Un po’ di tempo fa, subito dopo l’intervallo, entrando a scuola, ho raccolto da terra un bigliettino.

Le ultime grida si stavano spegnendo, i bambini riprendevano faticosamente posto. 

Il sole filtrava dalle tende chiare, riscaldava le spalle, fuori era ancora così inverno da non dare scampo a qualche traccia di verde.

Mi siedo in classe, tolgo la giacca, sistemo i libri, organizzo l’attività. Il biglietto stropicciato giace ora nella mia tasca, è difficile risalire a grafia, classe, autori della carta. In fondo l’ho trovato in una zona franca, non potrei accusare nessuno di averlo scritto.

Che cosa, poi.

Dopo aver riportato data e consegna alla lavagna tiro fuori il biglietto. La classe lavora, io tengo d’occhio loro e il foglio.

Lo apro.

È un dialogo a due voci, molto probabilmente femminili.

“Allora ti piace X.”

“Non è vero.”

“Dai, dillo, ti piace.”

“No.”

“Ma sapevi che piace a me, da sempre.”

“Senti, non mi piace X. Cosa ci posso fare, è lui che mi viene incontro.”

Chiudo il biglietto. Sorrido.

Sorrido e penso a quell'”incontro”. Nella vita ho sentito spesso un “andar dietro”, in virtù di questo.

Sorrido e credo che sia bello, nonostante il biglietto, il luogo, il tempo che tutto ciò mi sta rubando, pensare che l’amore sia un venirsi incontro.

Incontro, senza poterci fare nulla.

Che sia un bambino che non riconosco a avermelo insegnato, poi, fa riflettere.

Ho chiuso il biglietto, l’ho appallottolato. Ho ricominciato a spiegare.

L’inverno sembrava scalfito dalla luce del mattino, splendente.

Avevo bisogno di respirare.

“Cosa c’è scritto su quel biglietto?”

“Niente. Niente di che.”

Qualche ora dopo, tornando a casa, ho cercato il biglietto nella mia tasca, ma era sparito.

Ho respirato forte, e mi è sembrato così semplice da essere bello.

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