Ieri pomeriggio stavo rientrando a casa, guidavo e c’era quel sole basso che impedisce la vista. Una luce arancione inondava l’abitacolo, come in altre primavere.

Alla radio, la voce ribadiva la presenza dell’ospite speciale che, nel corso della settimana, avrebbe illustrato non so più quanti modi per essere felici.

Che questione, quella della felicità, ho pensato. Quasi un’ossessione contemporanea. Un dovere. (Oh, no, ho usato il termine “contemporaneo”, ora mi sento volgarissima, come diceva la mia docente di Letteratura Italiana).

Progetti, sintesi, il dovere di vivere pienamente il presente e eliminare il superfluo. Ridurre i ricordi solo a quelli che ci fanno del bene. Pensare positivo, mangiare positivo, vivere in positivo.

Che ansia, ho pensato.

Come sono assolutamente fuori tempo, fuori moda.

Che poi, come si riesca a selezionare i ricordi, a depurarli dalle scorie, proprio non lo so. Forse ne avrei bisogno, io che mi porto addosso il mio bagaglio di ricordi inutili, cianfrusaglie esistenziali che non sempre mi hanno fatto del bene. 

Guidavo e il sole si faceva sempre più vivo, negli occhi, come una lama. Era una serata di quelle in cui hai solo voglia di respirare e chiudere gli occhi. Senza bisogno di essere necessariamente felici o infelici.

In serata, all’imbrunire, ho scovato un campo di papaveri increduli, in mezzo alle case. Ne ho osservato la forma e il colore, che si faceva sempre più cupo man mano che la luce diminuiva.

Li ho fotografati. Ho pensato a quanta bellezza si nasconde ovunque.

Poi mi è venuto in mente che quel pensiero era una cosa così banale, così retorica da sembrare nuova. Come i ricordi di scarto.

Sono rientrata e della questione della felicità non c’era più traccia. Ma ero tranquillissima, e forse andava veramente  bene così.

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