A volte rileggo, a distanza di tempo, ciò che mi capita di scrivere qui o ho scritto altrove.

Ecco, riparto e rivedo testi o ricordi o riflessioni di giorni, anche anni fa e ogni volta mi succede di notare quanto, in quei mesi lontani, scrivessi meglio di ora.

Forse è un decadimento naturale, come succede ai neuroni, o, peggio, un incantesimo. Il terrore più grande è dato dal pensiero che questa tendenza peggiori di giorno in giorno e un mattino, magari grigio come questo, io mi ritrovi senza parole, incapace di scrivere o immaginare.

Perdere le parole, magari partendo dalle più complesse, come pantagruelico o splenico, per arrivare alle parole semplici, casa, torta, fino a quelle meravigliose, come bocca o corpo.

Quando perderò la parola “siderale”, be’, forse sarà tutto finito.

Ma non ci voglio pensare.

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