Ovvietà

Un po’ di mesi fa ho sognato mio padre, morto quattro anni fa. Nel sogno lui passava dal bagno al soggiorno camminando con nonchalance. Io, molto in ansia, mi rivolgevo a lui dicendo: “Ma tu sei morto!”, toccandogli il braccio che, smentendo ogni leggenda sull’incorporeità dei fantasmi, era ancora decisamente concreto. E lui mi rispondeva, serio: “Lo so”.

Ecco, ho sognato questa cosa e ho pensato che spesso le cose più ovvie sono le più difficili da ammettere.

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L’ultima eclissi

È l’undici agosto millenovecentonovantanove.

Nella campagna piemontese splende il sole.

Una ragazza con i capelli corti sì è svegliata, come sempre, nella casa dei suoi genitori. È in vacanza, tra un mese tornerà a scuola.

Oggi è il suo compleanno, ma il dato è del tutto trascurabile, nell’economia delle vite umane lo è da sempre, ma oggi in particolare.

Dal balcone di casa sua si scorgono le betulle del cortile e, netta, la sagoma di un Monviso elegantissimo.

Nell’aria c’è il profumo dell’attesa.

Oggi, undici agosto millenovecentonovantanove, ci sarà l’ultima eclissi di sole del millennio.

Da giorni ne parla la televisione, da una settimana gli amici discutono su come fare, dove andare a vederla, c’è uno strano commercio di pellicole fotografiche e maschere da saldatore, vetri neri dei fabbri che escono per un attimo dalle officine per raggiungere le case, i giardini.

È lunedì. La ragazza con i capelli corti è ancora molto giovane e non sa cosa farà della sua vita. Studia, ama studiare, e presto, così giovane, diventerà zia per la prima volta.

Sarà una bambina, qualcuno la chiama già “principessa”. Nascerà in ottobre, ma la sua presenza è già tangibile nei pensieri della ragazza con i capelli corti che aspetta con ansia l’eclissi.

È il mattino dell’undici agosto millenovecentonovantanove, lunedì.

Forse non sarà così sensazionale come dicono. L’eclissi di Sole sarà quasi totale, ma in quella zona non completamente.

La ragazza è inquieta. Non è superstiziosa, non lo è mai stata, ma si è informata, ha letto ogni tipo di notizia sull’eclissi, prevede tutto – la luce verdastra, l’assenza di vento, l’abbaiare sguaiato dei cani.

Eppure quando arriva veramente l’eclissi tanto attesa ha quasi paura. È fuori, in giardino. La pellicola fotografica con cui guarda il cielo riporta il negativo di una gita al mare, in treno, avvenuta l’anno prima.

I vicini di casa hanno fornito dei vetri da saldatore, la madre della ragazza con i capelli corti canticchia in cucina, un canto aggraziato, poi, improvvisamente, urla contro suo marito, il padre della ragazza, perché sta guardando l’eclissi a occhio nudo. Grande metafora, questa, non so ancora bene di cosa.

Ed eccola, arriva, davvero. Il Sole si oscura gradualmente, sempre di più, e tutti si fermano. Vetrini e pellicole, radiografie di ossa e vertebre rotte chissà quando – un metacarpo, una piccola clavicola – fanno da schermo a uno spettacolo che non si ripeterà, se non in un nuovo millennio.

La ragazza con i capelli corti ha letto tanto, ma quando vede il sole oscurarsi, sente il vento calare e percepisce quel silenzio così innaturale, sa che se lo ricorderà, che è parte di qualcosa che è storia, esistenza.

La colpisce il silenzio, e una strana, lenta nausea mai provata prima.

La luce verdastra al culmine dell’eclisse è inquietante e magnetica. D’un tratto tutto si è fatto immobile. Il padre della ragazza guarda finalmente il cielo dietro un vetro, lei dietro una pellicola. Sua madre è attenta e silenziosa.

Non passano auto, il mondo sembra essersi fermato, nell’istante impercettibile dell’evento.

La sensazione che tutto possa succedere invade la mente di una giovane ragazza con i capelli corti che sono io, vent’anni fa, che festeggio uno strano compleanno il giorno dell’ultima eclissi del millennio.

È lunedì e fa caldo, tra poco il sole tornerà a splendere, si spera.

Pochi minuti di blackout e, infatti, il mondo riparte. Fragile, vivo, immerso nel vortice del tempo.

La ragazza con i capelli corti prenderà la sua bicicletta e andrà in piscina con l’amica di sempre, e guarderà quel cielo, che prima era bruno, che ora è striato di nubi sottili, lunghe e sfilacciate.

La sera festeggerà il compleanno con qualche amica, sì, con il fidanzato, e sarà tutto bellissimo, di sicuro.

L’inquietudine la lascerà per un attimo, ma l’eclissi sarà penetrata per sempre nel suo cuore.

L’undici agosto millenovecentonovantanove lei era lì, ha visto tutto.

Vent’anni come un respiro, come un vortice quieto.

L’ultima eclissi del millennio nella mente, oggi, che ha i capelli lunghi e non usa più pellicole fotografiche, il che le sembra un vero peccato. Qualcuno c’è, qualcuno se n’è andato.

Ma quell’attimo che sembrò eterno, per chi lo visse, rimane intatto.

Vent’anni dopo.

Oggi.

La prima volta che vidi il mare.

La prima volta che vidi il mare avevo sette anni.

Sì, sette anni. Non era il Medioevo e non sono nemmeno così vecchia, anzi, faccio parte di quella generazione che passava mesi interi al mare con madri e nonne.

Io no. I miei genitori non facevano vacanze al mare e spesso, come accade, e allora succedeva ancora di più, ho conosciuto il mondo non solo grazie a loro, ma anche alle mie sorelle, ad amici, vicini di casa, catechisti e preti, che in un paesino negli anni Novanta erano ancora fondamentali.

La prima volta che vidi il mare ero con la mia sorella maggiore e con i miei vicini di casa di allora. L’occasione, una visita di cortesia a una coppia di altri vicini di casa, di cui il marito lavorava in un albergo come stagionale.

In realtà, la prima volta che lo vidi fu durante il viaggio in macchina, quel giorno, dietro le ciminiere bianche e rosse di Savona, che per anni hanno segnalato, nel mio immaginario, la prossimità del mare e ora sono state irrimediabilmente smantellate. Erano orribili, ma per me erano “il mare”.

Avevo un costumino intero blu e non possedevo un paio di ciabatte. Andai in spiaggia con le scarpe da ginnastica, mi tolsi timidamente i calzini bianchi corti e, quando toccai con i piedi nudi la sabbia pietrosa della Liguria, sentii un fastidio mai provato prima.

Ma il mare, ecco, il mare era bellissimo. Ne osservavo la linea tirata all’orizzonte e mi chiedevo se fosse così nitida per qualche motivo. Mi chiedevo, incantata, dove finisse il mare e iniziasse il cielo.

Banale, ma, per la me di allora, una questione serissima.

Avevo sette anni e toccavo con i miei piedi nudi e il mio corpo, allora gracilissimo, lo sciabordio delle onde sempre diverso, sempre uguale. Le mie dita scoprivano una terra sconosciuta, che poi è acqua, elemento vivo e vitale e primordiale.

Indossavo, sul costume olimpionico, un paio di pantaloncini di spugna bianchi, con il bordo verde e fucsia, e mi sentivo privilegiata. Guardavo il mare per la prima volta e finalmente, quell’anno, al ritorno a scuola, avrei avuto qualcosa di sensazionale da raccontare.

Non che le mie estati allora fossero brutte, anzi. Ma il mare era, il mare è qualcosa di più.

Nei ricordi delle mie vacanze campagnole si inserisce come episodio cardine di una quasi mitologia che mi fa sentire spesso quasi estranea ai miei coetanei e, soprattutto, ai bambini di oggi.

Estati infinite di biciclette e piazze vuote, erba falciata e fieno, di gelati e uovo sbattuto nel bicchiere con lo zucchero.

A sette anni guardai il mare con una meraviglia che ricordo ancora, perché è la stessa di oggi, qui, in quest’isola greca in cui ho visto uno dei tramonti più belli della vita – e da quel giorno lontano del secolo scorso ne ho visti tanti, in diverse parti del mondo – con l’emozione ulteriore di trovarmi in quel mare dove è nato tutto, il mare degli dei e degli eroi e dei naviganti, e la follia di immaginarmi imbarcazioni di un passato millenario spuntare, all’improvviso, all’orizzonte.

Allora non sapevo nuotare, come non so ora. Ma ricordo la sensazione meravigliosa di quelle onde sulla pelle, così intense da sentirle penetrare nelle ossa, nelle fibre più profonde. Onde che accarezzavano e spesso si scagliavano contro i piedi con violenza.

Era bello. Avrei raccontato tutto a casa, anche la percezione così strana, mai provata, di sentire il movimento delle onde sulle gambe anche a distanza di ore, di giorni.

Come un soldato delle varie campagne di Russia, affrontavo il mare mal equipaggiata e ingenua. Non so se tolsi i pantaloncini e mi immersi completamente, probabilmente no. Ma non potei che soccombere di fronte a tanta bellezza, i piedi nudi nel mare, gli scogli, le onde, la striscia tirata dell’orizzonte che non sai mai dove finisca.

Guardavo. Bevevo con gli occhi ogni particolare, osservavo e sentivo e registravo nella mente.

Avevo sette anni e vidi il mare per la prima volta. E per la prima volta, del mare, mi innamorai.

Mi colse, profonda, l’impressione di vivere qualcosa di speciale.

“Che pena, che nostalgia”, direbbe Dalla, ma ritrovo la stessa anche oggi, di fronte alla magia del mare, sulla stessa pelle, sugli stessi piedi, in un circuito che muove dalla memoria all’epidermide.

Sicuramente avrei avuto qualcosa da raccontare.

Probabilmente lo raccontai, con un po’ di timore, però. Sapevo, infatti, che tutti o quasi, in classe, passavano settimane al mare. Io no.

E quel giorno lontano è sempre vivo, come le correnti, come le fibre e le molecole della me bambina che vivono in me, che mi svegliano all’alba con il desiderio di raccontarlo, oggi, senza paura.

La vita degli oggetti.

Oggi pensavo agli oggetti. Alla vita degli oggetti. Una vita breve, spesso. O, altre volte, un’esistenza che si prolunga ben oltre i confini della vita di chi li ha acquistati, costruiti, custoditi.

In questi giorni mi sono ritagliata un’inconsueta vacanza al mare, una piccola parentesi solitaria nella casa ligure di mia sorella. Un appartamento da cui si vede un mare come una striscia tirata, ben tesa sotto il cielo, capace di assumere, nel corso della giornata, le tonalità più disparate, dall’azzurro, al blu, al bianco lattiginoso o rosato della sera, quello che preferisco.

Stamattina osservavo l’armadio bianco nella camera da letto riservata, di solito, ai miei nipoti. Un mobile di legno che è appartenuto ai miei nonni materni che, durante la mia infanzia, era di colore bruno, e per anni è stato relegato nella cantina di casa mia. Era un oggetto a cui non mi avvicinavo volentieri, per timore o per una strana forma di rispetto per un passato che non conoscevo e che, per motivi allora sconosciuti, mi evocava qualcosa di oscuro e doloroso.

Quell’armadio che adesso è bianco, con le ante e i cassetti spesso aperti, pieno di magliette colorate e shorts, è l’unico ricordo dei miei nonni materni, di Anna, che il tempo ha cancellato troppo in fretta, e Giuseppe, che immagino sempre bonario e silenzioso, tranne quando si cantano le canzoni belle e tristi di guerra e d’amore, magari dopo aver bevuto un bicchiere di vino.

Ora l’armadio rivive un tempo felice in un’altra casa, vicina a un mare che probabilmente Anna e Giuseppe non hanno mai visto, con persone che non ne sanno esattamente la storia o non si arenano, come me, nei circuiti della nostalgia.

Tocco il disegno delle ante, una coroncina di margherite, sento con le dita l’incisione nel legno e cerco di percepire il respiro della storia che è anche la mia. Rivivo negli oggetti e nei ricordi dei familiari che non ho conosciuto la stessa sensazione che Ungaretti esprime nella poesia “I fiumi”.

Chiudo i cassetti, a fatica, penso che questo armadio fosse probabilmente nella casa dei nonni al tempo della guerra, che abbia visto nascere mia madre, le mie zie, ne abbia seguito i giochi e le lacrime. Avrà visto morire mia nonna a soli trentasei anni. Anna, che ora è solo una fotografia. Avrà sentito il nonno cantare o ascoltare “Meglio sarebbe che non t’avessi amata…”?

Probabilmente lavoro troppo di fantasia.

I cassetti scorrono male, come fa il tempo, a volte. Ho paura di romperli, il legno sembra fragile, ne lascio uno quasi aperto.

Oggi, poi, pensavo agli oggetti perché stavo asciugando dei piatti con un canovaccio di tela, cifrato G.B. e ho sorriso, pensando a quanti anni siano passati da quando mia nonna Teresa o chi per essa ha cucito il corredo di mio padre, classe 1935, che oggi asciuga piatti in una casa che mio padre non ha mai visto, da cui si vede il mare cambiare colore ad ogni ora.

Ho socchiuso gli occhi, ho pensato che gli oggetti hanno una vita strana, che oltrepassa la nostra e le frontiere non solo del tempo, dello spazio, ma anche della forma, perché quello che oggi è uno strofinaccio era, in origine, un lenzuolo di tela grezza.

Mi chiedo se mio padre giovane o mia madre appena sposata abbiano dormito su questo tessuto così antico e bello e ruvido e nodoso, con queste sinuose ed eleganti G., ricamate da mani lontanissime, molecole e particelle di cui sono fatta, di linfa e tessuti anche miei.

Io ci asciugavo i piatti e pensavo che questa è un’estate nostalgica, piena di ricordi forti e di vertigini e memoria di qualcuno che è passato e ha lasciato un segno nel sangue, nella carne e nell’anima, ma anche negli oggetti.

Perché le cose non sono solo le cose, o forse sono solo io, che mi nutro di ricordi non miei.

Ma nelle cose, indubbiamente, ci sono le storie, e nelle storie ci siamo sempre un po’ anche noi.

Meglio sarebbe se non t’avessi amato, sapevo il Credo e ora l’ho scordato.

Pur non sapendo più l’Avemaria, come potrò salvar l’anima mia?” (Canzone popolare).

Alla Luna (vista da qui).

Stamattina mi sono svegliata col pensiero della Luna. In questi giorni di anniversari, eclissi parziali e profumo d’estate, tutti abbiamo alzato gli occhi per guardarla.

Io la guardo sempre. Sento forte il richiamo di questo satellite così cantato da scrittori e poeti, e la amo, in tutte le fasi, da ogni angolazione.

Riflettevo su questo venti luglio. Venti luglio 1969.

Stamattina, svegliata tardi dal suono della sirena di un antifurto, ho pensato a quel giorno che, in un modo o in un altro ( c’è chi mette ancora in dubbio la possibilità che l’uomo ci sia stato veramente) ha cambiato il mondo.

Io non c’ero e mi piace farmi raccontare, ascoltare o vedere o leggere testimonianze di chi era bambino, o adulto, di chi visse in prima persona la magia di quella giornata, una domenica d’estate. In cui qualcuno scoprì di appartenere soprattutto alla Terra.

No, non c’ero, e per me quel 20 luglio 1969 è una fotografia scattata con la mente. Mia madre ha ventotto anni, i capelli corti e la vita stretta, mio padre ne ha trentaquattro, ha i capelli in ordine, ancora tutti i denti e una polo con le maniche corte. Hanno una bambina di due anni, la mia sorella maggiore. Sono a Crissolo, una località montana ai piedi del Monviso, per una gita domenicale.

Presumo che mia madre abbia preparato dei panini, e che nella sua borsa ci sia del cioccolato. (Mio padre era golosissimo, soprattutto di cioccolato).

Ma il venti luglio 1969 questa famiglia, che è la mia, di una me assente ma così presente, in questa comunione di sguardo e ricordo, quasi archeologico, torna presto a casa dalla montagna, perché proprio a casa li aspetta un evento. Tutti ne parlano, da giorni, non si può perdere.

L’uomo sulla Luna, che cosa bizzarra.

Hanno già la televisione in casa dal 1967, da qui presumo che stiano bene, che appartengano alla classe media. Mia madre dice che si ricorda benissimo quel giorno, “come se fosse ieri”, che ricorda la voce del giornalista Rai che urla “ha toccato!” ma soprattutto l’eccitazione e la curiosità che li portarono a casa in tutta fretta.

Scorgo mio padre con un paio di pantaloni chiari, pettinatissimo, incollato alla tv, seduto vicinissimo allo schermo, come tante altre volte in un futuro che non conosce ancora.

Mi piace vederli seduti sul divano, immaginare la televisione nella loro casa, che è stata ed è anche la mia, e sentire che in quella stanza c’è stata la magia di una Storia grande, che segnò il limite di molte cose. L’inizio degli Anni Settanta e, di lì a poco, della cupa stagione del terrorismo in Italia, la fine del boom economico dei Sessanta.

Ma quel venti luglio è ancora tutto intatto, è domenica e c’è la televisione a interrompere il frinire dei grilli, a tenere il fiato sospeso prima di cena, a rendere gli spettatori partecipi di qualcosa. Qualcosa che non si sa nemmeno cosa sia, è un’immagine tremula sullo schermo, così vaga che nemmeno Leopardi, sono i capannelli di persone che condividono un sogno. È un’Italia che non conosco direttamente, ma che mi sembra bella.

Per questo stamattina mi sono svegliata e ho pensato alla Luna. Perché nel mio sguardo c’è anche lo sguardo di chi c’è stato prima, e io amo raccogliere ricordi, e raccontare, e farmi raccontare.

E grazie a chi c’era, per aver ricordato con me.

Una sera.

Abito in un piccolo paese, da sempre.

Ne conosco le strade, la maggior parte delle persone, le case, gli odori.

Quasi tutte le sere, in tutte le stagioni, cammino, percorrendo lo stesso tratto.

Stasera, un sabato d’estate, mi sono avventurata tra le vie.

Da un balcone si sentiva il suono di una chitarra e alcune voci stonate, alterate dal vino, per strada ho incontrato due genitori con un cane al guinzaglio che cercavano i figli che non tornavano, nonostante l’ora prestabilita fosse già trascorsa (avreste dovuto vedere le facce dei figli e gli zainetti molli sulle spalle e sentire il silenzio che immediatamente è calato sull’allegra compagnia di ragazzini).

Nella piazza, la bocciofila registrava il tutto esaurito, un vociare indistinto di uomini e donne. Una bambina, che poteva avere tra i dieci e i dodici anni, seduta su una panchina, confidava all’amica, con aria vissuta: “Quello che mi disturba è che non sia mai stato chiaro, che non mi abbia detto, ad esempio, ‘ti amo’ o cose così”. Ho sorriso, pensando che certi tormenti inizino veramente presto.

Ho incrociato una ragazza dai capelli rossi, con la treccia, che passeggiava con le cuffiette nelle orecchie. Sorrideva e io ero molto curiosa di sapere perché.

Vicino a una casa c’era il silenzio del dolore, lì oggi qualcuno è morto. Già.

Camminavo e il caldo asfissiante della giornata cedeva il passo a una brezza lieve. Una Luna sottile sembrava un sorriso sghembo, d’argento.

Qualche cane abbaiava in lontananza, le televisioni trasmettevano i loro riflessi blu dalle finestre aperte, la signora del palazzo di fronte, seduta al buio, si godeva il fresco della sera.

Poi sono tornata. Una macchina partiva per chissà dove, veloce.

La luna era sempre là, come un uncino, per i pensieri della notte.

Il voto e la poesia

Mio padre era sempre il primo a andare a votare. Non ho mai capito se per senso civico estremo o per abitudine. Faceva parte di quella generazione maturata al sole del secondo dopoguerra, forse sentiva più forte di altri quel dovere, la potenza che un gesto tale avesse (e abbia) di cambiare un Paese, o la Storia.

Non l’ho mai capito.  Quale fosse il motivo, lui puntualmente si presentava al seggio alle sette di mattina e votava. Poi, arrivato a casa, diceva: “Vada come vada, io ho votato”.

Democristiano della prima ora, aveva visto il Paese cambiare velocemente e, negli ultimi anni, chiedeva chi fosse meglio votare, escludendo a priori la possibilità di non recarsi ai seggi.

Non era un eroe. No. Nemmeno un modello di civiltà. Era soprattutto un cittadino a cui avevano insegnato che il voto è un diritto, ma anche un grande dovere.

Me lo rivedo con l’abito della domenica e le scarpe con la suola di cuoio che facevano un rumore così riconoscibile e mi sembra faccia parte di una mitologia tutta italiana, di un mondo lontanissimo da questi nostri giorni.

Ha qualcosa di quasi poetico.

Già, la poesia. in questi giorni di caos elettorale ho riproposto in una classe il laboratorio di scrittura in versi. Dopo un lavoro di studio e analisi più canonico, i ragazzi si sono cimentati nella composizione di brevi poesie, su diversi temi.

Leggendole, ho notato l’incidenza molto forte della parola “morte” in tutti i componimenti. Ne ho parlato con loro, volevo capire. Dopo il borbottio imbarazzato iniziale, un ragazzo mi ha guardato e, schietto, mi ha detto: “Prof, se lei ci dà da scrivere una poesia che come tema abbia la vita, è inevitabile che io pensi alla morte, mica siamo eterni.”

La scuola è un posto bellissimo. Davvero.

 

 

I Promessi sposi e Anna.

Stamattina a scuola spiegavo “I Promessi sposi”. Era ancora presto e i visi assonnati e segnati dalle lunghe vacanze di Pasqua ritagliavano e occupavano quieti lo spazio e l’aria in cui irrompeva la mia voce delle otto di mattina.

Più procedo in questa vita e nello studio delle stesse opere letterarie, più mi accorgo di imparare ogni volta qualcosa di nuovo non solo su di loro, soprattutto su di me. Quando torno su quella del Manzoni, poi, su questo testo così letto, così amato, così detestato e maltrattato, comprendo che in tutto questo romanzo così grande e forte, alla fine a nessuno interessi se Renzo e Lucia si sposino, poi.

Sono i personaggi la vera forza della storia, non la vicenda in sè, dicevo, stamattina, e forse era la prima volta che mi capitava di dirlo e non solamente di pensarlo.

I personaggi, ecco. Lucia, Renzo e la sua formazione, Don Abbondio e i bravi, Fra Cristoforo, Don Rodrigo e Gertrude, l’Innominato e Cecilia. Che bella e tragica, Cecilia.

Mentre passavo in rassegna i personaggi mi sono fermata a esaminare Gertrude, “la Signora”, la monaca nobile e rispettata, ricca e superba, infelice e crudele. Un personaggio che non si può non amare in tutto il suo tragico realismo. Parlavo, parlavo, e in un momento mi è tornato in mente il destino di Anna. E mi sono persa.

Quando parlo, quando spiego, lo so, parlo troppo di me, mi racconto in modo quasi continuo in contesti che non lo richiederebbero.

Parlare di Gertrude, la monaca di Monza, mi ha fatto venire in mente Anna, sì. Anna era una ragazza nata nel 1913, che non ho mai conosciuto. Il mio unico ricordo di lei è racchiuso in una fotografia. Ha i capelli che cadono sulle spalle e lo sguardo spaventato. Non vedo in lei nulla di noto, ma ha un’aria familiare. La fronte alta e la bocca sottile, un fascino antico.

Anna voleva farsi suora. Probabilmente era molto devota, forse aveva paura del mondo, forse no. Anna non era ricca come Gertrude e quindi la sua famiglia, per proteggerla da un destino di sicura fatica, da serva, le proibì di prendere i voti. Così mi è stato raccontato.

Anna che insegue il desiderio contrario a quello di Gertrude e si perde, in un certo senso. Si sposa, partorisce tre figlie, muore a trentasei anni. Una delle sue figlie, la prima, è mia madre.

Si dice che la letteratura ci racconti la nostra vita, se solo sappiamo coglierne le sfumature. Ecco, in un mattino sonnolento di aprile, Manzoni ha aperto la strada al ricordo di una donna che ho visto solo in fotografia, con lo sguardo impaurito, in cui non mi rivedo, ma nel cui viso riconosco alcuni tratti di chi mi vive accanto.

Il sole filtrava dalle finestre e pensavo a come le scelte di qualcuno possano cambiare mondi, crearne altri. Anna che non prende i voti sono io qui che la racconto, è Manzoni che passa attraverso i visi assonnati di ragazzi che non sanno ancora quali scelte saranno, quali mondi diventeranno.

Mi racconto troppo, lo so.

(Questa volta è colpa di Anna, mia nonna.)

Ancora su Petrarca (e sul Ventoso, e su Babbo Natale).

Caro Babbo Natale,

lo so che Natale è lontano e tu non esisti, ma se potessi scriverti una letterina, e stasera sento il bisogno di scrivertela, vorrei chiederti una cosa.

Un regalo difficile, forse impossibile, ma ho deciso di chiedertelo ugualmente.

Vorrei che alla fine del ciclo di lezioni su Petrarca i miei studenti, anche solo uno, anche per un attimo appena, mi dicesse: “Prof., a me Petrarca è piaciuto”.

Caro Babbo, veramente sarebbe un bel desiderio realizzato.

Lo so, lo so, esagero. Sarà che sto invecchiando un po’, sarà la mia mente che gioca con le ossessioni e le nutre, ma in questi anni ho cercato, non ho mai capito se con successo o meno, di portare in classe il Petrarca che ho amato di più, quello del tormento, quello umano, pre umanista e così attuale, che ogni volta, a ogni lettura, mi stupisce.

Soprattutto porto con me la fatica di affrontare i testi del poeta con classi dell’istituto professionale, di gestire la distanza che si crea tra la loro esperienza e certa letteratura, che spesso è abissale, tuttavia io provo a trasmettere la passione, la scintilla del desiderio che ci rende uomini, nella ricerca della bellezza.

Stamattina, ad esempio, ho aperto l’antologia a “Chiare e fresche e dolci acque”, capolavoro assoluto, ho letto qualche verso e ho guardato i visi della classe, e poi mi sono interrotta e ho detto: “Scusate, non adesso, non così”.

Non erano pronti, forse non lo saranno mai, forse ero io, sicuramente. Ho chiuso i Fragmenta e ho aperto le Epistole, che ultimamente sono diventate la mia lettura giornaliera, in un circolo compulsivo di entusiasmo e ricerca, e ho iniziato a raccontare, lentamente, la questione dell’Ascesa di Petrarca al Monte Ventoso.

Ho letto e commentato l’epistola, mi sono fermata, ho visto che su certi tasti potevo finalmente suonare una musica nota, vicina, modernissima.

Il girovagare di Petrarca, la retta via del fratello, gli affanni, l’ammissione della propria debolezza, l’allontanarsi progressivo della vetta.

Agostino.

È stato bello vederli rapiti, anche per un attimo solo, dalle parole, dalla loro magia.

Fermi a immaginare quanti Monti Ventoso ci saranno nelle loro esistenze, quanti vi siano già stati. Bello per me, soprattutto, guardare i loro occhi, dopo aver letto il famoso passo: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensità dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

“È proprio vero” ha mormorato qualcuno.

Comunque, Babbo Natale, ci ho ripensato. Non dovranno necessariamente amarlo. Mi basta che si ricordino qualcosa, anche lontanamente, che li faccia pensare, in un pomeriggio della loro vita: “Dov’è, già, che ho sentito quelle parole?”.

Perché, si sa, come dice Ungaretti, “Il Petrarca non si vede subito”. Non si vede, ma c’è.

“Chi è stato in paesi musulmani sa che la donna usa vestire tutto il corpo, compreso il viso, salvo gli occhi.
Non per applicare la statistica anche alle cose della poesia, ma sono moltissime le volte
che il Petrarca parla d’occhi. È un’ossessione. È parola usata come se volesse con essa dare fondo al vocabolario.
Il Petrarca non si vede subito. Esige lunga esperienza, e dura, rara e complessa per divenirvi familiare; una grande acuità, una grande fissità dello sguardo mentale. Un suo sonetto che ci pareva indifferente, un suo verso perduto in un sonetto, ecco, quando la memoria ha saputo finalmente fare in sé chiarezza e accalorarlo, ci guarda, è la nostra vita più umana.”

 

G. UNGARETTI, Il poeta dell’oblio [1943], in ID., Vita d’un uomo. Saggi e interventi, a
cura di M. DIACONO e L. REBAY, prefazione di C. BO, Mondadori, Milano 1974, p. 406

Siamo paesaggi.

Stamattina leggevo e commentavo “Solo e pensoso” di Petrarca; la classe era assente e svogliata, solo in pochi ascoltavano, o almeno, sembravano farlo. Petrarca che non trova luoghi così impervi e “selvaggi” per sfuggire all’Amore e al tormento, in questo lunedì assolato, sembrava troppo distante dalle loro realtà.

Mentre parlavo, però, facevo notare quanto, in Petrarca, i luoghi reali siano in realtà specchi di una geografia dell’anima profonda e complessa, un atlante che dietro a fonti, campi e boschi, ma anche a deserti e strade desolate, nasconde un universo di sensazioni variegate e intense, umanissime. Lì qualcuno si è risvegliato, per un istante.

L’altro giorno, pensavo, mi sono ritrovata a parlare di un viaggio a Dublino con una persona che l’aveva visitata di recente e, dopo le prime impressioni piene di entusiasmo, l’ho fermata, dicendo che, contrariamente alle sue affermazioni, io l’avevo trovata triste e invivibile, con quel vento carico di pioggia, il cielo che tocca la terra con le sue nuvole pesanti e le sue strade deserte alle quattro del pomeriggio.

La stessa cosa mi è successa qualche volta parlando della bella e accogliente Bologna, che io, tuttavia, ripenso con un nodo in gola.

Comunque, in entrambi i casi, ho capito. Ho ricordato quanto, a entrambe le città, abbinassi, e abbini tuttora, ricordi, se non dolorosi, tristi o inquieti. Un malumore, un periodo di forte malinconia, una discussione. Il sentirsi “spaesati” in un luogo che di per sè era una promessa di bellezza, ma non per tutti, non per me, non in quel momento.

Non è la città, sei tu. È la geografia dell’anima che prende corpo e diventa piazze, strade, passi e ricordi, monumenti e fotografie in cui ridi, ma guardandole attentamente sai benissimo che è un sorriso di circostanza.

Alla fine, come mi diceva una persona, è un po’ come per il Calvino delle “Città Invisibili”, siamo noi le città, sono i nostri desideri, le passioni, gli affanni, con cui occupiamo gli spazi, i tempi della nostra permanenza sulla Terra.

Siamo paesaggi.

Già. Parigi estiva e bellissima, Roma arancione e languida d’ottobre, Bologna litigiosa, Dublino triste e funerea, New York elettrizzante, per dirne solo alcune. Ma sono sempre io, non sono loro. I luoghi che fanno da contenitore dei nostri giorni, della vita con cui le abitiamo.

Siamo noi che inventiamo i luoghi, inventando noi stessi nelle vie, sui ponti, nelle camere d’albergo e nelle case che abbiamo abitato.

Siamo paesaggi. Siamo aspri o quieti, deserti o splendidi o trascurati.

“Ma Dublino è stupenda!” Ha sbottato stupita. Ecco, io ho risposto che aveva ragione, che non era Dublino, ero io. La persona con cui parlavo mi ha guardata stranita, ha sorriso, non credo abbia capito.

La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella memoria.

La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere.”

.I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972.

Post scriptum.

Guardando un mappamondo ho trovato me stessa. Ed ero un’isola. Ma ero anche una montagna affilata, e una pianura quieta in cui succede tutto e non succede nulla.

(Ecco, avevo bisogno di scriverlo da qualche parte).