Stamattina a scuola spiegavo “I Promessi sposi”. Era ancora presto e i visi assonnati e segnati dalle lunghe vacanze di Pasqua ritagliavano e occupavano quieti lo spazio e l’aria in cui irrompeva la mia voce delle otto di mattina.

Più procedo in questa vita e nello studio delle stesse opere letterarie, più mi accorgo di imparare ogni volta qualcosa di nuovo non solo su di loro, soprattutto su di me. Quando torno su quella del Manzoni, poi, su questo testo così letto, così amato, così detestato e maltrattato, comprendo che in tutto questo romanzo così grande e forte, alla fine a nessuno interessi se Renzo e Lucia si sposino, poi.

Sono i personaggi la vera forza della storia, non la vicenda in sè, dicevo, stamattina, e forse era la prima volta che mi capitava di dirlo e non solamente di pensarlo.

I personaggi, ecco. Lucia, Renzo e la sua formazione, Don Abbondio e i bravi, Fra Cristoforo, Don Rodrigo e Gertrude, l’Innominato e Cecilia. Che bella e tragica, Cecilia.

Mentre passavo in rassegna i personaggi mi sono fermata a esaminare Gertrude, “la Signora”, la monaca nobile e rispettata, ricca e superba, infelice e crudele. Un personaggio che non si può non amare in tutto il suo tragico realismo. Parlavo, parlavo, e in un momento mi è tornato in mente il destino di Anna. E mi sono persa.

Quando parlo, quando spiego, lo so, parlo troppo di me, mi racconto in modo quasi continuo in contesti che non lo richiederebbero.

Parlare di Gertrude, la monaca di Monza, mi ha fatto venire in mente Anna, sì. Anna era una ragazza nata nel 1913, che non ho mai conosciuto. Il mio unico ricordo di lei è racchiuso in una fotografia. Ha i capelli che cadono sulle spalle e lo sguardo spaventato. Non vedo in lei nulla di noto, ma ha un’aria familiare. La fronte alta e la bocca sottile, un fascino antico.

Anna voleva farsi suora. Probabilmente era molto devota, forse aveva paura del mondo, forse no. Anna non era ricca come Gertrude e quindi la sua famiglia, per proteggerla da un destino di sicura fatica, da serva, le proibì di prendere i voti. Così mi è stato raccontato.

Anna che insegue il desiderio contrario a quello di Gertrude e si perde, in un certo senso. Si sposa, partorisce tre figlie, muore a trentasei anni. Una delle sue figlie, la prima, è mia madre.

Si dice che la letteratura ci racconti la nostra vita, se solo sappiamo coglierne le sfumature. Ecco, in un mattino sonnolento di aprile, Manzoni ha aperto la strada al ricordo di una donna che ho visto solo in fotografia, con lo sguardo impaurito, in cui non mi rivedo, ma nel cui viso riconosco alcuni tratti di chi mi vive accanto.

Il sole filtrava dalle finestre e pensavo a come le scelte di qualcuno possano cambiare mondi, crearne altri. Anna che non prende i voti sono io qui che la racconto, è Manzoni che passa attraverso i visi assonnati di ragazzi che non sanno ancora quali scelte saranno, quali mondi diventeranno.

Mi racconto troppo, lo so.

(Questa volta è colpa di Anna, mia nonna.)

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