Perché amiamo tutti in modo imperfetto.” E. Strout, Mi chiamo Lucy Barton

Succedeva spesso questa cosa: entravo in ospedale, passavo l’atrio, prendevo l’ascensore e poi mi inoltravo nel corridoio caldo, asfissiante, fino alla penultima camera. Entravo, salutavo. Mio padre mi guardava, sembrava contento di vedermi. Dopo i convenevoli più generici della terra, eccoci lì, in silenzio. Io che parlavo poco, guardavo il cellulare, osservavo da quella finestra da cui si vede la ferrovia, lui che taceva. Dopo pochi minuti lui mi diceva: “Se devi andare, vai”. “Ma sono appena arrivata”, rispondevo.  Dopo altri  pochi minuti me ne andavo veramente. Salutavo. Fuori mi accoglieva la luce abbagliante di un’estate tremenda, la vita, il rumore.

Noi eravamo così, e quella era l’unica dinamica che conoscessi e non mi sembrava nemmeno così strano. Fino all’ultima volta, che non è mai come ci si aspetta.

“Mi chiamo Lucy Barton”, di Elizabeth Strout, per un attimo, mi ha fatto tornare in mente quei momenti.

Una figlia e una madre. Un ospedale. Le parole. Un silenzio che racconta molte cose.

Durante un ricovero forzato di tre settimane a causa delle complicazioni legate a un intervento chirurgico, Lucy riceve la visita di sua madre, che non vede da anni. Nei cinque giorni di permanenza della donna, all’ombra del Chrysler Building, la madre e la figlia cercheranno di riannodare i fili del passato e del presente, di scioglierli, senza rimedi, attraverso le parole e il silenzio.

La madre parla, Lucy ascolta, domanda, ricorda.

Ci sono le storie della gente del paesino che Lucy ha lasciato tanto tempo prima, c’è il nodo irrisolto del passato che riaffiora attraverso il non detto e c’è quel soprannome “Bestiolina”, che riporta una Lucy, ormai adulta, al limite di un’infanzia lontana e dolorosa.

E se si ama sempre in modo imperfetto, così è il rapporto tra le due donne, non per questo meno intenso.

Ho la sensazione che la gente potrebbe non capire perché mia madre non riuscì mai a pronunciare quelle parole: ti voglio bene. Sento che la gente potrebbe non capire che andava bene così.

Il tempo passa e la madre lascia l’ospedale. Quei cinque giorni restano un episodio, non ripetibile, di intima familiarità, delicata e struggente, che la Strout descrive con una grazia e una semplicità quasi disarmanti.

Sarà una Lucy più matura, divenuta scrittrice di successo, a consegnare alla parola scritta la storia di quei giorni, a raccontare, per non perderla del tutto, la luce tiepida di quei giorni lontani.

E se la protagonista, durante un corso di scrittura, apprende che “ciascuno ha soltanto una storia. Scriverete la vostra unica storia in modi diversi”, questa sua apre l’anima, con la bellezza di una scrittura che resta addosso, e illumina, anche a libro terminato.

 

Ho ripensato spesso, in questo ultimo anno, a quei pomeriggi di silenzio, a volte credo che avrebbe potuto essere tutto diverso. Ma noi eravamo così, imperfetti. E questa, invece, è la mia storia.

 

La vita continua, pensai.

(E adesso penso: la vita continua, fino a quando non continua più).”

 

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi editore, 2016.

 

 

 

 

 

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