Stamattina sono stata a Torino. Erano mesi che non ne respiravo l’aria, non ne percorrevo le strade. È stato un bell’incontro, breve, ma luminoso.

Torino ha una grazia strana, ritrosa e schiva, quasi di sabiana memoria, che mi accoglie da anni, per motivi diversi, studio, soprattutto, senza chiedermi mai nulla. È anche il luogo dove amo andare per prendermi qualche ora di vacanza da me stessa, e perdermi un po’.

Stamattina non dovevo fare nulla in particolare, ma ho preso un treno di mattina presto, per cogliere la città di sorpresa, sonnacchiosa, con gli occhi delle vetrine ancora chiusi.

Camminavo, subito fuori dalla stazione, con la splendida sensazione di essere libera da quegli impegni che mi avevano portato sulla stessa strada altre volte, col cuore in gola, o snocciolando gli ultimi appunti mentali prima di un esame. Nella silenziosa ombra dei portici c’ero io e quella Manuela del passato, e c’è da dire che eravamo entrambe spettinate. (Bello che certe cose rimangano sempre uguali).

Camminavo e la luce era bellissima. Via Roma faceva da trampolino a un cielo azzurro, ma inquieto, come capita spesso in questo giugno che non ci crede troppo, le piazze lucide brulicavano di un via vai di persone, turisti forse, con cui mi confondevo.

Premetto che adoro ascoltare le persone parlare, captarne le storie, da un tavolino di un bar o da un contatto in strada. Ecco, stamattina, mentre passeggiavo in piazza San Carlo, proprio sotto la statua equestre, ho notato un gruppo di persone. Una famiglia in posa per una fotografia e due donne, fotografe improvvisate. Subito dopo aver scattato l’istantanea, una delle due donne ha iniziato a istruire il padre della famigliola:

“A lei tolga la pancia, a me le rughe. Sa, sono ventuno anni che non ci vediamo e questa sarà una fotografia storica.”

Ventuno anni. Ho immaginato le distanze, i mesi, mentre le donne, ormai lontane, sorridevano ignare di me in questo scatto così atteso.

La loro vita in questi anni, raccolta in un attimo.

Che belle le storie, le storie degli altri che diventano anche nostre, quando le sfioriamo, ho pensato.

Una bicicletta attraversava veloce la piazza, mentre il venditore di fiori sistemava gli ultimi arrivi, girasoli. Sembrava affaticato, le mani pesanti tra i petali accesi.

Un po’ di tempo fa ho incontrato una ragazza che mi ha detto: “Racconti bene le storie. Scommetto che ci metti sempre del tuo. Dovresti scriverle.” 

Ho sbrigato le mie questioni, mentre le nuvole si addensavano sempre più in fretta. Le ho dato ancora un’occhiata frettolosa, poi sono ripartita.

Torino ha una grazia scontrosa e delicata, ma anche un’inquietudine sottile. Sarà per questo che mi accoglie sempre senza fare domande. Sarà per questo che le voglio bene.

  
   

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