Stasera spulciavo un po’ tra le mie sudate carte (immateriali) mentre cercavo disperatamente la cartella che aveva dentro un film che volevo proiettare in classe ma che pareva irrimediabilmente perduto. A un tratto ho trovato un file dal titolo “piangere in spiaggia”, un racconto che pubblicai sulla rivista “Abbiamo le prove” nel maggio 2014.

Sono andata a cercarlo nella rivista, ma sembra che non ci sia più. Lo lascio qui per chi non lo avesse mai letto.

“Era la fine dell’estate.

Un’estate calda che ricorderò sempre.

L’estate in cui percorsi in lungo e in largo la Sicilia con un pulmino ed eravamo spensierati come non saremmo mai più stati.

L’estate in cui la mia famiglia fu flagellata da una gastroenterite che mi risparmiò, in cui fui infermiera e mia sorella si trasferì a casa mia “per essere più tranquilla”e io un giorno la caricai in macchina con il suo bambino e il suo borsone e li riportai a casa perchè non ne potevo più di averli lì.

L’estate in cui il mio professore, ammalato da tempo mi telefonò e mi propose di seguirmi per la tesi. Mi richiamò all’ordine, insistendo, non sapevo perché, affinchè mi mettessi a lavorare subito. Mi diede qualche dritta e mi disse: “Ci rivediamo a settembre, tu scrivi, leggi e portami qualcosa”. Torino era una conca disperata di asfalto e calore, abbandonata dal traffico e dalla gente. Luglio 2006.

L’estate in cui lessi e studiai e scrissi tanto, aspettando settembre.

L’estate in cui comprai un prodotto autoabbronzante che mi diede un colorito quasi irreale. La mia pelle come un dipinto ad olio.

Poi era giunta la fine di quell’estate e avevamo progettato di andare ancora un giorno al mare.

Il cielo era ancora carico d’afa e di sole. La terra portava le cicatrici di una siccità prolungata.

Facevo lunghissimi giri in bicicletta, con la musica nelle orecchie.

Ero felice e non sapevo nemmeno perchè.

Mi ero comprata un paio di sandali arancioni con un fiore imbarazzante, che mi slanciavano e mi facevano sentire sicura in quel clima di vacanza prolungata.

Era il due settembre.

Considero da tempo settembre un mese decisivo, per le scelte e il destino degli anni. Un capodanno camuffato che sostituisce la realtà alle molli illusioni, come se i mesi precedenti fossero una parentesi trascurabile dell’esistenza, un modo per scappare da noi.

La sera prima di partire ricordo in modo pungente e vivo che mi dilettai a fare un deciso scrub per eliminare i segni di quell’abbronzatura innaturale. Sfregavo, sfregavo, la pelle scivolava via come i giorni bellissimi che l’avevano illuminata. L’acqua faceva il resto. Veniva via tutto, se penso a ciò che stava succedendo in quel momento mi sembra un amarissimo richiamo simbolico. – Il Simbolismo ci ha rovinati, lo penso spesso.

Il mattino caricammo l’auto di borse da mare, di teli di spugna colorati che profumavano di bucato. Partimmo, i sandali arancioni ai piedi, il costume nero annodato sotto la maglietta. Un caldo soffocante.

Dopo alcune ore di viaggio, ecco: la sistemazione in spiaggia, la scelta di ombrellone, lettino, il rito della crema, il mare increspato, il cielo giallo e fermo.

Non ero tranquilla. Mi rigiravo sul mio lettino, non mi piaceva la gente, avevo la gola secca.

Mi convinsi a fare il bagno ed era bello lasciarsi asciugare dal vento, come mille altre volte.

Guardavo le goccioline evaporare, ignara.

“Manuela, c’è il tuo professore, sul giornale”

“davvero, dove? dammi” Ricordo che fissai la pagina cercando il riferimento ad un saggio, a una conferenza, un aggancio con l’Universo letterario consueto.

C’era la sua foto e un titolo. “Tradizione significa guardare avanti” ricordo che dissi “che bello”.

Era morto.

Era morto la sera prima.

Era morto e non me l’aveva detto.

Era un uomo anziano e ammalato, lo so. Non era un  parente, non era un amico, un fidanzato, non era niente. Ma piangevo.

Apparteneva ad un mondo inconsueto, vicino ma lontanissimo, per cui non avevo previsto  la possibilità della morte.

Ricordo poco di quel momento.

Solo che mangiavo un ghiacciolo.

Solo che piansi.

Disperatamente, convulsamente.

Piangevo e non riuscivo a spiegare. Piangevo e il ghiacciolo colava sulle mani.

Al limone.

Non poteva essere vero.

“Ci vediamo a settembre. Tu scrivi e leggi e studia”

Io avevo scritto e letto e studiato. E adesso non serviva più a niente.

Piangevo e cercavano di consolarmi. E io non volevo.

Improvvisamente la spiaggia si era fatta stretta, curiosa.

Tutti volevano sapere, tutti borbottavano, mi guardavano con stupore, alcuni parevano scuotere la testa.

Immagino le ipotesi. Sentivo gli sguardi e le parole appiccicarsi come la sabbia nelle pieghe, m’invadevano e ronzavano intorno in quel momento in cui mi era esplosa dentro la vita nel suo rovescio.

D’un tratto si avvicinò una signora e chiese: “Che cos’ha?”

“E’ morto un suo professore”

Si allontanò stranita. “E allora…”

Nessuno capì. Telefonai all’unica persona che avrebbe capito.

Parlammo poco, singhiozzai. Sentivo che in quel momento non mi interessava nulla, nemmeno confrontarmi, solo piangere.

La gente della spiaggia era infastidita da questa ragazza in costume che aveva rotto il velo afoso della fine estate con il suo pianto scomposto, quasi volgare. Ebbi una reazione esagerata, non avevo ancora le dosi del dolore.

Piangere in spiaggia, neanche per un amore, o per un amico, poi, che cosa stupida.

Dopo un po’ mi calmai, ma ormai la giornata era andata.

Ricordo che avrei voluto tornare a casa, lavarmi via la sabbia dal corpo e strofinare in profondità, limare quell’escoriazione che era dentro, ma sentivo in superficie.

E invece c’era ancora la passeggiata, la cena di pesce, i “perchè non mangi?”, gli “eh, dai, non fare così”, la gente che guardava il cane bastonato che ero.

In quel preciso momento era finita l’estate.

Andai al funerale, ricominciai a studiare, scrivere leggere, iniziai anche a lavorare in un piccolo asilo di paese. L’anno dopo mi laureai, cambiai lavoro. Vissi altre estati, altri settembre.

A volte ho pensato a quel giorno, alla pelle che si staccava e cadeva nella vasca, all’acqua che la trasportava giù. A qualcuno che in quel momento moriva. A una ragazza col costume nero che piangeva in una spiaggia affollata.

Alcuni anni dopo, otto anni dopo, oggi, precisamente, compresi una cosa, crudele forse, ma vera.

Quel giorno che piansi in spiaggia non piansi per lui, piansi per me.

Per me.

Era finita l’estate.

Da quel giorno tutto sarebbe stato più difficile, intenso, più vero.

Per questo, forse, odio chi mi rimanda a settembre.”