Ieri sono tornata da scuola tardi e, come spesso mi succede, ultimamente, quando torno tardi, non sono andata subito a casa. Ho messo in moto l’auto e ho bighellonato un po’.

Non si trovava un parcheggio nemmeno a pagarlo. Poi mi sono fermata e ho camminato.

La primavera sembrava nascondersi dentro un vento così freddo da tagliare il viso. Sotto i portici, bambini di ritorno da scuola, simili a quelli appena lasciati, signore che parlavano di cibo (Ho captato un “Io invece ho scoperto che il pecorino si scioglie prima”), ragazzi che fumavano. Ho respirato il fumo, avevo di nuovo quindici anni, sembrava solo ieri, poi ho continuato a camminare velocemente, tra le voci della gente.

Pensavo che poco prima avevo detto in classe “Da piccola volevo fare lo scalatore e non la maestra, sapete? Dovrei ripensarci.” E un bambino ha esclamato “così cadi”.

Già. Come se per cadere bastasse arrampicarsi.

Sono andata in uno di quei supermercati di saponi e cosmetici e mi sono comprata un kajal verde cupo. 

“Le risalterà gli occhi scuri, mi creda” mi ha detto la commessa. Ci ho creduto.

A casa ho poi scoperto che quel kajal mi faceva gonfiare gli occhi, colare il naso e piangere.

Però, subito, era molto bello. 

La libreria di libri usati che mi piace era chiusa, ma il cartello recitava “Ci spostiamo in un luogo più grande, evviva!” Molto – ho capito dopo – molto lontano dal centro.

(Le speranze, belle bestie.)

Quando sono tornata alla macchina, ho letto il messaggio di un’amica che mi annunciava un suo traguardo raggiunto e ho pensato a quella volta che, dopo aver passato un concorso, andai a bere un mojito con una ragazza conosciuta quel pomeriggio, perché ci eravamo fatte una promessa. 

Ho sorriso. E ho pensato che dovrei farlo di più.

C’era un vento freddo, lucido. 

Le previsioni davano pioggia, ma, a quanto pare, il sole se ne era infischiato.

Ho messo in moto e a Londra qualcuno moriva, e non ho più pensato a niente.

Annunci