Eccoci, Natale archiviato già da un po’, le vacanze solo un ricordo (nemmeno un gran bel ricordo, a dire il vero), ma devo ammettere che mi è piaciuto molto, in questo periodo, partecipare al “Calendario dell’avvento letterario” di Manuela di “Impressions chosen from another time”, che da due anni, ormai, mi invita a scrivere il mio pezzo (che di natalizio ha soprattutto la crisi esistenziale, ma vabbè) e sopporta le mie paturnie.

L’anno scorso mi sono dedicata a “Il presepio” di Giorgio Manganelli, mentre quest’anno avrei voluto parlare di un racconto di D’Annunzio, poi invece mi sono ritrovata a riflettere su una poesia di Giorgio Caproni, mio antico amore.

Chi volesse leggerlo, trova tutto qui.

Il mese scorso, poi, ho avuto modo di leggere una vera “chicca” di Giorgio Caproni. Si tratta del saggio “Sulla poesia” edito dalla rinata “Italo Svevo editore”e curato da Roberto Mosena, in cui si riporta una lezione sulla poesia tenuta da Caproni il 16 febbraio 1982 al “Teatro Flaiano” di Roma, registrata dall’attore Pietro Tordi.

Di questa lezione avevo chiari molti concetti, sgranati come rosari durante gli anni della tesi, e rileggerli su questo librino è stato un po’ come tornare a casa.

La lezione parte dal commento del testo “Parole (dopo l’esodo) dell’ultimo della Moglia”, inserita nella raccolta “Il muro della terra”, del 1975 e da lì procede, con la grazia schiva e quasi severa del poeta, semplice e preziosa, con un discorso più ampio sulla poesia.

Poesia anacronistica, poeta come minatore.

Poesia detta, non essenzialmente “letta”. E lì Caproni ricorda quando “per un anno girai per le scuole limitandomi a leggere delle poesie”.

Sospiro (mio).

“E Montale, io ricordo quando uscirono gli Ossi di seppia, ne vendette venticinque copie e poi non se ne parlò più. Io lo comprai, cominciando da me, su una bancarella, usato, a qualcuno a cui non era piaciuto. Mi ricorda l’impressione  enorme che mi fece. Chi era questo Montale?”

Un libro piccolo e grande, insieme, il tempo di una lezione e le parole tutte lì, semplici e complesse, la poesia che non passa mai di moda perché non lo è mai stata, le parole che riposano in me da anni. Un ritorno al mio passato, dicevo.

E tornare a casa, a volte, non è per niente male.

“Mi pare che sia stato Proust, potrei sbagliarmi a dirlo, <a dire che> quando uno legge un poeta in fondo non fa che leggere se stesso.”

G. Caproni, “Sulla poesia”, Roma, Italo Svevo Editore, 2016.

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