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Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci dà l’illusione che la primavera sia finalmente tra noi, con i fiori timidi che accarezzano gli occhi.

Poi, il vento. Il vento che porta con sé, o porta via. Le parole, gli anni, le persone.

Il vento che non aspetta nessuno, gioca col tempo e cancella le orme, o le sposta.

Ieri è morto un artista. Non lo conoscevo personalmente, ma conoscevo da sempre la sua opera. Da anni vedevo, quasi ovunque, i suoi soggetti, che erano diventati un segno, un simbolo distintivo della sua arte. Riconoscere i suoi quadri, il  suo mare, i campi da golf, sulle pareti di uffici, case, salotti, mi dava un senso di familiarità, di calore, come se quelle figure si fossero impresse nella mia esistenza. (Non lo conoscevo, mi mancherà.)

L’arte che sopravvive, nonostante la vita.

Oggi pensavo a queste cose, davanti a un luogo che è stato il mio luogo di lavoro, qualche anno fa.

E dicevo, tra me e me, che spesso torniamo dove siamo stati felici e ci prende un po’ di nostalgia, ma, poi, anche la consapevolezza che forse allora non si era così diversi da adesso. Come se l’essere lieti appartenesse sempre e solo al passato.

Ho camminato su una strada in salita e, tutto intorno i colori erano così forti da togliere il fiato.

Vagavo in cerca di bellezza e sognavo di ritrovare una traccia di me, dei miei passi, dei mei pensieri. Nulla. C’ero solo io e il guaito di un cane in lontananza.

C’era il vento.

Marzo ha un sapore strano. Luminoso, tiepido, ci lega al mondo come un nodo. Ci chiede di essere fiore, anche se non siamo niente.

Ho continuato a camminare, la luce si insinuava dappertutto, poi si è fatto tardi.

Mi è rimasto un fiore tra le dita.

È stato il vento, lo so.

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