I luoghi (senza di noi).

Da tempo, ho l’impressione che le persone siano luoghi. Isole, giardini, ambienti impervi o accoglienti, luoghi da visitare o in cui perdersi. E, allo stesso tempo, penso che nei luoghi in cui passiamo ci sia una forte presenza di chi li ha vissuti, abitati.

Ieri sera sì è conclusa l’avventura di questo anno scolastico a dir poco singolare. I ragazzi appena maturati erano felici e sorridenti, eravamo vicini, nonostante le regole sul distanziamento sociale, perché, in qualche modo, ci sentivamo silenziosamente legati da quel rito di passaggio che è stato l’esame.

Da oggi non avremo più un luogo materiale in cui essere vicini, uniti, rimarrà quell’ungarettiano “paese” – il cuore – in cui non mancano i ricordi.

Non amo gli addii. Non mi piacciono gli arrivederci e spesso tendo a fuggirli, per paura, per un timido riserbo nei confronti del futuro. Però ieri sera è stato meno amaro, ho capito che in ogni fine c’è sì il sapore malinconico delle conclusioni, ma anche la traccia che l’esperienza lascia in qualcosa che sarà, domani.

Durante i mesi di lockdown ho visto alcuni film molto belli. In uno di questi, “L’eclisse” di Antonioni, c’è una scena bellissima e straniante in cui si vedono i luoghi visitati dai protagonisti durante la storia, ma senza di loro, in loro assenza. Ho pensato molto a quella scena, ci pensavo ieri sera mentre mi toglievo le scarpe dopo la serata trascorsa con i ragazzi, e mi chiedevo come fossero i luoghi senza di noi, come fossero prima e dopo il nostro passaggio, se i cambiamenti potessero essere colti da una sensibilità esperta o se invece, alla fine, nulla rimanga, solo il paesaggio.

Ogni tanto mi capita di visitare le pagine social di persone che sono scomparse. Non luoghi sospesi in cui L. è sorridente, F. è sempre bella, e mi dico che ci dovrebbe essere un modo, una via, per collegarsi a questi luoghi in cui il tempo non esiste più, o non come lo percepiamo noi.

Come in certe scene di Antonioni, sicuramente meno rilevanti e espressive, mi muovo in questi giorni come in un luogo d’acqua, o di vento, inquieta. Penso ai luoghi che ho vissuto e a quelli in cui andrò, a quelli in cui non tornerò più.

Luglio scrive una nuova pagina in questo anno incerto e traccia nuovi orizzonti a cui tendere, nuovi luoghi da essere e in cui stare. Chissà se ci vorrà bene.

Galleggiare

Stamattina ho incontrato una persona al supermercato. Ci siamo parlati a distanza, con la mascherina, causando un piccolo ingorgo all’ingresso del negozio e un lieve imbarazzo nella cassiera.

Questo ragazzo, che lavora da anni nella ristorazione, mi ha fatto capire quanto sia difficile modificare i propri ritmi di lavoro e sottostare alle regole, ai divieti, alla nuova versione della normalità.

Parlava lentamente, a un tratto ha detto che in realtà, fino a ora, aveva fatto quel lavoro ma adesso non sapeva ciò che fosse veramente il suo talento (“non so cucinare, diceva, eppure ho sempre lavorato in un ristorante”).

Mi ha guardato negli occhi, prima di spostarsi definitivamente dall’ingorgo, e mi ha detto: “Sai, ho capito che finora me la sono sempre cavata, ma in realtà, se mi chiedessero, non saprei dire che cosa so fare bene”.

Sono uscita dal supermercato e il cielo livido prometteva nuova pioggia. Ho pensato profondamente al significato di quella frase e ho pensato che nemmeno io so fare nulla veramente bene, me la cavo e spesso nemmeno in modo così brillante. Ma credo che la vita, in fondo, sia il luogo di questa mediocrità in cui si galleggia, senza spesso trovare la via. E, a volte, non basta una vita per capirlo.

Questa cosa mi ha rattristata.

Poi tempo fa è morta una persona che mi era amica. Non ci eravamo mai viste, ma ci scrivevamo da anni. Abbiamo percorso le nostre vite a distanza, ma per un piccolo tratto, impercettibile, ci siamo conosciute.

Ho continuato a scriverle messaggi per un po’ di tempo, senza risposta. Le ho voluto bene, per quanto valga.

Ho cercato di essere brava nel tentativo di chiudere gli occhi davanti all’evidenza. Ho mandato dei fiori, in fotografia. Chissà dove.

Non so più niente di lei.

Forse è proprio così che va la vita, quando si cerca di contrastare la corrente, quando si emerge invece di accontentarsi di galleggiare.

Fuori continua a piovere, la notte è un panno umido sulla pelle tiepida.

In tv c’è un documentario sulla prima guerra mondiale con immagini a colori. Sembrano così vere e vicine da far impressione.

Ma questa è un’altra storia.

Ultima sigaretta. Rileggere Svevo in quarantena.

Oggi, 2 Febbraio 1886, passo dagli studii di legge a quelli di chimica. Ultima sigaretta!!». Era un’ultima sigaretta molto importante.” Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”

Ultima sigaretta. U.S. 

Con queste parole Zeno, nel famoso romanzo di Svevo, ricopre i muri della stanza, che alla fine andrà nuovamente tinteggiata. Oltre il danno, la beffa.

L’altro giorno, non so più nemmeno quale, tanto queste giornate di quarantena tendano a somigliarsi tutte, interrogavo su Svevo i miei ragazzi di quinta via Skype proprio loro ribadivano quanto i suoi romanzi possano ancora parlare all’uomo di oggi.

Tra problemi di connessione (Prof non la sentiamo! Ci vede? Non si senteee!) e risate spontanee (Alfonso Nitti che per un allievo diventa un fantomatico Renato, un papà che ha deciso di giocare al muratore proprio mentre sto interrogando il figlio, l’aria di stupidera che ci circonda) molti studenti mi hanno detto di riconoscersi in alcuni atteggiamenti dei personaggi, in quella “Senilità” di Emilio Brentani appunto, che spesso li immobilizza in un “vorremmo fare tutto e non facciamo niente”, per dirla alla Gogol. 

E poi c’è l’ultima sigaretta. “L’ultima sigaretta ha un sapore diverso dalle altre”, dice giustamente una ragazza, “ma poi lui non smette mai, come se non riuscisse a smettere di smettere”. “Io sono così” dice un altro.

Io li guardavo, rapita, nel sole del primo pomeriggio, appassionarsi a quell’ultima sigaretta come se si aggrappassero a uno scoglio, facendolo loro.

Non è proprio questo il senso della grande letteratura? Un riconoscersi, un abitare?

Letteratura come casa, come luogo di identità e di mondi. “Letteratura come vita”, diceva il saggio.

“Come quando non vuoi più scrivere a qualcuno e alla fine gli/le scrivo lo stesso, più o meno così, prof?”

La nostra vita è piena di ultime sigarette, ma mi chiedo se si smetta mai di smettere qualcosa per riposarsi un po’.

Le interrogazioni sono andate bene, Svevo ha parlato a tutti loro, in modo diverso, e così, ripagata dal lavoro svolto, ho messo su un po’ di musica.

È una questione di qualità, è una questione di qualità, è una questione di qualità

O una formalità non ricordo più bene, una formalità

Come decidere di tagliarsi i capelli

Di eliminare il caffè o le sigarette

Di farla finita con qualcuno o qualcosa

Una formalità, una formalità, una formalità

O una questione di qualità.” 

Ecco, il succo della mia giornata lavorativa, e forse non solo di quella, probabilmente sta tutto qui.

Girare in tondo

Ad un certo punto della sua vita, mio padre prese un’abitudine bizzarra. Si inventò, da un momento all’altro, una sorta di rituale: ogni giorno percorreva, in tondo, più volte, l’isolato posto intorno a casa nostra. 

Due volte al mattino, una volta o due nel primo pomeriggio, a seconda dei giorni. Dopo una certa ora, riduceva il diametro del suo percorso e girava intorno alla casa. 

Con la precisione delle ossessioni, ripeteva la sua camminata con cadenza regolare. Curvo, con le mani giunte dietro la schiena e le scarpe troppo grandi, lo potevi incontrare a orari precisi, sempre nella stessa direzione. Mai un metro di più, o di meno.

Camminava. Continuamente, in modo estenuante.

Il suo era un esercizio di pazienza, o di follia, un modo di riempire il tempo con un’operazione necessaria, una cura al vuoto delle ore.

Noi lo guardavamo con un misto di fastidio e preoccupazione. Era strano, ma alla fine ci eravamo abituati.

Ci pensavo pochi giorni fa, mentre percorrevo un breve tragitto intorno a casa mia, come una criminale che teme di essere scoperta da un momento all’altro, in questi strani giorni pandemici.

Mio padre aveva conosciuto l’isolamento prima di noi. Se l’era imposto, ci abitava, lo costruiva con i suoi passi. Lo ha fatto per anni.

Camminavo nella strada deserta e, a un tratto, ho incrociato la sua via. Molto spesso, in passato, mi è sembrato di percepire la sua ombra veloce, in un attimo, passando in auto all’imbrunire.

Ogni volta mi sembrava che, da un momento all’altro, avrei potuto incrociarlo appena svoltato l’angolo.

L’altro giorno no, non è apparso dietro la curva, perché ora sono io mio padre. Ho ereditato quel rituale bizzarro in questo tempo malato, senza volerlo.

Camminavo e una strana malinconia mi ha invaso, simile alla tenerezza, per un mondo che mi sembra irrimediabilmente perduto.

Ho affrettato il passo e, quando sono tornata, ho percorso alcuni giri intorno all’edificio, casa mia. Ho sorriso, d’istinto. 

La sera, poi, è scesa come un velo bluastro. C’era un silenzio profondo. Poco dopo mi è arrivato un messaggio che mi ha fatto sentire importante e mi è sembrato di non avere camminato sola.

 

Una poesia

In questi giorni mancano le parole. Io ne ho trovate alcune e ho scritto questa poesia.

Ore rinchiuse

in spazi bianchi, sole.

Allarme rosso, 

una passione inversa,

come il deserto 

che avanza ostile,

in questi giorni in cui

il vivere e il morire 

sono il metro di tutto, 

a un metro da tutto.

Il mondo è un brutto 

sogno fatto in fretta,

la vita un riflesso,

un’abitudine persa, 

la noia 

già un rimpianto.

La distanza

ci assorbe parole 

e pensieri.

Il futuro è

un messaggio

sospeso, un partito preso,

immobile, delle cose.

Manuela Bosio, marzo 2020

Dimenticare Staglieno, o no.

“Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.” G. Caproni

Entro a Staglieno una domenica fredda di febbraio, verso mezzogiorno. Mentre l’opinione pubblica inizia a occuparsi con insistenza di virus e pandemie e consiglia a tutti di allontanarsi dai luoghi affollati, io scelgo il deserto cimitero in un’ora piovosa.

Il cielo plumbeo tocca le mura di cinta, un’ombra umida mi accoglie, anzi sembra respingermi, con quell’aria ruvida che ha un po’ tutta la città. L’intonaco scrostato dice che sono arrivata dove volevo, mostrandomi delle fioriture vive e importanti.

La prima volta che ho visitato il cimitero monumentale di Genova ero una bambina. Ricordo una giornata estiva, satura, di sole. Ero con mia madre e un gruppo di altre persone, rumorosi partecipanti a una gita della parrocchia, proprio quella che si attendeva tutto l’anno, e che per molti di noi era l’unica occasione per viaggiare e uscire dalla vita consueta.

L’itinerario: porto, città, cimitero. Ho un’immagine soffusa di quel giorno appiccicoso di fine agosto che mi ha accompagnato per molto tempo.

Soprattutto, conservo e ricordo l’inquietudine. Un luogo ombroso, un grande corridoio pieno di statue nere e un tempio, in cima a una scala ripidissima. Poi, ancora, la tomba di Mazzini in un bosco, la sensazione di oppressione per quell’immensa distesa di fiori, subito passato il cancello, e la consapevolezza di trovarci di fronte a un funerale reale, di alcuni giovani, che si dipanava di fronte ai nostri occhi quasi volgare, come sa essere spesso il dolore. Erano, se ci penso, gli anni delle “stragi del sabato sera”.

Per molto tempo, la memoria di quella giornata mi è tornata alla mente a frammenti, schegge, e per anni, regolarmente, le scale e quel tempio hanno fatto capolino nei miei sogni.

Da un po’ di mesi mi è venuto, forte, il desiderio di tornarci, forse perché amo i luoghi tristi, ma soprattutto per dimostrare a me stessa che quell’inquietudine bambina era veramente esagerata, che le statue non erano nere, che tutto era un gioco nella mia testa.

Entro, quindi, a Staglieno una domenica di febbraio all’ora di pranzo.

Fuori dalla cinta muraria, sulla strada antistante, un ragazzo cinese con un cartello di cartone cerca di fare l’autostop. Sul cartello c’è scritto “Rap-allo” con “allo” a capo. All’uscita sarà ancora lì, sotto una pioggia finissima e insistente.

Prima dell’ingresso, gli stessi banchi di fiori presenti nel mio ricordo, ma più piccoli, meno fitti. Un venditore chiede se voglia dei fiori e io scuoto la testa, mentre mi avventuro all’interno.

Dentro, tutto come l’avevo lasciato. Un porticato ombroso con tombe ornate di sculture, alcune più stilizzate, altre oscure, molte meravigliose. Le statue marmoree sono molto impolverate, come se il tempo avesse protetto le superfici e le avesse soffocate con una coltre spessa, costringendole alla fissità.

La luce non è delle migliori, mi avvicino ad alcune statue e le lapidi del pavimento scricchiolano in modo sinistro. Un mondo di costruzioni parallele al portico principale rivela una realtà di morti via via meno importanti, che reduplica la società dei vivi. Palco, platea, galleria.

Cerco alcune delle statue più famose e mi imbatto invece nel regno dei piccioni, tra nicchie inesplorate e buie. Incontro due persone, tre. Una prega su una tomba recente.

Un angelo addolorato apre le ali sulla tomba più bella e commovente. Salgo su una scaletta arrugginita che mi dà le vertigini. La luce è scarsa, il cielo è gonfio, ma almeno ha smesso di piovere. I piccioni volano tra gli archi, veloci.

Raggiungo il Pantheon e le sue scale. Nei sogni mi sembrava più imponente. Quando entro nel quadriportico superiore, ancora più ombroso, mi coglie strisciando un senso di nausea, un abbandono. Le statue si fanno sempre più oscure, una fanciulla danza sinuosa con la morte. Mi soffermo a guardare tutte quelle porte, mi inquieta quella socchiusa, non siamo più abituati a pensare che quello spiraglio sia sempre aperto.

La morte non esiste più, diceva Bianconi in un pezzo di qualche anno fa, o no?

Salgo nel giardino che ospita le tombe dei patrioti, finalmente si rivede un po’ di cielo. Una salita tra i cipressi odorosi di foscoliana memoria mi accompagna al sepolcro di Mazzini, quando, all’improvviso, il silenzio naturale del luogo viene spezzato da un boato, un microsisma che fa tremare la terra.

La Lazio ha segnato contro il Genoa. E mi viene da pensare quanto sia particolare, o forse del tutto normale, che il mondo dei vivi si incontri ancora, e così vivacemente con quello dei morti, come se un qualcosa continuasse a fluire, senza sosta.

Mi inerpico sulla collina bruna e umida degli eroi dell’Unità, ci sono Mazzini, Bixio e Novaro e chissà quanti altri sbiaditi, dimenticati.

Il senso di oppressione sorto nel quadriportico torna a farsi sentire, ma io voglio vedere l’Angelo, l’angelo di Monteverde. Voglio portare a casa questa visione.

Non torno indietro ripercorrendo la strada dell’andata, mi fido della mappa. Scendo in uno stretto corridoio in cui i loculi, alcuni vuoti, alcuni in rovina, sono puntellati da un’impalcatura.

All’improvviso, un gatto si profila all’orizzonte, come disturbato dalla presenza umana. La nausea e l’inquietudine si fanno sempre più presenti quando, per cercare l’angelo, mi imbatto nel locale, modernissimo, del crematorio. Ecco, la morte “vera” torna a fare capolino. Indietreggio, ma mi accorgo che sono finita in una parte diroccata del luogo, le croci spaccate, le lapidi rotte, probabilmente sto calpestando qualcuno…

Cerco l’uscita. Bisogna scendere due rampe di scale ma le mie gambe sembrano paralizzate. Il senso di nausea mi pervade. Ho il capogiro.

L’Angelo di Monteverde, questa volta, può aspettare.

Mi dirigo verso la tomba di De Andrè, ma non sono più concentrata. È ricominciato a piovere, ho il fango sulle scarpe e uno strano silenzio nel cuore.

È passato tanto tempo e quell’inquietudine, invece di dissolversi, è aumentata. Non è il luogo, sono io.

Quando esco il cielo è ancora più cupo e soffia un vento cattivo. Salgo in macchina in silenzio, ascolto le notizie alla radio, ignara che stia iniziando un periodo complicato.

Tornerò, sicuramente in un giorno di sole.

Cieli rosa

Insomma, stamattina c’era un’alba bellissima, rosa.

Speravo che il mio percorso in auto finisse presto per poter osservare direttamente quel cielo.

Poi mi sono accorta di essere incantata dal riflesso di quel cielo rosa sulla sagoma della mia auto, nel parcheggio della scuola.

Ecco come va la vita, a volte.

Piangere in spiaggia (ancora)

Stasera spulciavo un po’ tra le mie sudate carte (immateriali) mentre cercavo disperatamente la cartella che aveva dentro un film che volevo proiettare in classe ma che pareva irrimediabilmente perduto. A un tratto ho trovato un file dal titolo “piangere in spiaggia”, un racconto che pubblicai sulla rivista “Abbiamo le prove” nel maggio 2014.

Sono andata a cercarlo nella rivista, ma sembra che non ci sia più. Lo lascio qui per chi non lo avesse mai letto.

“Era la fine dell’estate.

Un’estate calda che ricorderò sempre.

L’estate in cui percorsi in lungo e in largo la Sicilia con un pulmino ed eravamo spensierati come non saremmo mai più stati.

L’estate in cui la mia famiglia fu flagellata da una gastroenterite che mi risparmiò, in cui fui infermiera e mia sorella si trasferì a casa mia “per essere più tranquilla”e io un giorno la caricai in macchina con il suo bambino e il suo borsone e li riportai a casa perchè non ne potevo più di averli lì.

L’estate in cui il mio professore, ammalato da tempo mi telefonò e mi propose di seguirmi per la tesi. Mi richiamò all’ordine, insistendo, non sapevo perché, affinchè mi mettessi a lavorare subito. Mi diede qualche dritta e mi disse: “Ci rivediamo a settembre, tu scrivi, leggi e portami qualcosa”. Torino era una conca disperata di asfalto e calore, abbandonata dal traffico e dalla gente. Luglio 2006.

L’estate in cui lessi e studiai e scrissi tanto, aspettando settembre.

L’estate in cui comprai un prodotto autoabbronzante che mi diede un colorito quasi irreale. La mia pelle come un dipinto ad olio.

Poi era giunta la fine di quell’estate e avevamo progettato di andare ancora un giorno al mare.

Il cielo era ancora carico d’afa e di sole. La terra portava le cicatrici di una siccità prolungata.

Facevo lunghissimi giri in bicicletta, con la musica nelle orecchie.

Ero felice e non sapevo nemmeno perchè.

Mi ero comprata un paio di sandali arancioni con un fiore imbarazzante, che mi slanciavano e mi facevano sentire sicura in quel clima di vacanza prolungata.

Era il due settembre.

Considero da tempo settembre un mese decisivo, per le scelte e il destino degli anni. Un capodanno camuffato che sostituisce la realtà alle molli illusioni, come se i mesi precedenti fossero una parentesi trascurabile dell’esistenza, un modo per scappare da noi.

La sera prima di partire ricordo in modo pungente e vivo che mi dilettai a fare un deciso scrub per eliminare i segni di quell’abbronzatura innaturale. Sfregavo, sfregavo, la pelle scivolava via come i giorni bellissimi che l’avevano illuminata. L’acqua faceva il resto. Veniva via tutto, se penso a ciò che stava succedendo in quel momento mi sembra un amarissimo richiamo simbolico. – Il Simbolismo ci ha rovinati, lo penso spesso.

Il mattino caricammo l’auto di borse da mare, di teli di spugna colorati che profumavano di bucato. Partimmo, i sandali arancioni ai piedi, il costume nero annodato sotto la maglietta. Un caldo soffocante.

Dopo alcune ore di viaggio, ecco: la sistemazione in spiaggia, la scelta di ombrellone, lettino, il rito della crema, il mare increspato, il cielo giallo e fermo.

Non ero tranquilla. Mi rigiravo sul mio lettino, non mi piaceva la gente, avevo la gola secca.

Mi convinsi a fare il bagno ed era bello lasciarsi asciugare dal vento, come mille altre volte.

Guardavo le goccioline evaporare, ignara.

“Manuela, c’è il tuo professore, sul giornale”

“davvero, dove? dammi” Ricordo che fissai la pagina cercando il riferimento ad un saggio, a una conferenza, un aggancio con l’Universo letterario consueto.

C’era la sua foto e un titolo. “Tradizione significa guardare avanti” ricordo che dissi “che bello”.

Era morto.

Era morto la sera prima.

Era morto e non me l’aveva detto.

Era un uomo anziano e ammalato, lo so. Non era un  parente, non era un amico, un fidanzato, non era niente. Ma piangevo.

Apparteneva ad un mondo inconsueto, vicino ma lontanissimo, per cui non avevo previsto  la possibilità della morte.

Ricordo poco di quel momento.

Solo che mangiavo un ghiacciolo.

Solo che piansi.

Disperatamente, convulsamente.

Piangevo e non riuscivo a spiegare. Piangevo e il ghiacciolo colava sulle mani.

Al limone.

Non poteva essere vero.

“Ci vediamo a settembre. Tu scrivi e leggi e studia”

Io avevo scritto e letto e studiato. E adesso non serviva più a niente.

Piangevo e cercavano di consolarmi. E io non volevo.

Improvvisamente la spiaggia si era fatta stretta, curiosa.

Tutti volevano sapere, tutti borbottavano, mi guardavano con stupore, alcuni parevano scuotere la testa.

Immagino le ipotesi. Sentivo gli sguardi e le parole appiccicarsi come la sabbia nelle pieghe, m’invadevano e ronzavano intorno in quel momento in cui mi era esplosa dentro la vita nel suo rovescio.

D’un tratto si avvicinò una signora e chiese: “Che cos’ha?”

“E’ morto un suo professore”

Si allontanò stranita. “E allora…”

Nessuno capì. Telefonai all’unica persona che avrebbe capito.

Parlammo poco, singhiozzai. Sentivo che in quel momento non mi interessava nulla, nemmeno confrontarmi, solo piangere.

La gente della spiaggia era infastidita da questa ragazza in costume che aveva rotto il velo afoso della fine estate con il suo pianto scomposto, quasi volgare. Ebbi una reazione esagerata, non avevo ancora le dosi del dolore.

Piangere in spiaggia, neanche per un amore, o per un amico, poi, che cosa stupida.

Dopo un po’ mi calmai, ma ormai la giornata era andata.

Ricordo che avrei voluto tornare a casa, lavarmi via la sabbia dal corpo e strofinare in profondità, limare quell’escoriazione che era dentro, ma sentivo in superficie.

E invece c’era ancora la passeggiata, la cena di pesce, i “perchè non mangi?”, gli “eh, dai, non fare così”, la gente che guardava il cane bastonato che ero.

In quel preciso momento era finita l’estate.

Andai al funerale, ricominciai a studiare, scrivere leggere, iniziai anche a lavorare in un piccolo asilo di paese. L’anno dopo mi laureai, cambiai lavoro. Vissi altre estati, altri settembre.

A volte ho pensato a quel giorno, alla pelle che si staccava e cadeva nella vasca, all’acqua che la trasportava giù. A qualcuno che in quel momento moriva. A una ragazza col costume nero che piangeva in una spiaggia affollata.

Alcuni anni dopo, otto anni dopo, oggi, precisamente, compresi una cosa, crudele forse, ma vera.

Quel giorno che piansi in spiaggia non piansi per lui, piansi per me.

Per me.

Era finita l’estate.

Da quel giorno tutto sarebbe stato più difficile, intenso, più vero.

Per questo, forse, odio chi mi rimanda a settembre.”

Liquida

Piove da giorni. Il sole sembra un ricordo vago, una sensazione piacevole che portiamo nelle ossa, sulla pelle. Un risveglio piacevole, un abbraccio.

Da alcuni giorni fatico a dormire. Non è la prima volta che mi succede, ma questo evento si presenta ogni volta in un modo diverso, si perfeziona, negli anni, assume forme più pure, più secche. Accade, anche senza una causa precisa.

In queste notti, in cui il sonno non arrivava, ho ascoltato la pioggia e ho pensato alle storie che forse dovrei veramente scrivere, che galleggiano in quel brodo che è il dormiveglia, in cui si accostano rapidi i giorni, i sogni, le persone che ho conosciuto e quelle che non vedrò più, o mai, i desideri, le cose che ho già detto e quelle che non ricordavo di ricordare.

Poi, quando mi addormento, mi dimentico. Mi dimentico di tutto, anche di me stessa, fino al mattino.

Una di queste notti ho sognato di precipitare in un fiume, con l’auto (forse influenzata dagli ultimi eventi meteo) e mentre cadevo e toccavo l’acqua capivo che non avrei potuto fare nulla, e allora, invece di lottare, mi abbandonavo, ma a una sensazione quasi piacevole, di pace.

Liquida, come certi pensieri.

Al risveglio non mi ricordavo nulla. Solo oggi, passando su quel ponte e vedendo le acque impetuose, mi è venuta in mente questa, che non è altro che una mia fobia infantile, legata all’acqua e alla vertigine.

Liquida, come la paura.

Intanto, la pioggia si è mangiata viadotti e strade, ha rosicchiato gli argini e si è liberata con tutta la sua forza sull’inquietudine di questi giorni.

Acqua battente anche in questo momento, su questa sera che si posa pesante sulle case, sugli occhi.

Liquida, come me.