Abito in un piccolo paese, da sempre.

Ne conosco le strade, la maggior parte delle persone, le case, gli odori.

Quasi tutte le sere, in tutte le stagioni, cammino, percorrendo lo stesso tratto.

Stasera, un sabato d’estate, mi sono avventurata tra le vie.

Da un balcone si sentiva il suono di una chitarra e alcune voci stonate, alterate dal vino, per strada ho incontrato due genitori con un cane al guinzaglio che cercavano i figli che non tornavano, nonostante l’ora prestabilita fosse già trascorsa (avreste dovuto vedere le facce dei figli e gli zainetti molli sulle spalle e sentire il silenzio che immediatamente è calato sull’allegra compagnia di ragazzini).

Nella piazza, la bocciofila registrava il tutto esaurito, un vociare indistinto di uomini e donne. Una bambina, che poteva avere tra i dieci e i dodici anni, seduta su una panchina, confidava all’amica, con aria vissuta: “Quello che mi disturba è che non sia mai stato chiaro, che non mi abbia detto, ad esempio, ‘ti amo’ o cose così”. Ho sorriso, pensando che certi tormenti inizino veramente presto.

Ho incrociato una ragazza dai capelli rossi, con la treccia, che passeggiava con le cuffiette nelle orecchie. Sorrideva e io ero molto curiosa di sapere perché.

Vicino a una casa c’era il silenzio del dolore, lì oggi qualcuno è morto. Già.

Camminavo e il caldo asfissiante della giornata cedeva il passo a una brezza lieve. Una Luna sottile sembrava un sorriso sghembo, d’argento.

Qualche cane abbaiava in lontananza, le televisioni trasmettevano i loro riflessi blu dalle finestre aperte, la signora del palazzo di fronte, seduta al buio, si godeva il fresco della sera.

Poi sono tornata. Una macchina partiva per chissà dove, veloce.

La luna era sempre là, come un uncino, per i pensieri della notte.

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