A volte la musica è peggio di una madeleine.

Me lo ripeto in questo pomeriggio arancione e polveroso di quasi novembre. Seduta alla scrivania che non usavo da tempo, che per tre anni è stata soltanto un deposito di libri e fogli e vestiti stropicciati e ora torna a essere il mio tavolo di lavoro.

Perché forse in questi tre anni anche io non sono stata io, non sono stata che il deposito di giorni, lavoro e vestiti stropicciati (quelli, sempre). Ora che mi sembra di essere finalmente al mio posto, capisco di essere sempre alla deriva, di allontanarmi da tutto, rimanendovi sempre fissata per le radici.

Ascolto un vecchio cd, lo stesso che ascoltavo nel 2013, quando non ero più felice, né più soddisfatta di adesso, solo di quattro anni più giovane, solo più spesso seduta a questo tavolo. Sento gli accordi, la stretta al cuore di certi passaggi e capisco che la parentesi di questi tre anni forse mi ha tolto qualche battito, mi ha insegnato tanto, ma non ho capito abbastanza.

Ho incontrato molte persone, mi hanno arricchita, ma quando sono arrivata in classe, quest’anno, mi sono come svegliata da un lungo torpore. Ero di nuovo lì, potevo vedermi, toccarmi. Reale.

Vera come la luce di ottobre, esagerata, forse, con i pensieri impolverati e tossici, a volte. Con la musica che fa da detonatore. Un po’ sorrido, un po’ ripenso a che cosa mi sia persa. Forse niente, probabilmente tutto.

Tra poco l’arancione si farà rosa, arriverà novembre e le rose che resistono ai primi cappotti. Il mio tavolo ospiterà nuovi fogli e vecchi vestiti, perché le cose sembrano cambiare così in fretta, ma alcune non cambiano mai.

 

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