La prima volta che vidi il mare avevo sette anni.

Sì, sette anni. Non era il Medioevo e non sono nemmeno così vecchia, anzi, faccio parte di quella generazione che passava mesi interi al mare con madri e nonne.

Io no. I miei genitori non facevano vacanze al mare e spesso, come accade, e allora succedeva ancora di più, ho conosciuto il mondo non solo grazie a loro, ma anche alle mie sorelle, ad amici, vicini di casa, catechisti e preti, che in un paesino negli anni Novanta erano ancora fondamentali.

La prima volta che vidi il mare ero con la mia sorella maggiore e con i miei vicini di casa di allora. L’occasione, una visita di cortesia a una coppia di altri vicini di casa, di cui il marito lavorava in un albergo come stagionale.

In realtà, la prima volta che lo vidi fu durante il viaggio in macchina, quel giorno, dietro le ciminiere bianche e rosse di Savona, che per anni hanno segnalato, nel mio immaginario, la prossimità del mare e ora sono state irrimediabilmente smantellate. Erano orribili, ma per me erano “il mare”.

Avevo un costumino intero blu e non possedevo un paio di ciabatte. Andai in spiaggia con le scarpe da ginnastica, mi tolsi timidamente i calzini bianchi corti e, quando toccai con i piedi nudi la sabbia pietrosa della Liguria, sentii un fastidio mai provato prima.

Ma il mare, ecco, il mare era bellissimo. Ne osservavo la linea tirata all’orizzonte e mi chiedevo se fosse così nitida per qualche motivo. Mi chiedevo, incantata, dove finisse il mare e iniziasse il cielo.

Banale, ma, per la me di allora, una questione serissima.

Avevo sette anni e toccavo con i miei piedi nudi e il mio corpo, allora gracilissimo, lo sciabordio delle onde sempre diverso, sempre uguale. Le mie dita scoprivano una terra sconosciuta, che poi è acqua, elemento vivo e vitale e primordiale.

Indossavo, sul costume olimpionico, un paio di pantaloncini di spugna bianchi, con il bordo verde e fucsia, e mi sentivo privilegiata. Guardavo il mare per la prima volta e finalmente, quell’anno, al ritorno a scuola, avrei avuto qualcosa di sensazionale da raccontare.

Non che le mie estati allora fossero brutte, anzi. Ma il mare era, il mare è qualcosa di più.

Nei ricordi delle mie vacanze campagnole si inserisce come episodio cardine di una quasi mitologia che mi fa sentire spesso quasi estranea ai miei coetanei e, soprattutto, ai bambini di oggi.

Estati infinite di biciclette e piazze vuote, erba falciata e fieno, di gelati e uovo sbattuto nel bicchiere con lo zucchero.

A sette anni guardai il mare con una meraviglia che ricordo ancora, perché è la stessa di oggi, qui, in quest’isola greca in cui ho visto uno dei tramonti più belli della vita – e da quel giorno lontano del secolo scorso ne ho visti tanti, in diverse parti del mondo – con l’emozione ulteriore di trovarmi in quel mare dove è nato tutto, il mare degli dei e degli eroi e dei naviganti, e la follia di immaginarmi imbarcazioni di un passato millenario spuntare, all’improvviso, all’orizzonte.

Allora non sapevo nuotare, come non so ora. Ma ricordo la sensazione meravigliosa di quelle onde sulla pelle, così intense da sentirle penetrare nelle ossa, nelle fibre più profonde. Onde che accarezzavano e spesso si scagliavano contro i piedi con violenza.

Era bello. Avrei raccontato tutto a casa, anche la percezione così strana, mai provata, di sentire il movimento delle onde sulle gambe anche a distanza di ore, di giorni.

Come un soldato delle varie campagne di Russia, affrontavo il mare mal equipaggiata e ingenua. Non so se tolsi i pantaloncini e mi immersi completamente, probabilmente no. Ma non potei che soccombere di fronte a tanta bellezza, i piedi nudi nel mare, gli scogli, le onde, la striscia tirata dell’orizzonte che non sai mai dove finisca.

Guardavo. Bevevo con gli occhi ogni particolare, osservavo e sentivo e registravo nella mente.

Avevo sette anni e vidi il mare per la prima volta. E per la prima volta, del mare, mi innamorai.

Mi colse, profonda, l’impressione di vivere qualcosa di speciale.

“Che pena, che nostalgia”, direbbe Dalla, ma ritrovo la stessa anche oggi, di fronte alla magia del mare, sulla stessa pelle, sugli stessi piedi, in un circuito che muove dalla memoria all’epidermide.

Sicuramente avrei avuto qualcosa da raccontare.

Probabilmente lo raccontai, con un po’ di timore, però. Sapevo, infatti, che tutti o quasi, in classe, passavano settimane al mare. Io no.

E quel giorno lontano è sempre vivo, come le correnti, come le fibre e le molecole della me bambina che vivono in me, che mi svegliano all’alba con il desiderio di raccontarlo, oggi, senza paura.