Da un po’ di tempo ho ricominciato a leggere moltissimo e a scrivere sempre meno.

Ci sono libri bellissimi, di cui mi racconto qualcosa, dentro, e che non riesco mai completamente a chiudere.

Mi dico spesso, prima di dormire, che è il momento di scriverne, di consigliare, di mettere giù quello che sento.

Poi si fa giorno, e le parole sono scomparse.

Non riesco a farlo, è come se arrivasse qualcuno, tipo il folletto di cui parlava Tasso nella sua follia, a mettere in disordine tutto, a cancellare le parole che, a fior di notte, sembravano così chiare.

A volte mi sembra che ci sia come un elastico, finissimo, a tenere tutto insieme, a separare l’interno e l’esterno, e  che il silenzio sia lì a sorvegliare, affinché, con le parole raccontate, non frani tutto l’interno, le emozioni, il sentire più intimo.

È come una paura di svelarsi.

O di non essere più all’altezza di qualche cosa che un giorno sembrava così naturale.

Stamattina, mentre pensavo a queste cose, una bambina mi si è avvicinata e mi ha detto: “Sai, maestra, quando leggo una parola nuova in Inglese che prima non sapevo penso sempre a te, perché me l’hai insegnata tu.”

Non ho saputo dire nulla, nemmeno questa volta. Ma ho sorriso.

(E sorrido ancora adesso, a pensarci).

 

 

 

Annunci