vive anni difficili, e quando mai non li ha vissuti, ma loro sono felici. S. è la secondogenita, femmina. La seconda dopo I.
Non è l’agognato maschio, ma non ci pensano ancora. Magari ci riproveranno (Spoiler: arriveranno altre due bambine).
Ma la parte del racconto che ho sentito più volte ha un altro personaggio: è una donna, la sorella dell’uomo. È la zia di S.
La zia di S. sempre presente, cognata e amica della donna, sorella e seconda madre dell’uomo, narratrice instancabile della storia della neve.
Ecco, la parte più bella della storia arriva quando, penso qualche giorno dopo, a bufera sempre più fitta, i neo genitori, si accingono a portare a casa S.
La leggenda vuole che, per proteggerla dalla neve, sia stata avvolta in un cappotto, forse del padre e che, nella foga di ritirarsi nell’auto, la zia la stesse quasi perdendo nel fagotto.
La mia memoria immaginata vede tre figure nella tormenta e S, neonata, che scivola piano nel cappotto. Poi sente un urlo. È la zia, che recupera prontamente la neonata, per il lieto fine.
Così, il 24 dicembre, per me, non è solo la vigilia di Natale, ma anche il compleanno di Susanna, mia sorella, e, soprattutto, l’eco di quelle parole che si fanno sempre più lontane nel tempo e sempre più vicine nell’anima.
Le parole della bambina che si perde nel cappotto in un giorno di neve, parole narrate, immaginate, che diventano perle da conservare in questo Natale piovoso, che sembra aver perduto l’anima.
Ecco perché oggi ho preferito starmene un po’ là, nella bufera, per rivedere una coppia un po’ maldestra aggirarsi nella tormenta di dicembre del 1970, per sentire la voce della zia che li ricorda.
Ricordare, ecco, etimologicamente “portare nel cuore”.
E allora auguri, bambina di neve, buon compleanno.