Da molti anni, ormai, lavorando con bambini piccoli o ragazzi più grandi, mi trovo a affrontare il grande scoglio delle domande difficili.

Di solito arrivano all’improvviso, a bruciapelo, come la fucilata di chi pretende risposte semplici ma vere, da chi si aspetta quella verità fatta di gesti fermi e decisi.

Quando lavoravo alle Scuole Superiori, non so se fosse “colpa” mia, arrivavano quasi quotidianamente domande difficili, sia legate a aspetti curricolari che esistenziali, proprio da quella generazione considerata afasica e senza ideali, che invece mi dava grandi soddisfazioni.

Le domande dei bambini, poi. 

Le domande dei bambini hanno quella voce candida e quell’aspetto serissimo che spesso ti spiazza. Quel tono che ti lascia incerto come Gozzano sul ghiaccio di “Invernale” mentre la tua testa, le tue convinzioni sono tutte un “criiiiiic”.

Stamattina ho accolto i bambini di prima elementare alla prima ora, come ogni settimana. Nonostante siano passati già alcuni mesi, qualcuno si lascia scappare ancora qualche lacrima.

Bene, mentre stamane invitavo un mio alunno a sciacquarsi il viso per mandare via la “malinconia” un bambino molto sveglio mi ha chiesto, serio: “Maestra, che cos’è la malinconia?”

Eccola, la fucilata.

Bella domanda.

“Ecco, la malinconia è una specie di tristezza…” 

Ero in serio imbarazzo.

“Una tristezza che ci prende all’improvviso, anche se non vorremmo. Ad esempio, il tuo compagno non sta male qui, ma vorrebbe essere a casa, perché a lui manca…”

Mentre spiegavo e il bambino annuiva, sempre serissimo, mi chiedevo perché non riuscissi a condannare con il mio tono il sentimento, perché non dicessi “la malinconia è brutta.”

Sarebbe stato tutto molto più semplice.

“Quindi la malinconia è quando guardo anche le cose belle con un po’ di tristezza, maestra?”

“Più o meno”

(Oh, cielo, sto plasmando un nuovo crepuscolarismo!)

Nel frattempo, sudando sette camicie, ho notato che il compagno aveva smesso di piangere, e annuiva.

La malinconia era lì, ma non la sapevo spiegare a parole.

Niente, non sono riuscita a parlarne male, sarà che la conosco da sempre.

Il mattino era terso e gelido, e ho scritto la data “16 gennaio 2017” sulla lavagna.

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