L’altro giorno ho ripreso in mano alcuni libri di poesia. Per me i libri di poesia sono come vecchi amici che incontri per strada dopo tanti anni, a cui parli e con cui ridi, senza filtri, nonostante il tempo e la distanza. Così, li apri e ci stai bene, e capita che, a seconda dei momenti, una pagina ti dica cose che non sapevi di sapere, che non sentivi l’ultima volta che l’hai letta, che non avevi mai visto.

Tra i diversi libretti, ho salutato, con calore e la malinconia tipica di certi versi, il volumetto di Raffaello Baldini, che raccoglie “La Naiva”, “Furistir” e l’inedito “Ciacri”.

Ho conosciuto la poesia di Baldini quando frequentavo l’università e mi ricordo l’accademico di mestiere che parlava di lui con calore, e la sua commozione quando ricordava il dolore per l’amico scomparso da poco. Ero molto giovane e ho scovato questa poesia in un dialetto che non conoscevo, e mi si è appiccicata addosso, con i suoi colori e quel senso di nostalgia per il passato.

Sono assolutamente ignorante rispetto al dialetto romagnolo (e rispetto a troppe altre cose) ma ho trovato in  questa poesia un mondo di voci, volti e case e strade che si apre davanti ai miei occhi ogni volta che rileggo questi versi.

Sorvolando sulla Maestra di sant’Ermete (di cui parlo qui) vorrei lasciarvi dei frammenti che porto sottopelle, da un po’.

In questo mondo ci sono feste di paese e amori segreti.

 

“La Renata, cla sàira.

Quatar bal atachèd, senza dí gnént,

a i ò ciap una mènae

la m’è vnéuda dri cmé una burdèla,

fina la Bosca, a stémmi sémpra zétt,

a la ò zirca te schéur, a n’i cridéva,

a la ò sintéida tòtta,

e cla bòcca, cl’udòur, la camisètta

sbutunèda, a treméva,

e sòtta senza gnént,

u i era li,la è vnéuda zò pianín, dòulza, si òcc céus.

E pu la dmènga dop la s’è spusèda.

Quella sera

La Renata, quella sera.Quattro balli di seguito, senza dire niente,le ho preso una mano e mi è venuta dietro come una bambina,fino alla Bosca, stavamo sempre zitti, l’ho cercata nel buio, non ci credevo, l’ho sentita tutta, e quella bocca, quel profumo, la camicetta sbottonata, tremavo, e sotto senza niente, c’era lei, è venuta giù piano, dolce, con gli occhi chiusi. E poi la domenica dopo s’è sposata.

 

C’è l’angoscia del vuoto e della vita, e della morte.

 

“Che pu u me suzéd da rèd e u n sint niseun,

tla cambra schèura, ad sòtta, tra i pan sporch

a cèud la porta, e a rògg. Dop a stagh mèi.”

La camera cieca

Che poi mi succede di rado, e non sente nessuno, nella camera cieca, di sotto, tra i panni sporchi, chiudo la porta, e urlo. Dopo sto meglio.

 

Frammenti della vita di tutti, che mi stracciano il fiato ogni volta e che danno il senso, vago, della nostalgia, come una spina. L’altro giorno, poi, mi sono soffermata su una poesia, che occupa l’ultima posizione nel libro.

Si intitola “Chi parla?” ed è una sorta di poemetto, una vera storia in versi, che racconta i diversi casi di telefonate di morti a vivi, con tutte le possibili conseguenze. Ecco, vorrei che lo leggeste, almeno una volta nella vita.

Vale la pena.

Perché fa bene, e anche un po’ piangere, insieme.

Ne lascio solo alcuni versi, in italiano.

“[…] che ti devo dire tante di quelle cose, invece / mi perdo in chiacchiere, me lo dicevi anche tu: / sei un chiacchierone, non stai mai zitto che allora / quel che ti potevo dire, ma come ho fatto? / e adesso ci penso delle volte, / ho parlato, ho parlato, ho parlato e non ti ho detto niente.”

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