La lingua degli alberi.

Nella casa davanti a quella in cui abito, il susino sta già sfiorendo. Il giardino rigoglioso che vedo dalla finestra è mosso da una forza invisibile, che trasforma gli alberi e l’erba, nonostante scarseggi l’acqua. Prepara l’estate.

Ultimamente passo molto tempo a guardare fuori, distrattamente, o anche con più attenzione.

Ho ripreso a correre, anche se una fitta tra le scapole mi accompagna da qualche giorno, ora un po’ più forte, ora più lenta. Sembra un avvertimento, una pistola puntata per mantenermi all’erta. Chissà da cosa, forse dalla vita?

Ho tenuto la mia prima serata in pubblico, abbiamo parlato di Dante, con Stefania, è stato bello perché parlare di Dante lo è sempre, poi, mi è sembrato parlassimo davvero la stessa lingua e mi sono sentita a casa.

Alla serata c’era poca gente, ma tutti siamo usciti con qualcosa in più, lo sento. Forse quella stessa lingua che ci accomunava, ci ha reso lievi.

Tante volte, infatti, nel mondo, con gli altri, è solo una questione di sapere questa lingua. Noi parliamo, parliamo, postiamo, ci arrabbiamo, urliamo, stiamo in silenzio. Soffriamo, spesso, senza sapere che probabilmente non ci siamo sintonizzati, non parliamo la stessa lingua.

Ma invece di impararla, ci arrabbiamo, ci allontaniamo, diventiamo rancorosi.

In questi giorni, poi, ho pensato a San Paolo, la cui lettura mi è servita per preparare il mio intervento su Dante, e agli specchi.

Ho pensato che non mi era mai venuto in mente che “ora vediamo come in uno specchio, in modo confuso” della famosa epistola, in realtà dipendesse dal fatto che gli specchi allora non erano così nitidi come oggi.

Ci si guardava senza capirsi, in fondo, che poi può essere anche interessante. Ma molto difficile.

Credo che dovremmo imparare dagli alberi. Imparare la loro lingua, fatta di lentezza e di pazienza.

Imparare a sopravvivere anche con poca acqua, con poco spazio, con l’amore di poca luce.

Preparare l’estate. Imparare a fiorire, di nuovo.

L’impressione dei luoghi.

In questi mesi ho pensato molto ai viaggi, ai luoghi. Questi anni di sosta forzata hanno ridimensionato la nostra gestione degli spazi, il bisogno di luoghi lontani è stato messo sotto silenzio, con grande dolore e straniamento.

Pensavo alle case. Queste mura intorno alle quali ruota e si racchiude la vita. Mura che ci vedono crescere, maturare, invecchiare, che accolgono i nostri passi stanchi o le nostre folli corse verso qualcosa che non è ancora e che forse non sarà. La vita, più o meno.

Spazi che accolgono una quantità infinita di oggetti, che rappresentano brevi segni o permanenze nella nostra esistenza. Quel foglio strappato, quel soprammobile, la lista della spesa dimenticata sulla mensola. Banali o fondamentali, le cose che lasciamo in una casa parlano di noi.

Ci sono luoghi in cui siamo stati felici, o infelici, non importa, ma che ci possono mancare. Quando si lascia una casa si inizia un percorso, credo inevitabile, di costruzione della malinconia intorno ad essa. Una costruzione quasi mistica, fondata su ricordi esistenti e inesistenti o, forse, solo sulla consapevolezza che ciò che siamo stati lì non saremo più.

Ma credo che la vita vada sempre così, e che il movimento sia il modo che ha il tempo di scrivere le storie.

A volte dobbiamo liberarci di quell’oggetto, del vestito che amavamo, di quel biglietto del treno che ci ha portato a casa, o lontano, per continuare a essere noi, per non interrompere il flusso delle cose che accadono.

Poi succede anche che, dopo aver buttato quel vestito a quadretti bianco e nero, voltandoci, sentiamo il bisogno di riprenderlo, stringerlo al petto e salvarlo. Non è ancora tempo di lasciar andare.

Poi ci sono le case con una bellissima luce, che sono pagine bianche ancora tutte da scrivere. Nuovi orizzonti, la vita fuori che ha un rumore e un aspetto diverso dal solito.

L’impressione dei luoghi non siamo che noi, noi che in questi luoghi passiamo, viviamo e cerchiamo di capire, perdendoci, chi siamo.

Sto respirando una nuova stagione, mentre fuori tutto sembra crollare. Fioriremo ancora?

Per ora, aspettiamo la pioggia.

Visioni e eversioni (Ten answers)

Un po’ di tempo fa sono stata contattata da Michele Trimarchi che mi ha proposto una serie di domande su viaggi, parole, visioni e eversioni.

Le domande erano molto belle e piuttosto complesse, per cui le ho lette e, subito, un po’ pensierosa, le ho lasciate maturare.

Siccome, spesso, nella mia vita, ho lasciato che le cose maturassero troppo , fino a farle marcire, un lunedì di acciacchi e stanchezze – un po’ di freddo, un po’ di malattia – ho deciso che era giunto il momento di rispondere.

È stato divertente e molto “immersivo” il processo di riflessione e introspezione che queste domande hanno innescato. Un vero e proprio viaggio dentro la dimensione del movimento, della scrittura e della mia stessa esistenza.

Ho scelto anche alcune foto che ho scattato in questi anni.

Vi lascio qui il link, ringraziando ancora tanto Michele per avermi invitato a fermarmi, a pensare ancora, a scrivere, di nuovo, qualche cosa di me.

Come un archeologo, ho portato a galla un frammento della mia storia, un piccolo viaggio attraverso le parole. Senza rimedi, sempre.

10 dicembre.

A volte mi sento soffocare. Altre volte è come stare fermi in mezzo a un mondo che va veloce, come un vortice, in cui sei il centro. Vuoto e pieno, senza forma.

Ed è in quel punto che, straniti, forse disperati, arrivano i ricordi: la prima bicicletta, bianca, la canzone di quell’album del ‘97, il sapore di ferro in bocca dopo la corsa campestre, d’inverno, le dita assiderate il lunedì pomeriggio, con i bar chiusi, sugli scalini del Castello. Non è vero che quando si muore ci passa tutta la vita davanti, o forse sì. In qualche modo si muore molte volte.

Viviamo giorni freddi, giorni cattivi, o forse siamo solo noi, a esserlo. Gelidi, disillusi.

Viviamo giorni che, per assurdo, assomigliano alla carne presa dal congelatore, quando ancora non è pronta all’uso. Quando ancora è immobile, rigida, ma ha ripreso a sanguinare. Giorni feriti o messi sotto un velo di calma apparente, un velo gioioso di chi finge che niente sia sbagliato, o tutto sia giustificabile, necessariamente giustificato.

Oggi camminavo nel gelo di dicembre – quasi Natale – la neve ghiacciata sulle strade era un vetro liscio in cui specchiarsi, su cui scivolare. Sono passata davanti al Cinema Aurora e lì mi sono vista in un giorno di maggio di vent’anni fa, o giù di lì. La gente applaudiva copiosa intorno a Fausto Bertinotti. Mi ricordo il suo viso disteso, il sorriso calmo, mentre i petali rosa dei pruni invadevano la strada.

Stasera, in questo ghiaccio che dai piedi mi passava nel cuore, con l’insegna spenta del cinema ancora chiuso, chissà come mai ho rivisto Bertinotti. La strada buia era tutta della nostalgia per quei petali rosa.

A volte rimango immobile. Per alcuni lunghissimi minuti, mentre il tempo scorre veloce. 

Si avvicina il Natale, e poi anche quest’anno sarà chiuso, con tutte le parole, gli sbagli, le porte sbattute per poi accorgersi di aver lasciato le chiavi dentro, con tutti i silenzi.

Questi anni ci hanno pressati, colpiti, ora ci promettono una calma meritata, ma spesso siamo noi a non essere più gli stessi. E anche il vestito della comodità ci va stretto.

“Non voglio essere comodo, voglio essere vivo”, l’avrò sentito da qualche parte, l’avrò sognato, in qualche posto della mia mente. Sarà per questo, che in questo tempo scomodo faccio il conto di questa inutile memoria, in cui riaffiorano i pomeriggi immobili di agosto e le catenine d’oro di mia zia Giovanna, il suo profumo di fiori, mentre tutto sbanda rapido, senza una meta certa.

Chissà che cosa pensa stasera, Bertinotti, mentre io mi faccio travolgere da queste stranezze.

Fuori c’è un silenzio che si può toccare.

Forse è vero che, quando un po’ si muore, ci passa tutta la vita davanti. La vita che sembrava dimenticata.

Tra qualche mese, sicuro, i pruni torneranno a fiorire.

Camminare.

Una volta camminavo regolarmente. Da alcuni mesi, invece, ho cominciato a correre. Corro sull’asfalto, sulla sterrata, dai cinque ai dieci chilometri.

Correre è un gesto decisamente diverso dal camminare, e, devo dire, ha iniziato a appartenermi soltanto in questo periodo, così difficile per tutti, in cui, alla bellezza del soffermarmi, preferisco la velocità e l’annullamento dei pensieri.

Stasera, però, ho camminato. Ho preso il solito sentiero nel tardo pomeriggio, incurante del fango e delle pozzanghere portate dalle piogge recenti. Ho camminato e gli alberi erano lì, sempre al loro posto.

Percorrendo la via, sempre più fangosa e viscida, ho notato che, in mezzo al nulla, stanno costruendo un capannone, che cambierà per sempre il panorama, che da anni è uguale a se stesso. Uno scheletro d’acciaio in mezzo al verde, una ferita nera nel tramonto.

Nell’aria c’era quella luce tipica dell’inverno che sta arrivando, l’ultimo bagliore del giorno, che si posa sulle cose e sembra dirti “guardami”. Io l’ho guardata assorta.

Camminavo e pensavo che, ultimamente, procedo spesso così a testa bassa che mi sono persa il colore degli alberi, le foglie, i cieli che un tempo mi appassionavano così tanto.

Il pomeriggio si faceva sempre più bruno e io ero impantanata tra le pozzanghere e, forse è banale, sicuramente lo è, ho rilevato quanto fosse bello essere lì, un altro autunno, essere vivi, sentirsi vivi.

Il giallo delle foglie brillava nell’atmosfera sempre più buia, pensavo che novembre non piace a nessuno, ma io l’ho sempre trovato così bello e solo, con le sue nebbie e le piogge battenti.

Molte volte in novembre mi sono sentita viva, anche se triste, anche se sentivo un gelo alle mani e un po’ anche nell’anima. Oggi mi sono ricordata.

Serviva camminare per ricordare di essere ancora vivi, per riconquistare la lentezza dei gesti?

Continuerò a correre, ma non dimenticherò come si cammina.

I limiti del mondo (pensato).

Ieri mi è capitato sotto mano un testo in cui si rilevava quanto, in questi anni, i giovani tendano a possedere un bagaglio lessicale sempre più scarso.

Nel passo, il filosofo Umberto Galimberti faceva riferimento a un’indagine condotta nel 1976 dal linguista Tullio De Mauro, in cui si evidenziava che uno studente ginnasiale conoscesse circa 1600 parole. La stessa ricerca, ripetuta nel 1996, metteva in luce un bagaglio di 600/700 parole, mentre oggi si ipotizza che lo stesso studente del Ginnasio ne conosca circa 300, o meno.

Galimberti, citando Heidegger, secondo cui “riusciamo a pensare limitatamente alle parole che conosciamo”, metteva in rilievo il vero, drammatico, problema: a un numero minore di parole corrisponde un drastico calo dei pensieri.

“I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo”. Eh, sì, caro Wittgenstein, avevi ragione tu. Tutto ciò che può essere detto, può essere pensato. Se il mio linguaggio è povero, malconcio, lo saranno anche i miei pensieri.

Mi sembra strano e significativo che questo passo mi sia giunto in lettura proprio in questi giorni, in cui trovare le parole sembra sempre più difficile, a volte insensato.

E mi sembra altrettanto bellissimo, e quasi magico, che i pensieri siano legati alle parole. Parola non solo strumento, ma condizione necessaria per il pensiero.

Parola che si sfalda, come una memoria usurata. Parola che viene deturpata, abusata, denigrata, come tutto ciò che, in questa cultura utilitaristica, non “serve”, o non più.

Stiamo perdendo le parole. Una lenta, inesorabile, emorragia lessicale sta colpendo la nostra società che, in questo modo, sta lasciando indietro pensieri, congetture e fantasie, la poesia dell’immaginazione.

Ci parliamo addosso in modo sempre più aggressivo, senza arricchire il nostro vocabolario, usando sempre le stesse parole, poche, che finiscono per imprigionarci in un deserto.

Oggi ci ho riflettuto.

Ho pensato a quanto, in questi anni, la mia devozione per le parole mi abbia portato a cercarle, trovarle e perderle, senza mai smettere di sognarle.

La storia della mia vita potrebbe essere riassunta come una storia d’amore con le parole.

Questi giorni di caos e rabbia ci muovono caotici verso un possibile, spaventoso, silenzio.

Perché i limiti del linguaggio, sempre più assottigliati, possono cancellare il mondo, soprattutto quello pensato, e, in generale, anche il migliore di quelli possibili.

11 agosto

Da un minuto non è più il mio compleanno.

Fin da quando ho memoria, ho sempre considerato questo giorno come una parentesi quasi magica, ventiquattro ore che segnano il giro delle nostre anime e dei nostri corpi sulla Terra.

Così, anche se ormai sono grande, anche se i giri iniziano via via a crescere, o forse proprio per quello, in quel lasso di tempo breve, nella stagione più calda dell’anno, mi lascio pervadere da un brivido, una forza magnetica che mi ricorda che sono viva, che il tempo è determinato, che bisogna prendersene cura.

L’11 agosto mi trova sempre inquieta. Piena di aspettative, di malinconie, di gioie grandi e piccolissime.

Oggi riguardo le immagini e vedo la me bambina che non rideva mai nelle fotografie, e continua a farlo. Una linea sottile, ma indissolubile, unisce la me di oggi a quella pupa senza capelli con il broncio.

Siamo nel tempo, siamo tempo.

Il compleanno è l’occasione per ricordarci di noi, della storia che ci ha resi come siamo, delle persone che hanno costruito il nostro mondo.

Ecco perché il giorno in cui cade sono sempre felice ma anche triste. Quando ero molto piccola, credevo che in quelle ore fossimo dotati di un’aura particolare, che ci rendesse riconoscibili nel nostro anniversario speciale.

Che pena, che nostalgia, direbbe Lucio.

Non è l’età che mi preoccupa, è la vita che vorrei trattenere, senza lasciarne nemmeno un granello. Tutta, anche se non si può.

È passato da pochi minuti il giorno del mio compleanno.

11 agosto, anche quest’anno me l’hai fatta, nemmeno quest’anno mi hai lasciato indifferente.

Agosto

È agosto da tre giorni, ma non me ne sono ancora resa conto. Sarà quella storia dell’anima nei luoghi, che funziona anche con il tempo? Può darsi.

Agosto è da sempre un mese diverso da tutti, un dicembre mascherato da allegria e rumore, capodanno anticipato che apre al primo fresco, alle prime nebbie di settembre. Conserva con sé quel senso di una fine imminente, fratello inquieto del più bonario luglio.

Eppure agosto quest’anno arriva diverso, silenzioso, ha il sapore delle cose affrettate e difficili. Un’estate climaticamente strana, di caldo intervallato da disastri, grandine e piccoli uragani fuori, ma anche dentro.

A volte mi sembra che tutto stia franando, ovunque. La terra, le cose, le persone. C’è una guerra silenziosa con il tempo e con l’ignoto che ci rende muti, ma a volte ci fa esplodere.

Ieri un ragazzo abbaiava furioso a due cani insopportabili, ho visto auto crivellate dai colpi della grandine come proiettili, una donna di novant’anni è stata schiacciata da un tir. È la vita, ma in questo agosto mi sembra tutto più crudo e poco sopportabile.

C’è un silenzio, in giro, anche quando le persone sono molte. La gente si guarda intorno con sospetto, e questo forse lo farà ancora per un po’, purtroppo.

Ho detto molte volte che agosto è una parentesi. Ora non lo so più. Mi sembra, anche questa, una parentesi troppo veloce, un punto. Tutta questa rapidità mi spaventa molto.

A volte corro ancora, a volte mi stendo al sole, e in entrambi i casi cerco di svuotare la mente dal rumore di questi mesi, dal silenzio di questi mesi. A volte ci riesco, e quelle volte è bellissimo.

Che agosto sia anche il mese del mio compleanno è un dettaglio trascurabile. Quando mi chiedono che regalo voglia, dico che è impossibile. Vorrei togliere questo piede celeste gigante dall’acceleratore del Tempo.

Vorrei un po’ di tanto deprecata lentezza.

Ma agosto è già qui, e dobbiamo attraversarlo e lasciarci attraversare, con la grazia dei tempi migliori.

Coglierne la polpa, mangiarlo come un frutto maturo, sperando che settembre non abbia fretta.

L’estate.

Oggi mi sono seduta un attimo, mentre, presa dai lavori pratici e necessari, piegavo i vestiti asciutti di bucato.

Mi sono seduta e ho capito che era estate. Ho capito che era arrivata veramente, senza che me ne fossi accorta, e ho ricordato quella storia per cui, ogni volta che giungiamo in un luogo lontano, spesso non riusciamo a integrarci e a godere delle sue bellezze perché, dice la leggenda, la nostra anima non è ancora arrivata, è rimasta indietro.

Ecco, qui seduta ho pensato che la mia anima fosse rimasta indietro un bel po’, perché, nonostante qualche giorno di mare già speso, non avevo percepito l’arrivo della stagione, bella e crudele più delle altre.

Giugno di esami, di traguardi, di ragazzi che se ne vanno, nipoti che crescono e si affacciano a nuovi capitoli della vita, frange lunghe e libri che rimangono chiusi, giugno che è sempre una promessa quasi mai mantenuta. Di vita che resta impigliata tra gli anelli e di altra che scorre veloce.

E quindi ho capito. Mi sono seduta e ho sentito che era arrivata perché ha portato la malinconia che non provavo da un po’. Quella per il tempo, quella per le cose che non potrai trattenere e a cui ti devi adattare per non doverle perdere.

L’estate. Pomeriggi polverosi che assomigliano a migliaia di pomeriggi del passato, ma questa è la polvere di oggi e noi siamo ancora quelli di ieri, o forse no.

L’estate che regala colori e bellezze è quella che mi fa piangere di più, ma non sempre di tristezza. L’estate rivela la vita più nuda, con le sue debolezze, i suoi strappi.

Oggi, mentre ero lì seduta, ad un tratto la mia anima è arrivata, chissà da quale viaggio astrale, a ricordarmi che l’estate era di nuovo qui e io, come sempre, non ero preparata. Per questo, forse, un po’ ho temuto e ho respirato forte.

Poi mi sono alzata, perché le magliette erano ancora tutte da piegare. Fuori c’era un cielo più azzurro del solito, un vento teso agitava i rami degli alberi e confondeva le voci dei bambini al parco poco distante da lì.

Come sempre, mi impegnerò a trattenere questi giorni, anche se sono sabbia finissima. Tra poco sarà luglio, altro sole, nuovi ricordi da costruire, con l’anima stretta tra le dita.

L’estate è sempre un viaggio. Ma questa è un’altra storia.

Perdere le parole

Da un po’ non scrivo qui.

Mi capita spesso di tacere anche fuori, una sensazione strana, come se d’improvviso avessi perso le parole. A volte, poi, ho la chiara percezione di non aver nulla da dire.

Piano, la vita sembra rifluire nel suo corso consueto. Cerco di riallinearmi con il pianeta: lavoro, ascolto, osservo.

Questo morbo che colpisce il respiro, a me ha tolto la voglia di comunicare. Incontro molte persone, a scuola, nei corridoi, ma, per lo più, ciò che mi pervade è un improvviso desiderio di fuga, e una stanchezza infinita.

Ecco, questo anno e mezzo ci ha stancati e svuotati. Ricordo la lettera di Petrarca a Boccaccio in cui diceva “il 1348 ci ha resi più poveri e soli.” Anche noi siamo più poveri e soli.

Una solitudine che ricerco, tuttavia, più che fuggirla. Una solitudine consolatoria dal frastuono del mondo esterno, a cui non sono più abituata.

Cammino molto, corro, anche. Leggo e scrivo qualcosa per me, respiro.

Vivo questi giorni che si somigliano tutti, con l’impressione di perdere molto. Persone, eventi, volti, tutti cadono ammortizzati da un silenzio profondissimo.

Che abbia perso le parole è una sensazione presente e molto viva, una fatica fisica che spesso mi abbatte, mentre si fa di nuovo primavera e piove, come ogni vigilia di maggio che si rispetti.

Presto sarà estate e il tempo continuerà vorticoso il suo cammino, senza troppe parole.

Ma questa è un’altra storia.