Poi, in un mattino assolato, un bambino mi ha chiesto all’improvviso: “Ma a te piace quello che fai?”

Bella domanda.

“Ho sempre pensato che quello che faccio debba piacermi, altrimenti non ha senso farlo.” Ho risposto.

Il sole filtrava dalle finestre, le tende arancioni inondavano la stanza di quella luce primaverile che mi faceva pensare che un altro anno stava inesorabilmente passando.

Dopo alcune ore, riordinando i libri, ripensavo alla domanda del bambino.

Ho pensato all’entusiasmo. a quello iniziale, a quello perso, agli anni folli che mi hanno portato a essere ciò che sono.

A tutto lo sforzo fatto per farmi piacere ciò che faccio, anche se non è così. Alle cadute, alle ginocchia della vita ferite.

Poi, tornando a casa ho aperto il computer e ho scritto.

Qualcosa, delle impressioni.

Ho scritto male, l’unico modo in cui so farlo.

Ho scritto per immagini, perché l’unica cosa che so fare è guardare.

Osservare, da vicino, o,  molto meglio, da lontano.

Ho scoperto che mi viene abbastanza bene. E che non posso fare altro.

Ho scritto sul tavolo della cucina, come nei primi giorni in cui abitavo in questa casa, e mi sembrava troppo buia rispetto alla casa in cui abitavo prima.

Ho scritto e ho pianto, ma poi sono stata bene, molto.

“Ecco”, avrei voluto dire allora a quel bambino, “una cosa che mi piace veramente fare.”

Ma forse non mi avrebbe capito, e in fondo è meglio così.

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