In questi mesi ho scritto poco o niente.

È come se le parole si fossero raggrumate dentro, andando a intasare la via d’uscita. Parole come piastrine in eccesso, a fare della vita una sorta di incrostazione.

In questi mesi ho pensato alle parole e ai cambiamenti, agli arrivi, al disordine. Agli addii.

In tutto questo inventariare, mi sono persa le parole.

Allora ho osservato.

Ho scattato centinaia di fotografie. Tramonti, albe, nuvole, alberi. Tutto qui. Ma quando li riguardo, chissà come, mi sembra di aver scritto una storia.

La storia di tutte le cose che non riesco a dire, ma che riesco a vedere. O come dice cummings “la poesia che non so scrivere”.

L’altro giorno sono stata a un incontro per sistemare alcune pratiche burocratiche. Mentre ascoltavo i dettagli sulla divisione di un terreno, all’improvviso, mi è parso di sentire ancora l’odore di erba falciata e di vedermi con quel vestito bianco di sangallo, di mille anni fa.

Poco prima c’era stato un grande temporale di vento, che ho potuto solo percepire, dalle finestre chiuse. Sembrava un film muto e, per un attimo, ho pensato al passato, a come sarebbe bello riavvolgere i nastri e sciogliere i nodi.

[Ho molta paura dei cambiamenti e, a volte, mi fa rabbia la tracotanza del tempo.]

Sembrava una di quelle fotografie in cui non si vede bene il soggetto, e solo alcuni riescono a sentire qualcosa.

Assomigliava alla vita.

È stato un attimo, poi il cielo si è fatto chiaro.

Ultimamente ho scritto poco e mi manca.

Mi manca la paura di essere letta e il bisogno di essere svelata da chi si ferma tra queste righe.

Aspetto che il grumo si sciolga e le parole ricomincino a fluire. Forse è presto.

Forse.

Annunci