Oggi pensavo agli oggetti. Alla vita degli oggetti. Una vita breve, spesso. O, altre volte, un’esistenza che si prolunga ben oltre i confini della vita di chi li ha acquistati, costruiti, custoditi.

In questi giorni mi sono ritagliata un’inconsueta vacanza al mare, una piccola parentesi solitaria nella casa ligure di mia sorella. Un appartamento da cui si vede un mare come una striscia tirata, ben tesa sotto il cielo, capace di assumere, nel corso della giornata, le tonalità più disparate, dall’azzurro, al blu, al bianco lattiginoso o rosato della sera, quello che preferisco.

Stamattina osservavo l’armadio bianco nella camera da letto riservata, di solito, ai miei nipoti. Un mobile di legno che è appartenuto ai miei nonni materni che, durante la mia infanzia, era di colore bruno, e per anni è stato relegato nella cantina di casa mia. Era un oggetto a cui non mi avvicinavo volentieri, per timore o per una strana forma di rispetto per un passato che non conoscevo e che, per motivi allora sconosciuti, mi evocava qualcosa di oscuro e doloroso.

Quell’armadio che adesso è bianco, con le ante e i cassetti spesso aperti, pieno di magliette colorate e shorts, è l’unico ricordo dei miei nonni materni, di Anna, che il tempo ha cancellato troppo in fretta, e Giuseppe, che immagino sempre bonario e silenzioso, tranne quando si cantano le canzoni belle e tristi di guerra e d’amore, magari dopo aver bevuto un bicchiere di vino.

Ora l’armadio rivive un tempo felice in un’altra casa, vicina a un mare che probabilmente Anna e Giuseppe non hanno mai visto, con persone che non ne sanno esattamente la storia o non si arenano, come me, nei circuiti della nostalgia.

Tocco il disegno delle ante, una coroncina di margherite, sento con le dita l’incisione nel legno e cerco di percepire il respiro della storia che è anche la mia. Rivivo negli oggetti e nei ricordi dei familiari che non ho conosciuto la stessa sensazione che Ungaretti esprime nella poesia “I fiumi”.

Chiudo i cassetti, a fatica, penso che questo armadio fosse probabilmente nella casa dei nonni al tempo della guerra, che abbia visto nascere mia madre, le mie zie, ne abbia seguito i giochi e le lacrime. Avrà visto morire mia nonna a soli trentasei anni. Anna, che ora è solo una fotografia. Avrà sentito il nonno cantare o ascoltare “Meglio sarebbe che non t’avessi amata…”?

Probabilmente lavoro troppo di fantasia.

I cassetti scorrono male, come fa il tempo, a volte. Ho paura di romperli, il legno sembra fragile, ne lascio uno quasi aperto.

Oggi, poi, pensavo agli oggetti perché stavo asciugando dei piatti con un canovaccio di tela, cifrato G.B. e ho sorriso, pensando a quanti anni siano passati da quando mia nonna Teresa o chi per essa ha cucito il corredo di mio padre, classe 1935, che oggi asciuga piatti in una casa che mio padre non ha mai visto, da cui si vede il mare cambiare colore ad ogni ora.

Ho socchiuso gli occhi, ho pensato che gli oggetti hanno una vita strana, che oltrepassa la nostra e le frontiere non solo del tempo, dello spazio, ma anche della forma, perché quello che oggi è uno strofinaccio era, in origine, un lenzuolo di tela grezza.

Mi chiedo se mio padre giovane o mia madre appena sposata abbiano dormito su questo tessuto così antico e bello e ruvido e nodoso, con queste sinuose ed eleganti G., ricamate da mani lontanissime, molecole e particelle di cui sono fatta, di linfa e tessuti anche miei.

Io ci asciugavo i piatti e pensavo che questa è un’estate nostalgica, piena di ricordi forti e di vertigini e memoria di qualcuno che è passato e ha lasciato un segno nel sangue, nella carne e nell’anima, ma anche negli oggetti.

Perché le cose non sono solo le cose, o forse sono solo io, che mi nutro di ricordi non miei.

Ma nelle cose, indubbiamente, ci sono le storie, e nelle storie ci siamo sempre un po’ anche noi.

Meglio sarebbe se non t’avessi amato, sapevo il Credo e ora l’ho scordato.

Pur non sapendo più l’Avemaria, come potrò salvar l’anima mia?” (Canzone popolare).

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