Venirsi incontro.

Un po’ di tempo fa, subito dopo l’intervallo, entrando a scuola, ho raccolto da terra un bigliettino.

Le ultime grida si stavano spegnendo, i bambini riprendevano faticosamente posto. 

Il sole filtrava dalle tende chiare, riscaldava le spalle, fuori era ancora così inverno da non dare scampo a qualche traccia di verde.

Mi siedo in classe, tolgo la giacca, sistemo i libri, organizzo l’attività. Il biglietto stropicciato giace ora nella mia tasca, è difficile risalire a grafia, classe, autori della carta. In fondo l’ho trovato in una zona franca, non potrei accusare nessuno di averlo scritto.

Che cosa, poi.

Dopo aver riportato data e consegna alla lavagna tiro fuori il biglietto. La classe lavora, io tengo d’occhio loro e il foglio.

Lo apro.

È un dialogo a due voci, molto probabilmente femminili.

“Allora ti piace X.”

“Non è vero.”

“Dai, dillo, ti piace.”

“No.”

“Ma sapevi che piace a me, da sempre.”

“Senti, non mi piace X. Cosa ci posso fare, è lui che mi viene incontro.”

Chiudo il biglietto. Sorrido.

Sorrido e penso a quell'”incontro”. Nella vita ho sentito spesso un “andar dietro”, in virtù di questo.

Sorrido e credo che sia bello, nonostante il biglietto, il luogo, il tempo che tutto ciò mi sta rubando, pensare che l’amore sia un venirsi incontro.

Incontro, senza poterci fare nulla.

Che sia un bambino che non riconosco a avermelo insegnato, poi, fa riflettere.

Ho chiuso il biglietto, l’ho appallottolato. Ho ricominciato a spiegare.

L’inverno sembrava scalfito dalla luce del mattino, splendente.

Avevo bisogno di respirare.

“Cosa c’è scritto su quel biglietto?”

“Niente. Niente di che.”

Qualche ora dopo, tornando a casa, ho cercato il biglietto nella mia tasca, ma era sparito.

Ho respirato forte, e mi è sembrato così semplice da essere bello.

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Di cervi, fughe e poesia.

Pochi giorni fa, seduta nella penombra quasi estiva di una fine di marzo bollente, leggevo distrattamente notizie, frammenti di eventi, sfogliavo immagini a caso, quando il mio sguardo è stato attirato da una notizia.

Il titolo recitava: “Cervo in fuga a Torino nord”. 

Quasi poetico, ho pensato.

(Un titolo perfetto per una poesia che vorrei aver scritto, che probabilmente non scriverò).

Un cervo si aggira per le strade della zona nord della città, sicuramente spaventato, forse curioso. Un animale selvatico e leggero, veloce, che sfugge velocemente nel fitto di un parco della zona.

Impalpabile come una scia, reale come certi fantasmi.

Mentre la notizia restava fissa sul mio display, nella mia mente scorrevano immagini e parole. 

In fuga da cosa? Da chi? E perché, poi. 

Un cervo, animale da fiaba, da sogni lontani. Gambe sottili, fragilità apparente e rapidità, come certi desideri, in una città frenetica che non sa nulla di lui.

(I mondi lontani che si sfiorano possono farsi molto male?)

Proprio una cerva è la protagonista di una poesia di Giorgio Caproni – ecco forse, l’aggancio mentale alla poesia.

Ne “Il flagello” una cerva si aggira per i campi, razziandoli, in perpetua corsa, veloce, temuta, capace di generare un flagello, imprendibile, irraggiungibile. La cerva, nel finale diventa l’emblema del desiderio irrealizzato, del desiderio irrealizzabile, del destino.

“In perpetua corsa. 

Nessuno era mai riuscito 

A osservarla vicina.

[…]

Quale voracità 

poteva avere, una cerva, 

per creare un flagello?

[…]

Nulla, 

per loro, c’era di più bello 

del poterla inseguire.

[…]

In questo – forse – il flagello?

Rincorrere il desiderio?

Rincorrere la morte?”

Il pomeriggio correva veloce, ma l’animale poetico mi inchiodava lì, allo scacco continuo tra l’essere e il desiderare.

Non so che sia stato, poi, del povero cervo di Torino Nord, spero nulla di male.

 Nella mia testa, lo ammetto, lieve e imprendibile, resta un’immagine bellissima.

La rubrica.

L’altro giorno mi è capitata tra le mani una di quelle vecchie rubriche del telefono, a righe, con la copertina lucida, in cui una grafia bambina, elementare – la mia – aveva riportato, ordinatamente, i nomi delle utenze chiamate con più frequenza.

I tempi del telefono fisso e della lentezza.

I fogli ingialliti dal tempo facevano il pari con le pieghe a livello delle lettere.

Ricordo lunghi pomeriggi in cucina, negli inverni di chissà quante vite fa, in cui, sotto lo sguardo di mia madre che stirava o di mio padre seduto sul divano (“Scrivi bene!”) ricopiavo i numeri dalla vecchia rubrica. A volte ne aggiungevo di nuovi. Spesso, ciclicamente, eliminavo dei contatti per i motivi più vari.

Guardavo questa rubrica e la sfogliavo come una reliquia, come un oggetto da mitologia. Sotto i miei occhi scorrevano i nomi di chi c’era, di chi c’è ancora. Molti di questi nomi appartenevano a persona che non conoscevo, che non conoscerò.

I più erano uomini che mio padre contattava per lavoro, qualche parente, pochi amici. Vivi, morti, perfetti sconosciuti.

E pensavo che più di una volta, nel corso di tutti questi anni, mi è venuta la voglia, forse malsana, di chiamare qualcuno, pur sapendo che non c’era più, come se il telefono durasse oltre la morte, oltre la vita. Sapendo benissimo, sì.

Pensavo, poi, che spesso, dopo la morte di una persona che fu per me una guida, a cui facevo una telefonata, ogni tanto, mi saltava frequentemente sotto il naso il suo numero. E quante volte ho avuto la tentazione di chiamarlo. Mi chiedevo, con timore, cosa sarebbe successo, chi mi avrebbe risposto.

Non l’ho mai fatto. È passato tanto tempo, ma ci penso ancora e sorrido.

La rubrica scritta a mano splendeva sotto il sole di marzo, tra le mie mani ormai adulte da un pezzo, mentre la mia grafia stingeva sotto le mie dita, ormai diversa da me, ormai me.

Telefonare ai morti, che idea.

Per chiedere loro cosa, poi? “Come va?” O dove vada la vita? Mah.

(Un giorno, forse, ci scriverò qualcosa su.)

Poi, stasera, mi sono ricordata di un poemetto di Raffaello Baldini, di cui ho già parlato qui, che riflette proprio su questo, e si intitola “Chi parla?”

Cosa sarebbe, su, cosa gli costerebbe / dargli il permesso, / una telefonata ogni tanto, / non subito, che potrebbe anche far impressione, / appena morti, no, lasciar passare del tempo, / dei mesi, anche degli anni, un anno, due anni, poi un giorno / drin drin, pronto, chi parla?”

Se lo dice Baldini, mi sento meno sola.

Quel giorno ho chiuso la rubrica e l’ho lasciata su una sedia, in giardino. Il vento, a poco a poco, ne sfogliava le pagine, la chiudeva, la riapriva.

I nomi erano tutti lì, sospesi, nel tempo irreale dei numeri di telefono.

 

 

 

 

Un pomeriggio, tardi.

Ieri sono tornata da scuola tardi e, come spesso mi succede, ultimamente, quando torno tardi, non sono andata subito a casa. Ho messo in moto l’auto e ho bighellonato un po’.

Non si trovava un parcheggio nemmeno a pagarlo. Poi mi sono fermata e ho camminato.

La primavera sembrava nascondersi dentro un vento così freddo da tagliare il viso. Sotto i portici, bambini di ritorno da scuola, simili a quelli appena lasciati, signore che parlavano di cibo (Ho captato un “Io invece ho scoperto che il pecorino si scioglie prima”), ragazzi che fumavano. Ho respirato il fumo, avevo di nuovo quindici anni, sembrava solo ieri, poi ho continuato a camminare velocemente, tra le voci della gente.

Pensavo che poco prima avevo detto in classe “Da piccola volevo fare lo scalatore e non la maestra, sapete? Dovrei ripensarci.” E un bambino ha esclamato “così cadi”.

Già. Come se per cadere bastasse arrampicarsi.

Sono andata in uno di quei supermercati di saponi e cosmetici e mi sono comprata un kajal verde cupo. 

“Le risalterà gli occhi scuri, mi creda” mi ha detto la commessa. Ci ho creduto.

A casa ho poi scoperto che quel kajal mi faceva gonfiare gli occhi, colare il naso e piangere.

Però, subito, era molto bello. 

La libreria di libri usati che mi piace era chiusa, ma il cartello recitava “Ci spostiamo in un luogo più grande, evviva!” Molto – ho capito dopo – molto lontano dal centro.

(Le speranze, belle bestie.)

Quando sono tornata alla macchina, ho letto il messaggio di un’amica che mi annunciava un suo traguardo raggiunto e ho pensato a quella volta che, dopo aver passato un concorso, andai a bere un mojito con una ragazza conosciuta quel pomeriggio, perché ci eravamo fatte una promessa. 

Ho sorriso. E ho pensato che dovrei farlo di più.

C’era un vento freddo, lucido. 

Le previsioni davano pioggia, ma, a quanto pare, il sole se ne era infischiato.

Ho messo in moto e a Londra qualcuno moriva, e non ho più pensato a niente.

Marzo. (Il vento)

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Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci dà l’illusione che la primavera sia finalmente tra noi, con i fiori timidi che accarezzano gli occhi.

Poi, il vento. Il vento che porta con sé, o porta via. Le parole, gli anni, le persone.

Il vento che non aspetta nessuno, gioca col tempo e cancella le orme, o le sposta.

Ieri è morto un artista. Non lo conoscevo personalmente, ma conoscevo da sempre la sua opera. Da anni vedevo, quasi ovunque, i suoi soggetti, che erano diventati un segno, un simbolo distintivo della sua arte. Riconoscere i suoi quadri, il  suo mare, i campi da golf, sulle pareti di uffici, case, salotti, mi dava un senso di familiarità, di calore, come se quelle figure si fossero impresse nella mia esistenza. (Non lo conoscevo, mi mancherà.)

L’arte che sopravvive, nonostante la vita.

Oggi pensavo a queste cose, davanti a un luogo che è stato il mio luogo di lavoro, qualche anno fa.

E dicevo, tra me e me, che spesso torniamo dove siamo stati felici e ci prende un po’ di nostalgia, ma, poi, anche la consapevolezza che forse allora non si era così diversi da adesso. Come se l’essere lieti appartenesse sempre e solo al passato.

Ho camminato su una strada in salita e, tutto intorno i colori erano così forti da togliere il fiato.

Vagavo in cerca di bellezza e sognavo di ritrovare una traccia di me, dei miei passi, dei mei pensieri. Nulla. C’ero solo io e il guaito di un cane in lontananza.

C’era il vento.

Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci lega al mondo come un nodo. Ci chiede di essere fiore, anche se non siamo niente.

Ho continuato a camminare, la luce si insinuava dappertutto, poi si è fatto tardi.

Mi è rimasto un fiore tra le dita.

È stato il vento, lo so.

Il mio colore preferito.

Quando ero appena ventenne, in un libro di Gian Luigi Beccaria, trovai questa citazione di A. Wiener, che mi porto dietro da anni:

“Il mio colore preferito è il verde, il suo il viola; ci piace lo stesso colore perchè, se potessimo confrontare le nostre sensazioni, il mio verde sarebbe il suo viola. Ma per termine di confronto abbiamo solo la lingua.”

Abbiamo solo la lingua.

Che peccato, che fortuna.

Ma mi piace pensare che in giro ci siano tanti verdi e tanti viola che in realtà sono lo stesso colore.

“Che cos’è la malinconia?” O le domande difficili.

Da molti anni, ormai, lavorando con bambini piccoli o ragazzi più grandi, mi trovo a affrontare il grande scoglio delle domande difficili.

Di solito arrivano all’improvviso, a bruciapelo, come la fucilata di chi pretende risposte semplici ma vere, da chi si aspetta quella verità fatta di gesti fermi e decisi.

Quando lavoravo alle Scuole Superiori, non so se fosse “colpa” mia, arrivavano quasi quotidianamente domande difficili, sia legate a aspetti curricolari che esistenziali, proprio da quella generazione considerata afasica e senza ideali, che invece mi dava grandi soddisfazioni.

Le domande dei bambini, poi. 

Le domande dei bambini hanno quella voce candida e quell’aspetto serissimo che spesso ti spiazza. Quel tono che ti lascia incerto come Gozzano sul ghiaccio di “Invernale” mentre la tua testa, le tue convinzioni sono tutte un “criiiiiic”.

Stamattina ho accolto i bambini di prima elementare alla prima ora, come ogni settimana. Nonostante siano passati già alcuni mesi, qualcuno si lascia scappare ancora qualche lacrima.

Bene, mentre stamane invitavo un mio alunno a sciacquarsi il viso per mandare via la “malinconia” un bambino molto sveglio mi ha chiesto, serio: “Maestra, che cos’è la malinconia?”

Eccola, la fucilata.

Bella domanda.

“Ecco, la malinconia è una specie di tristezza…” 

Ero in serio imbarazzo.

“Una tristezza che ci prende all’improvviso, anche se non vorremmo. Ad esempio, il tuo compagno non sta male qui, ma vorrebbe essere a casa, perché a lui manca…”

Mentre spiegavo e il bambino annuiva, sempre serissimo, mi chiedevo perché non riuscissi a condannare con il mio tono il sentimento, perché non dicessi “la malinconia è brutta.”

Sarebbe stato tutto molto più semplice.

“Quindi la malinconia è quando guardo anche le cose belle con un po’ di tristezza, maestra?”

“Più o meno”

(Oh, cielo, sto plasmando un nuovo crepuscolarismo!)

Nel frattempo, sudando sette camicie, ho notato che il compagno aveva smesso di piangere, e annuiva.

La malinconia era lì, ma non la sapevo spiegare a parole.

Niente, non sono riuscita a parlarne male, sarà che la conosco da sempre.

Il mattino era terso e gelido, e ho scritto la data “16 gennaio 2017” sulla lavagna.

Tornare a casa. Il calendario dell’avvento letterario (per chi non l’avesse letto), e il saggio “Sulla poesia” di Giorgio Caproni.

Eccoci, Natale archiviato già da un po’, le vacanze solo un ricordo (nemmeno un gran bel ricordo, a dire il vero), ma devo ammettere che mi è piaciuto molto, in questo periodo, partecipare al “Calendario dell’avvento letterario” di Manuela di “Impressions chosen from another time”, che da due anni, ormai, mi invita a scrivere il mio pezzo (che di natalizio ha soprattutto la crisi esistenziale, ma vabbè) e sopporta le mie paturnie.

L’anno scorso mi sono dedicata a “Il presepio” di Giorgio Manganelli, mentre quest’anno avrei voluto parlare di un racconto di D’Annunzio, poi invece mi sono ritrovata a riflettere su una poesia di Giorgio Caproni, mio antico amore.

Chi volesse leggerlo, trova tutto qui.

Il mese scorso, poi, ho avuto modo di leggere una vera “chicca” di Giorgio Caproni. Si tratta del saggio “Sulla poesia” edito dalla rinata “Italo Svevo editore”e curato da Roberto Mosena, in cui si riporta una lezione sulla poesia tenuta da Caproni il 16 febbraio 1982 al “Teatro Flaiano” di Roma, registrata dall’attore Pietro Tordi.

Di questa lezione avevo chiari molti concetti, sgranati come rosari durante gli anni della tesi, e rileggerli su questo librino è stato un po’ come tornare a casa.

La lezione parte dal commento del testo “Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia”, inserita nella raccolta “Il muro della terra”, del 1975 e da lì procede, con la grazia schiva e quasi severa del poeta, semplice e preziosa, con un discorso più ampio sulla poesia.

Poesia anacronistica, poeta come minatore.

Poesia detta, non essenzialmente “letta”. E lì Caproni ricorda quando “per un anno girai per le scuole limitandomi a leggere delle poesie”.

Sospiro (mio).

“E Montale, io ricordo quando uscirono gli Ossi di seppia, ne vendette venticinque copie e poi non se ne parlò più. Io lo comprai, cominciando da me, su una bancarella, usato, a qualcuno a cui non era piaciuto. Mi ricorda l’impressione  enorme che mi fece. Chi era questo Montale?”

Un libro piccolo e grande, insieme, il tempo di una lezione e le parole tutte lì, semplici e complesse, la poesia che non passa mai di moda perché non lo è mai stata, le parole che riposano in me da anni. Un ritorno al mio passato, dicevo.

E tornare a casa, a volte, non è per niente male.

“Mi pare che sia stato Proust, potrei sbagliarmi a dirlo, <a dire che> quando uno legge un poeta in fondo non fa che leggere se stesso.”

G. Caproni, “Sulla poesia”, Roma, Italo Svevo Editore, 2016.

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Punti di vista

A volte mi succede un fatto strano.

Guardando certe attrici su un giornale, o le persone mie coetanee che conosco, ecco, mi capita di pensare alla mia vita come a un prodotto congelato, come se quello che loro stanno vivendo a me dovesse ancora succedere, come se la mia esistenza si fosse fermata e la loro continuasse a scorrere, più veloce.

So che è stupido, ma questo pensiero mi dà una sorta di vertigine, una sensazione che dura pochi secondi, per poi riportarmi alla realtà.

Non è presunzione, è immobilità.

Stamattina un bambino mi ha detto “come disegni bene, maestra” e io ho mi sono detta, che strano, io ho sempre disegnato malissimo, tanto che mia madre alle elementari si vergognava un po’ a far vedere i miei quaderni alle zie. E invece.

Punti di vista.

Poi oggi è stata una giornata di neve fitta, come non se ne vedevano da tempo, in dicembre. Ho lavorato fino a tardi e non ho avuto nemmeno il tempo di camminare un po’, bagnarmi il viso, respirare.

Ho guardato la tv e il mondo mi sembrava un posto sempre peggiore, ma poi ho pensato che nel pomeriggio avevo lottato per difendere il desiderio di credere a Babbo Natale, io che credo in pochissime cose, e mi sono detta che forse non tutto era perduto.

Punti di vista.

Il futuro

Stamattina stavo spiegando e un bambino mi si è avvicinato. Nel frattempo, coloravo una scritta natalizia da appendere sulla porta della classe.

Si è avvicinato e mi ha detto: “Sai, io ti voglio bene, perché mi insegni l’Inglese. E mia mamma dice che mi serve per il futuro.”

Io ho alzato lo sguardo e, stupita, (reagisco sempre da orso eremita alle dimostrazioni così spontanee di affetto), l’ho guardato e gli ho detto:” Grazie”.

Il bambino si è allontanato felice e senza pensieri.

“Per il futuro.” Ha detto con una voce piccola, che squillava come una tromba.

Più tardi guidavo in una nebbia fittissima.

Non si vedeva nulla, indovinavo a malapena le curve all’ultimo minuto, con la malagrazia di chi guida senza arte.

La strada ghiacciata, gli alberi nascosti. Essere cosciente solo di ciò che mi era immediatamente davanti.

La paura e il desiderio di essersi persi.

Guidavo e ridevo per quel bambino così piccolo e intraprendente.

Guidavo e pensavo che proprio quella nebbia, e non altro, mi ricordava il futuro.