Oggi sono uscita tardi da scuola. Il cielo plumbeo, l’aria gelida di una primavera che sembra aver tentato un suicidio improvviso, il mio viso segnato nello specchietto retrovisore dell’auto.

Ho guidato sull’ampia statale interrotta a tratti da lavori in corso, i primi timidi papaveri tremavano sul ciglio della strada. Ad un certo punto, nel folto del verde, facevano capolino due galline senza meta, forse in fuga da qualche cortile, dal destino, credo, ormai segnato.

Riflettevo, la radio spenta, il motore stanco. Pensavo alla memoria dei luoghi. 

Il venticinque aprile appena passato, stropicciato da polemiche assurde e inquietanti, negli occhi alcune immagini viste ieri, senza audio. Il Martinetto, Torino, i volti magri dei sopravvissuti, il tempo che passa e travolge tutto, gli stralci commoventi delle lettere dei condannati a morte.

I luoghi del passaggio di tanti uomini e donne. Luminosi e apparentemente senza memoria, nonostante le parole della Storia.

Oggi mia madre mi raccontava stupita e stranita di quanto in un quiz televisivo continui a rilevare l’assoluta “incoscienza” storica di concorrenti, solo apparentemente titolati e preparati.

“Non c’è più niente, manca la memoria”.

Pensavo e guidavo e guardavo questi luoghi e questa strada piena di traffico e di auto e di persone e mi chiedevo se davvero i luoghi non abbiano memoria, come noi.

Poi, stretta nel caos della ricerca di un parcheggio, sono passata accidentalmente in una piazzetta in cui non andavo da tempo.

Lì c’era un barbiere, ci ho portato mio padre una volta ogni tanto negli ultimi dieci anni della sua vita.

Un luogo sempre denso di traffico e persone. In quei pomeriggi parcheggiavo spesso in doppia fila, aspettando mio padre in macchina, in certi casi anche per ore. Mi ricordo il fastidio lieve e pungente che mi pervadeva alla sua richiesta ciclica, insistente, che ora mi fa sorridere.  Ricordo la musica e i libri che mi intrattenevano, in quei giorni che mi sembrano ora lontanissimi, alla pioggia o al sole, a seconda delle stagioni, in quel rito che sovvertiva l’ordine naturale, la figlia che accompagna e aspetta il padre e non viceversa.

Ricordo il “dopo”, il profumo intenso del dopobarba, il “va meglio, vero, così?”, detto a bassa voce, il viaggio di ritorno nel silenzio consueto.

Oggi, dopo anni, la piazza mi è sembrata sempre uguale, affollata, con le auto in doppia fila, il traffico affannoso delle cinque di pomeriggio.

Sembra che il barbiere si sia spostato in una via più centrale.

Guidavo e pensavo, ancora, alla memoria dei luoghi, al tempo e alle persone che li attraversano e ho notato come, spesso, sembri così normale che tutto continui a esserci senza di noi.

Deve esserci una sorta di meccanismo di difesa, i luoghi devono pur sopravvivere allo scacco della nostalgia.

Mentre riflettevo su queste cose ho finalmente trovato parcheggio. Faceva freddo e sul muro gli addetti del comune stavano affiggendo dei manifesti. “Centro benessere. Prossima apertura” a caratteri cubitali copriva il manifesto delle celebrazioni del 25 aprile.

Poco dopo è iniziato a piovere e mi sono accorta che era veramente tardi. 

Sono ripassata per la piazza e ho respirato. Forte.

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