L’altro giorno sono andata in gita al lago. Sul pullman, una collega chiedeva a me e ai ragazzi vicini che qualità avrebbero desiderato avere al massimo grado.

Le risposte, varie, dal saper parlare tutte le lingue del mondo, al saper danzare benissimo, al saper disegnare perfettamente.

Io pensavo. Non sapevo veramente cosa rispondere.

Saper parlare, saper convincere. Conoscere la bellezza e saperla diffondere, farla amare in quanto tale. Ecco la mia risposta.

La bellezza, la parola. Due beni che per me hanno contato sempre tanto. Forse troppo.

Ero al lago e pensavo che tre anni fa ero lì e il giorno prima avevano seppellito mio padre, e io non avevo pianto.

Mi ha preso un senso di vertigine e smarrimento. Ero in un bar e ho iniziato a sentire il cuore battere all’impazzata, il respiro strozzato. Sono uscita.

L’aria era gonfia di pioggia e lì, proprio quando era tardi, proprio quando tutti avrebbero potuto vedermi, ho pianto.

Ma anche questa volta, ho pianto per me.

Perché ho dato importanza alla bellezza e alle parole. Che non sono tutto, che forse sono niente.

Il cuore batteva ancora.

Saper parlare, convincere. Saper far amare ciò che amo. Ecco cosa ho risposto.

Forse sarebbe meglio saper ballare e disegnare, ché le parole sono infide, scivolose, taglienti.

La pioggia ha iniziato a farsi battente. Le ferite aperte bruciavano di un nuovo dolore.

Ma i ragazzi cantavano. E io li ho ringraziati di quel canto, di insegnare, loro, a vivere, a me, senza nemmeno saperlo.

Il giorno dopo un ragazzino mi ha detto: “Prof, ma in gita lei ci ha lasciato anche liberi, non credevo.”

E io mi sono stupita: “Sai” gli ho detto “hai presente i cani alla catena? Alla fine vogliono slegarsi e andare. Io preferisco non mettervi la catena. Questa si chiama responsabilità.”

Dovessi rispondere oggi a quella domanda forse direi che la cosa che vorrei avere è questa: saper insegnare alle persone a crescere, a diventare grandi.

Ma forse un po’ lo sto già facendo. Ci provo.

E il cuore batte ancora, “povero untore”.

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