Poco fa camminavo, nella stessa strada deserta delle dieci di sera. La solitudine delle strade, la sera, è un fatto consueto da queste parti, in cui non passano i treni e le cose si muovono piano.

Camminavo e osservavo la Luna. Un tondo pallido contrastato dai fari del campo da calcio. C’era l’aria leggera di aprile, ho affrettato il passo, seguendo le spaccature nell’asfalto.

Pensavo. Di nuovo qui, un altro anno, una primavera intatta da trascinare. Qualche dettaglio a cambiarne l’aspetto, mai troppo diverso.

La brezza che attraversava la via mi accarezzava il viso, come mille altre sere in questi ultimi anni. Ho sentito lo stesso brivido di certe sere del passato, la bellezza di quel silenzio e l’ebbrezza di sentire solo i miei passi rimbombare nella strada.

Di nuovo aprile. Già. Poi il brivido è andato  e io non mi sono sentita nuova, solo un po’ infastidita dall’umidità.

Sono rientrata, e tutto sembrava uguale a se stesso. Solo scritto con un tratto più leggero.

“Certi anni hanno il peso di un macigno”, mi sono detta, sottovoce.

In questo periodo sto leggendo e rileggendo alcuni libri in cui ho passato del tempo, anni o mesi fa. L’effetto di rientrare in una pagina che ci ha visto feriti, disperati o lieti è sempre singolare, un bel viaggio.

Proprio l’altro giorno rileggevo “Sette piani” di Dino Buzzati. Quando ho ripreso le prime righe, ho riassaporato i giorni lenti di quelle estati lontane. Subito dopo, però, un tuffo al cuore. Man mano che procedevo nella lettura, capivo che, indirettamente, in quel racconto avevo vissuto, tre mesi, brevi e eterni.

La discesa agli inferi della malattia, sottovalutata, a volte ignorata, accompagnata dal cambiamento di camera, letto, piano, nella mia realtà addirittura edificio. Lo spegnersi lento delle luci, delle speranze. Il contrasto tra le diagnosi e l’esito.

A ogni passo capivo che, da spettatrice, avevo percorso ignara quei sette piani, senza poter cambiare il corso di nulla.

Ho chiuso il racconto e ho tremato.

Di nuovo aprile, già.

Mentre mi tormentavo le mani, sospirando, ho pensato a quanto la letteratura sia meravigliosa, anche quando riapre le ferite.

Sono retorica, lo so.

Però mi sembrava bello dirlo.

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