L’altro giorno mi è capitata tra le mani una di quelle vecchie rubriche del telefono, a righe, con la copertina lucida, in cui una grafia bambina, elementare – la mia – aveva riportato, ordinatamente, i nomi delle utenze chiamate con più frequenza.

I tempi del telefono fisso e della lentezza.

I fogli ingialliti dal tempo facevano il pari con le pieghe a livello delle lettere.

Ricordo lunghi pomeriggi in cucina, negli inverni di chissà quante vite fa, in cui, sotto lo sguardo di mia madre che stirava o di mio padre seduto sul divano (“Scrivi bene!”) ricopiavo i numeri dalla vecchia rubrica. A volte ne aggiungevo di nuovi. Spesso, ciclicamente, eliminavo dei contatti per i motivi più vari.

Guardavo questa rubrica e la sfogliavo come una reliquia, come un oggetto da mitologia. Sotto i miei occhi scorrevano i nomi di chi c’era, di chi c’è ancora. Molti di questi nomi appartenevano a persona che non conoscevo, che non conoscerò.

I più erano uomini che mio padre contattava per lavoro, qualche parente, pochi amici. Vivi, morti, perfetti sconosciuti.

E pensavo che più di una volta, nel corso di tutti questi anni, mi è venuta la voglia, forse malsana, di chiamare qualcuno, pur sapendo che non c’era più, come se il telefono durasse oltre la morte, oltre la vita. Sapendo benissimo, sì.

Pensavo, poi, che spesso, dopo la morte di una persona che fu per me una guida, a cui facevo una telefonata, ogni tanto, mi saltava frequentemente sotto il naso il suo numero. E quante volte ho avuto la tentazione di chiamarlo. Mi chiedevo, con timore, cosa sarebbe successo, chi mi avrebbe risposto.

Non l’ho mai fatto. È passato tanto tempo, ma ci penso ancora e sorrido.

La rubrica scritta a mano splendeva sotto il sole di marzo, tra le mie mani ormai adulte da un pezzo, mentre la mia grafia stingeva sotto le mie dita, ormai diversa da me, ormai me.

Telefonare ai morti, che idea.

Per chiedere loro cosa, poi? “Come va?” O dove vada la vita? Mah.

(Un giorno, forse, ci scriverò qualcosa su.)

Poi, stasera, mi sono ricordata di un poemetto di Raffaello Baldini, di cui ho già parlato qui, che riflette proprio su questo, e si intitola “Chi parla?”

Cosa sarebbe, su, cosa gli costerebbe / dargli il permesso, / una telefonata ogni tanto, / non subito, che potrebbe anche far impressione, / appena morti, no, lasciar passare del tempo, / dei mesi, anche degli anni, un anno, due anni, poi un giorno / drin drin, pronto, chi parla?”

Se lo dice Baldini, mi sento meno sola.

Quel giorno ho chiuso la rubrica e l’ho lasciata su una sedia, in giardino. Il vento, a poco a poco, ne sfogliava le pagine, la chiudeva, la riapriva.

I nomi erano tutti lì, sospesi, nel tempo irreale dei numeri di telefono.

 

 

 

 

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