Stamattina leggevo e commentavo “Solo e pensoso” di Petrarca; la classe era assente e svogliata, solo in pochi ascoltavano, o almeno, sembravano farlo. Petrarca che non trova luoghi così impervi e “selvaggi” per sfuggire all’Amore e al tormento, in questo lunedì assolato, sembrava troppo distante dalle loro realtà.

Mentre parlavo, però, facevo notare quanto, in Petrarca, i luoghi reali siano in realtà specchi di una geografia dell’anima profonda e complessa, un atlante che dietro a fonti, campi e boschi, ma anche a deserti e strade desolate, nasconde un universo di sensazioni variegate e intense, umanissime. Lì qualcuno si è risvegliato, per un istante.

L’altro giorno, pensavo, mi sono ritrovata a parlare di un viaggio a Dublino con una persona che l’aveva visitata di recente e, dopo le prime impressioni piene di entusiasmo, l’ho fermata, dicendo che, contrariamente alle sue affermazioni, io l’avevo trovata triste e invivibile, con quel vento carico di pioggia, il cielo che tocca la terra con le sue nuvole pesanti e le sue strade deserte alle quattro del pomeriggio.

La stessa cosa mi è successa qualche volta parlando della bella e accogliente Bologna, che io, tuttavia, ripenso con un nodo in gola.

Comunque, in entrambi i casi, ho capito. Ho ricordato quanto, a entrambe le città, abbinassi, e abbini tuttora, ricordi, se non dolorosi, tristi o inquieti. Un malumore, un periodo di forte malinconia, una discussione. Il sentirsi “spaesati” in un luogo che di per sè era una promessa di bellezza, ma non per tutti, non per me, non in quel momento.

Non è la città, sei tu. È la geografia dell’anima che prende corpo e diventa piazze, strade, passi e ricordi, monumenti e fotografie in cui ridi, ma guardandole attentamente sai benissimo che è un sorriso di circostanza.

Alla fine, come mi diceva una persona, è un po’ come per il Calvino delle “Città Invisibili”, siamo noi le città, sono i nostri desideri, le passioni, gli affanni, con cui occupiamo gli spazi, i tempi della nostra permanenza sulla Terra.

Siamo paesaggi.

Già. Parigi estiva e bellissima, Roma arancione e languida d’ottobre, Bologna litigiosa, Dublino triste e funerea, New York elettrizzante, per dirne solo alcune. Ma sono sempre io, non sono loro. I luoghi che fanno da contenitore dei nostri giorni, della vita con cui le abitiamo.

Siamo noi che inventiamo i luoghi, inventando noi stessi nelle vie, sui ponti, nelle camere d’albergo e nelle case che abbiamo abitato.

Siamo paesaggi. Siamo aspri o quieti, deserti o splendidi o trascurati.

“Ma Dublino è stupenda!” Ha sbottato stupita. Ecco, io ho risposto che aveva ragione, che non era Dublino, ero io. La persona con cui parlavo mi ha guardata stranita, ha sorriso, non credo abbia capito.

La città è ridondante: si ripete perché qualcosa arrivi a fissarsi nella memoria.

La memoria è ridondante: ripete i segni perché la città cominci a esistere.”

.I. Calvino, Le città invisibili, Einaudi, 1972.

Post scriptum.

Guardando un mappamondo ho trovato me stessa. Ed ero un’isola. Ma ero anche una montagna affilata, e una pianura quieta in cui succede tutto e non succede nulla.

(Ecco, avevo bisogno di scriverlo da qualche parte).

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