Mio padre era sempre il primo a andare a votare. Non ho mai capito se per senso civico estremo o per abitudine. Faceva parte di quella generazione maturata al sole del secondo dopoguerra, forse sentiva più forte di altri quel dovere, la potenza che un gesto tale avesse (e abbia) di cambiare un Paese, o la Storia.

Non l’ho mai capito.  Quale fosse il motivo, lui puntualmente si presentava al seggio alle sette di mattina e votava. Poi, arrivato a casa, diceva: “Vada come vada, io ho votato”.

Democristiano della prima ora, aveva visto il Paese cambiare velocemente e, negli ultimi anni, chiedeva chi fosse meglio votare, escludendo a priori la possibilità di non recarsi ai seggi.

Non era un eroe. No. Nemmeno un modello di civiltà. Era soprattutto un cittadino a cui avevano insegnato che il voto è un diritto, ma anche un grande dovere.

Me lo rivedo con l’abito della domenica e le scarpe con la suola di cuoio che facevano un rumore così riconoscibile e mi sembra faccia parte di una mitologia tutta italiana, di un mondo lontanissimo da questi nostri giorni.

Ha qualcosa di quasi poetico.

Già, la poesia. in questi giorni di caos elettorale ho riproposto in una classe il laboratorio di scrittura in versi. Dopo un lavoro di studio e analisi più canonico, i ragazzi si sono cimentati nella composizione di brevi poesie, su diversi temi.

Leggendole, ho notato l’incidenza molto forte della parola “morte” in tutti i componimenti. Ne ho parlato con loro, volevo capire. Dopo il borbottio imbarazzato iniziale, un ragazzo mi ha guardato e, schietto, mi ha detto: “Prof, se lei ci dà da scrivere una poesia che come tema abbia la vita, è inevitabile che io pensi alla morte, mica siamo eterni.”

La scuola è un posto bellissimo. Davvero.

 

 

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