Pochi giorni fa, seduta nella penombra quasi estiva di una fine di marzo bollente, leggevo distrattamente notizie, frammenti di eventi, sfogliavo immagini a caso, quando il mio sguardo è stato attirato da una notizia.

Il titolo recitava: “Cervo in fuga a Torino nord”. 

Quasi poetico, ho pensato.

(Un titolo perfetto per una poesia che vorrei aver scritto, che probabilmente non scriverò).

Un cervo si aggira per le strade della zona nord della città, sicuramente spaventato, forse curioso. Un animale selvatico e leggero, veloce, che sfugge velocemente nel fitto di un parco della zona.

Impalpabile come una scia, reale come certi fantasmi.

Mentre la notizia restava fissa sul mio display, nella mia mente scorrevano immagini e parole. 

In fuga da cosa? Da chi? E perché, poi. 

Un cervo, animale da fiaba, da sogni lontani. Gambe sottili, fragilità apparente e rapidità, come certi desideri, in una città frenetica che non sa nulla di lui.

(I mondi lontani che si sfiorano possono farsi molto male?)

Proprio una cerva è la protagonista di una poesia di Giorgio Caproni – ecco forse, l’aggancio mentale alla poesia.

Ne “Il flagello” una cerva si aggira per i campi, razziandoli, in perpetua corsa, veloce, temuta, capace di generare un flagello, imprendibile, irraggiungibile. La cerva, nel finale diventa l’emblema del desiderio irrealizzato, del desiderio irrealizzabile, del destino.

“In perpetua corsa. 

Nessuno era mai riuscito 

A osservarla vicina.

[…]

Quale voracità 

poteva avere, una cerva, 

per creare un flagello?

[…]

Nulla, 

per loro, c’era di più bello 

del poterla inseguire.

[…]

In questo – forse – il flagello?

Rincorrere il desiderio?

Rincorrere la morte?”

Il pomeriggio correva veloce, ma l’animale poetico mi inchiodava lì, allo scacco continuo tra l’essere e il desiderare.

Non so che sia stato, poi, del povero cervo di Torino Nord, spero nulla di male.

 Nella mia testa, lo ammetto, lieve e imprendibile, resta un’immagine bellissima.

Annunci