Ieri sera pensavo all’estate.

Alle estati passate, a questa. Pensavo che non mi succedeva da quattro anni di non essere impegnata in esami, concorsi, ansie, libri e appunti da buttare a risultato ottenuto.

Non riuscivo a dormire. L’estate ha una memoria lunghissima, che torna a galla sempre quando vuole.

Riflettevo e mi è tornata in mente la storia di un pomeriggio lontano. Un ricordo nitido e luminoso di un pomeriggio di luglio di una decina di anni fa.

Io ero una studentessa che non sapeva bene cosa avrebbe fatto della sua vita, dovevo dare un esame universitario in una città afosa e quasi vuota. Nel silenzio ovattato del pomeriggio incontrai una persona, per caso, e mi raccontò una storia. Restammo seduti per un lasso di tempo breve, trascurabile, e raccontò. Io ascoltai.

Un ricordo della sua infanzia, lontanissima.

Un racconto delicato, che sa di pantaloni alla marinara, scarpe blu e caramelle al limone. Di una città appena uscita dalla guerra che si stava risvegliando orgogliosamente, all’ombra delle strade e dei cortili. Una storia semplice, fulminante.

Che mi intenerisce ogni volta che me la racconto, o ci ripenso, distrattamente.

Potrei raccontarla anche qui, ma non sarebbe la stessa cosa.

Ricordo la naturalezza e la grazia della voce, la nostalgia dl tono e la strana soddisfazione di averlo rivelato proprio a me, in quel momento.

Che regalo, incontrare quella persona, nel pomeriggio infuocato di luglio, averne potuto conoscere, in quella mia giovinezza incredula, l’intelligenza non comune. Che strana cosa, la memoria.

Ieri sera non riuscivo a dormire e ripensavo a quanto siano belle le storie, quando c’è qualcuno che le sa raccontare.

L’estate è rimasta anche un po’ lì, in quella città afosa di qualche anno fa. In quel ricordo chiaro di chi, poi, è partito.

Perché l’estate ha una memoria lunghissima, e fa cosa vuole, anche dei ricordi.

 

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