Notte prima degli esami

Ricordo perfettamente la notte prima del mio esame di Maturità.

Un martedì caldo e lento, l’ultimo sguardo al cielo dal balcone di casa mia, un sospiro e mia madre che mi dice di andare a dormire.

Il mattino dopo, un mercoledì luminoso di giugno, sarei arrivata per la prima volta non puntuale a un appuntamento, perché alla mia amica S., anche lei maturanda, non era suonata la sveglia.

E via alla prova. Scelsi il saggio breve sul “Male di vivere”, perché non conoscevo la poesia di Saba.

Ecco tutto.

Ricordo ancora l’emozione della notte prima di quella prova e, soprattutto, la sensazione opaca che di lì a poco qualcosa sarebbe cambiato.

In quel “qualcosa” c’era tutto.

Oggi, molti anni dopo quella notte, penso a mia nipote B., che si affaccia alla vita come mi affacciavo io in quei giorni.

E penso ai tanti ragazzi che ho incontrato in questi anni, che a volte incontro per caso, sempre con piacere.

Auguro a loro quel brivido che provai quella sera di tanto tempo fa.

In questo giorno per me particolare, in cui ho discusso il mio anno di prova, rivivo acute e forti queste sensazioni, ma questa volta definitivamente dall’altra parte della cattedra.

Per molti questa sarà una notte insonne. Mi piacerebbe chiudere gli occhi e essere per un attimo là, nella mia.

In bocca al lupo a tutti.

Annunci

La catena.

L’altro giorno sono andata in gita al lago. Sul pullman, una collega chiedeva a me e ai ragazzi vicini che qualità avrebbero desiderato avere al massimo grado.

Le risposte, varie, dal saper parlare tutte le lingue del mondo, al saper danzare benissimo, al saper disegnare perfettamente.

Io pensavo. Non sapevo veramente cosa rispondere.

Saper parlare, saper convincere. Conoscere la bellezza e saperla diffondere, farla amare in quanto tale. Ecco la mia risposta.

La bellezza, la parola. Due beni che per me hanno contato sempre tanto. Forse troppo.

Ero al lago e pensavo che tre anni fa ero lì e il giorno prima avevano seppellito mio padre, e io non avevo pianto.

Mi ha preso un senso di vertigine e smarrimento. Ero in un bar e ho iniziato a sentire il cuore battere all’impazzata, il respiro strozzato. Sono uscita.

L’aria era gonfia di pioggia e lì, proprio quando era tardi, proprio quando tutti avrebbero potuto vedermi, ho pianto.

Ma anche questa volta, ho pianto per me.

Perché ho dato importanza alla bellezza e alle parole. Che non sono tutto, che forse sono niente.

Il cuore batteva ancora.

Saper parlare, convincere. Saper far amare ciò che amo. Ecco cosa ho risposto.

Forse sarebbe meglio saper ballare e disegnare, ché le parole sono infide, scivolose, taglienti.

La pioggia ha iniziato a farsi battente. Le ferite aperte bruciavano di un nuovo dolore.

Ma i ragazzi cantavano. E io li ho ringraziati di quel canto, di insegnare, loro, a vivere, a me, senza nemmeno saperlo.

Il giorno dopo un ragazzino mi ha detto: “Prof, ma in gita lei ci ha lasciato anche liberi, non credevo.”

E io mi sono stupita: “Sai” gli ho detto “hai presente i cani alla catena? Alla fine vogliono slegarsi e andare. Io preferisco non mettervi la catena. Questa si chiama responsabilità.”

Dovessi rispondere oggi a quella domanda forse direi che la cosa che vorrei avere è questa: saper insegnare alle persone a crescere, a diventare grandi.

Ma forse un po’ lo sto già facendo. Ci provo.

E il cuore batte ancora, “povero untore”.

Di che pianger suoli?

Stamattina mi sono buttata.

Avevo la classe alle prime due ore, le più tragiche per sonno e conseguenze del weekend.

Il canto di Ugolino. Il più horror, il più splatter che Dante consegni al lettore, o quasi. Inizio a spiegare sperando che la classe tutta maschile, oggi, venga attirata dai particolari più oscuri della storia.

Il ghiaccio, il morso, il divorare, l’asciugarsi la bocca con i capelli del nemico. Dante l’ha scritta proprio così, ce la consegna intatta nel suo orrore e vedo che qualcuno storce il naso. Qualcuno rimane a bocca aperta, ma questa volta la maggior parte ascolta, vuole sapere come è andata.

Ogni volta in cui leggo Dante scopro qualcosa. L’Inferno accende in me una sorta di nostalgia per la bellezza e una passione che spero di trasmettere in grani a chi ha la sorte di avermi davanti.

C’è una serie di versi, in questo canto, su cui mi fermo sempre e sempre mi illumina. Ugolino si rivolge a Dante dopo avergli raccontato del sogno premonitore in cui si prefigurava la sua morte e quella dei figli.

Si gira verso di lui e lo ammonisce:

Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli

pensando ciò che ‘l mio cor s’annunziava

e se non piangi, di che pianger suoli?”

Già. Di che pianger suoli. Guardavo i visi dei ragazzi e capivo che qualcosa, un minimo, per un istante, avrebbe, aveva scosso anche loro.

Le lacrime, questo grande mistero. Chissà se piangono, mi sono chiesta, e per cosa. Chissà per quanto continuerò anche io, a piangere, e se ci sia un’età in cui si smetta definitivamente, oppure se tutto continui infinitamente a trasformarsi.

Ugolino ammonisce Dante e si arriva al racconto della morte dei figli e del presunto cannibalismo. I più sbruffoni ridono, nessuno è distratto.

Qualcuno mi chiede come mai non sia stata girata una versione cinematografica “significativa” della Commedia, o un horror dedicato all’episodio in questione.

La drammaticità della storia li colpisce, rimaniamo per pochi istanti bloccati nel ghiaccio anche noi, immobili nelle lacrime che non abbiamo.

A volte la letteratura riesce a fare miracoli.

Poi, la campanella, l’intervallo, la vita che va.

“E se non piangi, di che pianger suoli?”

Il divano

Ci sono persone per cui le cose sono solo cose.

Poi, ci sono altre che vedono nelle cose un’anima, un ricordo, la trama confusa di eventi o qualcosa di simile.

Oggi io e mio nipote abbiamo trasportato nel giardino un divano, il divano che ha occupato la cucina di mia madre per circa quindici anni.

Domani finirà in discarica, come si conviene a un vecchio complemento d’arredo.

Questo divano nel giardino ha posto le basi dell’ilarità generale. Ci siamo seduti, ci siamo scattati foto ridicole, sapendo che quell’oggetto da domani non sarà più con noi.

Le cose sono solo cose.

Poi ricordo.

Su quel divano ho rimproverato per l’ultima volta mio padre di simulare un soffocamento, nell’ennesimo “al lupo al lupo” della vita di un ipocondriaco (mio padre che sarebbe morto quattro mesi dopo per insufficienza respiratoria, vera.)

Mi sono seduta lì soprattutto dopo la sua morte, sempre con un po’ di timore. Quello era il suo posto, e di nessun altro.

Quel divano originariamente verde che era poi diventato rosso, con il tempo, era diventato ormai liso, ingombrante.

Ora aspetta di andarsene per sempre.

Vederlo in mezzo al prato mi fa sorridere e mi mette un po’ malinconia.

Ma, avrete capito, per me le cose non sono solo le cose.

Certe volte

Certe volte, ad esempio stamattina, penso a questo luogo con profonda nostalgia.

Nato alla fine del 2011, questo blog è il luogo in cui posso leggere l’evoluzione della mia esistenza, dalla ragazzina che aveva “il vizio di scrivere” a quello che sono diventata.

Molto spesso credo che questo luogo non abbia più ragione di esistere. Sono successe tante cose, in questi anni, per cui la leggerezza di certe immagini e di certi post non pare più ripetibile, mi atterra in una sorta di imbarazzo che, se avessi fogli a disposizione, brucerei tutto.

Forse non ho più niente da dire, forse ho detto tutto quello che potevo.

Non saprei.

So solo che tornare qui spesso mi costa fatica, la fatica dei ritorni in luoghi in cui si è stati molto felici o molto infelici.

E io sono stata entrambi.

Stamattina, leggendo in classe il II dell’Inferno riflettevo sul sentimento di chi desidera tanto qualche cosa e poi, in vista dell’obiettivo, si blocca e si lascia impaurire.

C’era un raggio di sole che si infilava dal vetro agli occhi e pensavo a quanto abbiamo ancora da imparare.

Lontano, c’era la vita degli anni che ci hanno solo sfiorato o ci hanno cambiato, i treni persi e quelli presi all’ultimo.

Certe volte penso che sia ora di chiudere questo posto e stare un po’ in silenzio.

Altre volte ci ripenso.

Chissà.

Didone

Stamattina spiegavo la storia di Enea e Didone.

La spiegavo e mi struggevo per Didone abbandonata, nel mattino di dicembre.

Poi un ragazzino mi ha guardato sospirando e ha detto: “Be’, leggendo questo brano uno si fa subito un’idea di cosa sia l’amore.”

Io ho sorriso. Ma ero anche molto triste.

Didone, mi dai sempre grandi soddisfazioni. Ogni volta.

Ci vuole orecchio. (Sulla poesia e altri miei deliri mattutini).

(Da alcuni mesi, come saprete, ho cambiato ordine di scuola. Sono tornata a insegnare Italiano e Storia ai ragazzi un po’ più grandi e, nonostante le difficoltà, il mondo al rovescio e le cavallette, posso dire di esserne felice.)

Un mattino come tanti, il gelo alla finestra e un raggio di sole dritto negli occhi dei ragazzi seduti al primo banco, parlavo di poesia.

Uno scandalo, certo. Parlare di poesia nel 2017, ancor più vicino alle feste di Natale, in un Istituto professionale.

Parlavo e parlavo e poi mi è venuto questo pensiero. La poesia è come una lingua, una lingua spesso straniera ai più. Tu puoi leggerla, studiarla, come si studia la grammatica di una lingua, e questo è sicuramente importante. Tuttavia non basta. Come per l’idoma staniero è necessaria l’immersione, la pratica e l’ascolto, anche per la poesia è necessario immergersi nel flusso, lasciarsi andare. Bisogna “sentire”. Per la poesia serve orecchio.

Parlavo e parlavo e alcuni ragazzi si stiracchiavano, alcuni annuivano, il raggio di sole ora accecava me, quasi a rimproverarmi.

Qualcuno scuoteva la testa, ricordandomi che la poesia non serve a nulla, e io sfioravo in modo vago quel concetto per cui la poesia è l’oggetto che è cambiato meno da Omero in poi, che nel suo essere fuori moda è sempre attuale. Che la bellezza serve, caspita.

La bellezza. Sempre.

L’ora è finita, poi anche la giornata.

Ma quel pensiero è ancora lì, per loro.

Per me.

I racconti della notte

I racconti della notte

sono pieghe di lenzuola,

la voce bassa

delle parole irripetibili,

i desideri chiusi in gola.

Sono le ore di sonno perse

a spiegare alla pelle

la lingua delle mani,

le menzogne del tempo

che passa feroce

e le voglie in testa,

la sola parte di te

che abbandoni la sera

tra i capelli e la federa viola.

L’ultima immagine

prima del sonno

scioglie il mal noto divieto.

Il buio è un rumore segreto

da non rivelare.

Se ti concentri a lungo

puoi sentirci il mare.