Stasera nell’aria c’è profumo d’estate. 

La sento tra i capelli, mentre cammino nelle solite strade che conosco ormai a memoria, che sembrano immutabili – cambia solo lo scenario intorno, nebbia, ghiaccio, neve, afa –

Lo vedo nel colore dei campi, nella sfumatura delle nuvole intorno alla cima del Monviso.

Arriverà. Anche quest’anno.

Mentre rientro a casa rivedo la stessa tonalità d’imbrunire di molti maggio fa, qualche esame da preparare, lo studio protratto sul balcone fino al morire dell’ultima luce – poi mi chiedo dove abbia perso la vista – il cruccio dell’esame di guida che non riesco a passare.

Il grano verde, qualche papavero. Da queste parti sembra non mutare mai nulla.

Rientro e ripenso a una sera come queste, pochi anni fa, un imprevisto, “Cara” di Dalla nella camera al buio, e mi viene una nostalgia calda, per la bellezza. Per le parole.

Il freddo dei giorni scorsi, fuori, mi aveva fatto dimenticare cosa si prova in sere come queste.

C’è l’idea, assurda, che tutto possa succedere. La vertigine delle possibilità, la scintilla del futuro.

Poi è l’estate, soprattutto, a succedere.

A volte penso che sarebbe meglio dimenerei sospesi in serate così, lontani dalla violenza dei mesi estivi. Tiepidi.

Apro le finestre e ascolto i primi grilli, arroganti, fare il loro consueto lavoro. Mi è venuta voglia di ascoltare Dalla.

La voce calda si fonde con il rumore dei primi motorini, dei cani.

Arriverà, anche quest’anno. Lo sento.

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