Raboni e il Natale

Circa un mese fa, in concomitanza con le feste natalizie e la mia ormai consueta partecipazione al “Calendario dell’avvento letterario” di Manuela Ophelinha ho scritto questa cosa sul Natale e su Giovanni Raboni.

 

“Me l’ero ripromessa. Dài, quest’anno un post felice sul Natale, da regalare al bellissimo calendario dell’avvento letterario di Manuela. Su, coraggio. Ci ho provato. Ho provato a essere allegra e lieta, ma qui sopra, per tradizione, sono la guastafeste del Natale, Manuela lo sa e spero mi perdonerà.

Che poi sarebbe un errore dire che odi il Natale, solo la festa delle luci e della gioia spesso fa nascere in me qualcosa simile alla malinconia, forse un po’ più tenue.

Ed eccomi qui, ancora. Come si poteva prevedere, poi, la mia casellina parlerà di poesia.

Ho tentato di trasgredire e cercare racconti natalizi, romanzi, opere bizzarre che stuzzicassero la mia ispirazione, un po’ di colore e di allegria, e proprio mentre pensavo di averlo trovato… Ho notato che era già stato scritto!

Allora, mentre mi arrovellavo per trovare una nuova idea, ecco, tra libri e ricordi, ho fatto un tuffo nell’universo poetico, scavando nei versi e pensando al Natale.

Ho aperto una raccolta di Giovanni Raboni. Poeta milanese, classe 1932 (morto, troppo presto, nel 2004) amatissimo. “Non credo sia adatto”, ho pensato. […]

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Le storie dentro

In questi anni ho accumulato una mole di storie vissute in prima persona o solo da comparsa, che mi sono state raccontate o che ho sentito di sfuggita. Ecco, ora sono il sedimento su cui poggio la costruzione della mia esistenza, e spesso mi chiedo come facciano a non uscire. Alcune sono storie bellissime, altre solo incubi orrendi. Sono vicende che mi è capitato di raccogliere sfiorando la vita degli altri. Ogni storia un fiore, o una spina.

Un giorno, lo so, mi esploderanno dentro e sarà un disastro.

O chissà.

Magari troverò il modo di raccontarle.

Il dispiacere della lettura.

I miei studenti leggono poco o niente.

Ultimamente porto dei libri a scuola. Dei libri miei.

Poesia, romanzi, saggi.

Li lascio sulla cattedra anche quando mi preparo a uscire, nel cambio d’ora.

Qualcuno, uscendo, li ha guardati, sfiorati.

Uno ieri leggeva, al contrario, il dorso di un testo: “Eedgaar Aaalllan Poe”.

“Che paura”.

E io: “Sì, a volte è inquietante.”

“No, dicevo, che paura un libro così grande. L’ha letto tutto?”

Chissà che il dispiacere della lettura non si trasformi in piacere, per contatto visivo.

Riflessioni

Oggi percorrevo le strade quasi deserte del giovedì di provincia. Un sole arancione mi accecava e il caldo anomalo di questi giorni mi rendeva il respiro affannoso e il battito del cuore lento e pesante.

La mattinata lunga e senza risultato aveva lasciato nella mente come un ronzio fastidioso, una sorta di insetto dal brusio tenace.

“Questo settembre mi fa male”, pensavo.

Poi mi sono fermata.

Ho deglutito, sorpresa.

In effetti, penso questa cosa di ogni mese.

Perdere le parole.

A volte rileggo, a distanza di tempo, ciò che mi capita di scrivere qui o ho scritto altrove.

Ecco, riparto e rivedo testi o ricordi o riflessioni di giorni, anche anni fa e ogni volta mi succede di notare quanto, in quei mesi lontani, scrivessi meglio di ora.

Forse è un decadimento naturale, come succede ai neuroni, o, peggio, un incantesimo. Il terrore più grande è dato dal pensiero che questa tendenza peggiori di giorno in giorno e un mattino, magari grigio come questo, io mi ritrovi senza parole, incapace di scrivere o immaginare.

Perdere le parole, magari partendo dalle più complesse, come pantagruelico o splenico, per arrivare alle parole semplici, casa, torta, fino a quelle meravigliose, come bocca o corpo.

Quando perderò la parola “siderale”, be’, forse sarà tutto finito.

Ma non ci voglio pensare.

Povere rose

C’è qualcosa nella fine dell’estate, non so bene che cos’è, e non riesco a respirare.”

In questi anni di insegnamento mi sono accorta di avere sviluppato alcuni tic, quelli che di solito gli studenti più perspicaci comprendono per poterli usare in tua assenza, io lo avrei fatto, che mi fanno un po’ sorridere, un po’ inorridire.

Piccoli rituali, come l’entusiasmo per alcuni particolari, anche minimi, delle spiegazioni-fiume che spesso partono con un obiettivo e mi portano altrove.

Mi ricordo l’ossessione per la Battaglia di Sedan in una quinta di qualche anno fa, la “passione” per la peste, l’emozione per Didone abbandonata da Enea, la furia smodata per il “misi me” del canto di Ulisse.

Ci pensavo stamattina, quando spigavo la golpe e il lione di Machiavelli e sarei stata ore a parlare del “simulare e dissimulare”. Ma faceva troppo caldo, e allora ho continuato per un po’ a parlare e poi mi sembrava stessi perdendo la voce. E sudavo.

Mi sono interrotta un attimo e ho chiesto alla classe se sentisse anche così forte quel calore opprimente.

Un ragazzo mi ha detto: “Secondo me non è normale.”

Già, non lo è.

Pensando a questo mio cedimento, anche di fronte alla passione e ai miei tic, sono andata a casa di mia madre. In giardino, era in corso una lotta per combattere degli strani vermi, simili a millepiedi, che sembra stiano divorando tutte le rose della zona.

Divorare le rose. Che grande passione, distruttiva.

Povere rose.

Povera me.

Primi giorni

Stamattina sono arrivata un po’ prima al lavoro. Ho percorso la strada panoramica che porta fino in collina, e mentre salivo, le nuvole basse e il clima già autunnale, mi sono ricordata del mio primo giorno di scuola delle Superiori, proprio in quei luoghi, tanti anni fa.

Il clima, le nuvole, ogni cosa mi ricordava quel mattino. Non mi piacque nulla, dal vecchio professore che ci lesse il regolamento di istituto, alla serietà dei docenti delle ore successive, al senso di oppressione che l’edificio, un ex monastero, trasmetteva, con i suoi locali immobili, fermi ad un passato lontanissimo, quasi lugubri.

Pensavo, osservando quel luogo dopo tanto tempo, che sono cambiata molto e pochissimo da allora.

Ancora oggi temo i cambiamenti.

Ancora oggi mi infastidiscono i regolamenti.

Ancora oggi ho l’ansia dei primi giorni.

A volte mi sembra che la mia vita sia ferma sempre alla corda di quei primi giorni che ogni anno si rinnovano, in fondo così diversi da sembrare uguali. Di essere sempre nel luogo sbagliato in un momento pessimo. In questo modo, coltivo la curva di una nostalgia perenne, spesso per situazioni e occasioni forse solo immaginate.

Poco distante da me, un anziano camminava, godendosi il paesaggio. Sono scesa dall’auto e l’aria era fresca e umida, sapeva di pioggia.

Ho smesso quei pensieri e sono andata incontro a un nuovo primo giorno.

 

 

Quelle volte

Quelle volte in cui non dormo, cioè quelle volte in cui sono a letto e non dormo, mi succede, anche se sono tranquillissima, di iniziare a deglutire con fatica, come se l’aria iniziasse a farsi sempre più scarsa.

Quelle volte, le volte in cui non dormo dico, mi vengono in testa certe storie, certe frasi o versi di poesie bellissimi, che bisognerebbe alzarsi e appuntarseli. Vivono personaggi incredibili e racconti interi con incipit meravigliosi.

Poi mi addormento.

Quando mi sveglio mi dimentico completamente il momento in cui ho preso sonno. E chissà dove sono finite le storie della notte prima.

Ho deciso, ecco, in una di queste notti, che un giorno pubblicherò tutti i romanzi che non ho scritto.

L’indovinello di Varsavia

Un po’ di tempo fa, durante un’interrogazione, un ragazzo ha ripetutamente confuso il famoso “Indovinello veronese” con un ben più fantasioso “Indovinello di Varsavia”.

E io che lo ascoltavo, così convinto, ad un certo punto l’ho interrotto dicendogli: “Non esiste l’indovinello di Varsavia, anche se sarebbe bellissimo esistesse.”

Ero seria.

A volte, anche da errori palesi, può nascere un’idea.

Notte prima degli esami

Ricordo perfettamente la notte prima del mio esame di Maturità.

Un martedì caldo e lento, l’ultimo sguardo al cielo dal balcone di casa mia, un sospiro e mia madre che mi dice di andare a dormire.

Il mattino dopo, un mercoledì luminoso di giugno, sarei arrivata per la prima volta non puntuale a un appuntamento, perché alla mia amica S., anche lei maturanda, non era suonata la sveglia.

E via alla prova. Scelsi il saggio breve sul “Male di vivere”, perché non conoscevo la poesia di Saba.

Ecco tutto.

Ricordo ancora l’emozione della notte prima di quella prova e, soprattutto, la sensazione opaca che di lì a poco qualcosa sarebbe cambiato.

In quel “qualcosa” c’era tutto.

Oggi, molti anni dopo quella notte, penso a mia nipote B., che si affaccia alla vita come mi affacciavo io in quei giorni.

E penso ai tanti ragazzi che ho incontrato in questi anni, che a volte incontro per caso, sempre con piacere.

Auguro a loro quel brivido che provai quella sera di tanto tempo fa.

In questo giorno per me particolare, in cui ho discusso il mio anno di prova, rivivo acute e forti queste sensazioni, ma questa volta definitivamente dall’altra parte della cattedra.

Per molti questa sarà una notte insonne. Mi piacerebbe chiudere gli occhi e essere per un attimo là, nella mia.

In bocca al lupo a tutti.