Stamattina stavo spiegando e un bambino mi si è avvicinato. Nel frattempo, coloravo una scritta natalizia da appendere sulla porta della classe.

Si è avvicinato e mi ha detto: “Sai, io ti voglio bene, perché mi insegni l’Inglese. E mia mamma dice che mi serve per il futuro.”

Io ho alzato lo sguardo e, stupita, (reagisco sempre da orso eremita alle dimostrazioni così spontanee di affetto), l’ho guardato e gli ho detto:” Grazie”.

Il bambino si è allontanato felice e senza pensieri.

“Per il futuro.” Ha detto con una voce piccola, che squillava come una tromba.

Più tardi guidavo in una nebbia fittissima.

Non si vedeva nulla, indovinavo a malapena le curve all’ultimo minuto, con la malagrazia di chi guida senza arte.

La strada ghiacciata, gli alberi nascosti. Essere cosciente solo di ciò che mi era immediatamente davanti.

La paura e il desiderio di essersi persi.

Guidavo e ridevo per quel bambino così piccolo e intraprendente.

Guidavo e pensavo che proprio quella nebbia, e non altro, mi ricordava il futuro.

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