Il divano

Ci sono persone per cui le cose sono solo cose.

Poi, ci sono altre che vedono nelle cose un’anima, un ricordo, la trama confusa di eventi o qualcosa di simile.

Oggi io e mio nipote abbiamo trasportato nel giardino un divano, il divano che ha occupato la cucina di mia madre per circa quindici anni.

Domani finirà in discarica, come si conviene a un vecchio complemento d’arredo.

Questo divano nel giardino ha posto le basi dell’ilarità generale. Ci siamo seduti, ci siamo scattati foto ridicole, sapendo che quell’oggetto da domani non sarà più con noi.

Le cose sono solo cose.

Poi ricordo.

Su quel divano ho rimproverato per l’ultima volta mio padre di simulare un soffocamento, nell’ennesimo “al lupo al lupo” della vita di un ipocondriaco (mio padre che sarebbe morto quattro mesi dopo per insufficienza respiratoria, vera.)

Mi sono seduta lì soprattutto dopo la sua morte, sempre con un po’ di timore. Quello era il suo posto, e di nessun altro.

Quel divano originariamente verde che era poi diventato rosso, con il tempo, era diventato ormai liso, ingombrante.

Ora aspetta di andarsene per sempre.

Vederlo in mezzo al prato mi fa sorridere e mi mette un po’ malinconia.

Ma, avrete capito, per me le cose non sono solo le cose.

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Poi.

Poi, in una verifica di grammatica, un quindicenne mi completa la frase “a volte soffro” con “a causa dei ricordi”.

E mi sembra una cosa triste, ma vera.

“A volte soffro a causa dei ricordi” potrebbe essere il verso di una poesia.

Certe volte

Certe volte, ad esempio stamattina, penso a questo luogo con profonda nostalgia.

Nato alla fine del 2011, questo blog è il luogo in cui posso leggere l’evoluzione della mia esistenza, dalla ragazzina che aveva “il vizio di scrivere” a quello che sono diventata.

Molto spesso credo che questo luogo non abbia più ragione di esistere. Sono successe tante cose, in questi anni, per cui la leggerezza di certe immagini e di certi post non pare più ripetibile, mi atterra in una sorta di imbarazzo che, se avessi fogli a disposizione, brucerei tutto.

Forse non ho più niente da dire, forse ho detto tutto quello che potevo.

Non saprei.

So solo che tornare qui spesso mi costa fatica, la fatica dei ritorni in luoghi in cui si è stati molto felici o molto infelici.

E io sono stata entrambi.

Stamattina, leggendo in classe il II dell’Inferno riflettevo sul sentimento di chi desidera tanto qualche cosa e poi, in vista dell’obiettivo, si blocca e si lascia impaurire.

C’era un raggio di sole che si infilava dal vetro agli occhi e pensavo a quanto abbiamo ancora da imparare.

Lontano, c’era la vita degli anni che ci hanno solo sfiorato o ci hanno cambiato, i treni persi e quelli presi all’ultimo.

Certe volte penso che sia ora di chiudere questo posto e stare un po’ in silenzio.

Altre volte ci ripenso.

Chissà.

Didone

Stamattina spiegavo la storia di Enea e Didone.

La spiegavo e mi struggevo per Didone abbandonata, nel mattino di dicembre.

Poi un ragazzino mi ha guardato sospirando e ha detto: “Be’, leggendo questo brano uno si fa subito un’idea di cosa sia l’amore.”

Io ho sorriso. Ma ero anche molto triste.

Didone, mi dai sempre grandi soddisfazioni. Ogni volta.

Ci vuole orecchio. (Sulla poesia e altri miei deliri mattutini).

(Da alcuni mesi, come saprete, ho cambiato ordine di scuola. Sono tornata a insegnare Italiano e Storia ai ragazzi un po’ più grandi e, nonostante le difficoltà, il mondo al rovescio e le cavallette, posso dire di esserne felice.)

Un mattino come tanti, il gelo alla finestra e un raggio di sole dritto negli occhi dei ragazzi seduti al primo banco, parlavo di poesia.

Uno scandalo, certo. Parlare di poesia nel 2017, ancor più vicino alle feste di Natale, in un Istituto professionale.

Parlavo e parlavo e poi mi è venuto questo pensiero. La poesia è come una lingua, una lingua spesso straniera ai più. Tu puoi leggerla, studiarla, come si studia la grammatica di una lingua, e questo è sicuramente importante. Tuttavia non basta. Come per l’idoma staniero è necessaria l’immersione, la pratica e l’ascolto, anche per la poesia è necessario immergersi nel flusso, lasciarsi andare. Bisogna “sentire”. Per la poesia serve orecchio.

Parlavo e parlavo e alcuni ragazzi si stiracchiavano, alcuni annuivano, il raggio di sole ora accecava me, quasi a rimproverarmi.

Qualcuno scuoteva la testa, ricordandomi che la poesia non serve a nulla, e io sfioravo in modo vago quel concetto per cui la poesia è l’oggetto che è cambiato meno da Omero in poi, che nel suo essere fuori moda è sempre attuale. Che la bellezza serve, caspita.

La bellezza. Sempre.

L’ora è finita, poi anche la giornata.

Ma quel pensiero è ancora lì, per loro.

Per me.

I racconti della notte

I racconti della notte

sono pieghe di lenzuola,

la voce bassa

delle parole irripetibili,

i desideri chiusi in gola.

Sono le ore di sonno perse

a spiegare alla pelle

la lingua delle mani,

le menzogne del tempo

che passa feroce

e le voglie in testa,

la sola parte di te

che abbandoni la sera

tra i capelli e la federa viola.

L’ultima immagine

prima del sonno

scioglie il mal noto divieto.

Il buio è un rumore segreto

da non rivelare.

Se ti concentri a lungo

puoi sentirci il mare.

Deliri di novembre.

Esco nella sera di novembre. La luna è una lama sottilissima. Devo raccogliere un ramo di rosmarino.

L’aria è fredda, pungente. Sento che sta per arrivare Natale. Lo sento e mi prende una stretta strana, un nodo al respiro.

Eppure solo ieri era estate, era qui, l’ho persa solo un attimo di vista. E ecco, sono un’altra. L’aria è altra. Taglia il viso, fa appassire le ultime rose, le più belle.

A volte mi viene un’ansia particolare. Non so dove stare, quale sia il mio luogo. Altre volte mi viene una fitta, una nostalgia del futuro, come se solo il passato, nemmeno il più luminoso, fosse il posto adatto a me.

Poi respiro. Penso a quei ragazzi che non avevano mai letto un libro e ora l’hanno fatto, e gli è piaciuto e, magari, tra un po’ di tempo verrà loro voglia di leggerne un altro, chissà come vanno queste cose, e forse si ricorderanno anche di chi consigliò quel primo libro.

C’è un’aria così fresca che fa male. Stacco il ramo di rosmarino e penso che sia assurdo continuare a pensare a dicembre con paura, sarebbe tutto più semplice se non ci si pensasse per niente.

A volte scrivo delle poesie.

Le scrivo e vorrei correre subito a leggerle, come quando ero bambina e facevo la voce seria e le mie sorelle mi prendevano così in giro che me ne andavo via sbuffando: “Non capite niente!”

E la paura è la stessa. Scrivere e farsi leggere, farsi indagare, dentro, da chi non ha tempo, o voglia, in questo mondo ad alta velocità.

La luna è un filo d’argento. Fa troppo freddo per la mia pelle estiva.

Bisognerà adattarsi all’inverno.

Coltivare il sentimento del freddo. Tenerlo stretto.

Fino al prossimo giro.

Madeleine

A volte la musica è peggio di una madeleine.

Me lo ripeto in questo pomeriggio arancione e polveroso di quasi novembre. Seduta alla scrivania che non usavo da tempo, che per tre anni è stata soltanto un deposito di libri e fogli e vestiti stropicciati e ora torna a essere il mio tavolo di lavoro.

Perché forse in questi tre anni anche io non sono stata io, non sono stata che il deposito di giorni, lavoro e vestiti stropicciati (quelli, sempre). Ora che mi sembra di essere finalmente al mio posto, capisco di essere sempre alla deriva, di allontanarmi da tutto, rimanendovi sempre fissata per le radici.

Ascolto un vecchio cd, lo stesso che ascoltavo nel 2013, quando non ero più felice, né più soddisfatta di adesso, solo di quattro anni più giovane, solo più spesso seduta a questo tavolo. Sento gli accordi, la stretta al cuore di certi passaggi e capisco che la parentesi di questi tre anni forse mi ha tolto qualche battito, mi ha insegnato tanto, ma non ho capito abbastanza.

Ho incontrato molte persone, mi hanno arricchita, ma quando sono arrivata in classe, quest’anno, mi sono come svegliata da un lungo torpore. Ero di nuovo lì, potevo vedermi, toccarmi. Reale.

Vera come la luce di ottobre, esagerata, forse, con i pensieri impolverati e tossici, a volte. Con la musica che fa da detonatore. Un po’ sorrido, un po’ ripenso a che cosa mi sia persa. Forse niente, probabilmente tutto.

Tra poco l’arancione si farà rosa, arriverà novembre e le rose che resistono ai primi cappotti. Il mio tavolo ospiterà nuovi fogli e vecchi vestiti, perché le cose sembrano cambiare così in fretta, ma alcune non cambiano mai.

 

Polveri

Ieri mattina sono entrata a scuola più tardi. La terra lungo la strada che stavo percorrendo era immersa in una nebbia sottile ma totalizzante.

Uno strato di polvere inghiottiva i campi, gli animali ormai senza cibo, mansueti, dallo sguardo ancora più malinconico del solito.

All’improvviso è spuntato un sole come una lama, illuminando il cielo di un colore arancione-marroncino, come nelle foto degli Anni Settanta di mia madre, o nei sogni meno nitidi.

Ottobre mi ha stupito. È un mese che di solito amo, quest’anno, poi, regala compleanni importanti, ma che in questi giorni mi sconcerta, lasciandomi smarrita.

L’inizio della scuola, le grandi speranze di settembre, pur  presenti, si sono invischiate con un profondo strato di stanchezza.

Questo caldo polveroso, unito alla nebbia, prolunga uno stato di sospensione, in cui veneriamo stupefatti le macerie di un’estate  (per me molto bella) che sembra non voler finire.

E ci lascia stremati.

Ieri mattina guardavo queste mucche al pascolo, dallo sguardo così antico e distante e ho proseguito sulla strada sgombra, sicura che i miei fossero pensieri da nulla, anche questo senso di polveroso ottundimento dei pensieri, di soffocamento.

Quando sono arrivata a scuola c’era un sole malato, tremendo. Un ragazzo mi ha chiesto: “È vero che a Torino non si possono aprire le finestre?” E io ho annuito, come se fosse inevitabile.

“Aspettiamo la pioggia” ha continuato, il ragazzo.

Già. Aspettiamo.