Piove. Forse questo dicembre ha capito chi è, ha finito di fingere. Forse agosto è finito, finalmente.

Piove e cammino. Senza ombrello, con gli stivaletti marroni che ho rovinato l’anno scorso. Piove una pioggia fine, come quella atlantica, che passa ovunque, trasuda nei pensieri, rendendoli liquidi.

Piove e cammino. Torno a casa da quella che sarà la mia casa sempre e che lo è stata tante volte, in questi anni, in questi mesi.

A ogni passo sento l’umido penetrarmi nelle ossa, sento le stagioni addosso.

Il 2015 è stato un anno che non saprei definire. Brutto, difficile. Intenso, entusiasmante. Ho pianto tanto, ho pianto troppo poco, non ho fatto abbastanza, ho fatto troppo. Un anno cupo, a tratti, anche se qualcosa da conservare e salvare si trova sempre.

L’essere vivi, ad esempio. Respirare questa pioggia e vederla sugli stivaletti marroni scamosciati che hai macchiato irreparabilmente e per cui ti sei disperata, quando non sapevi ancora che esistono vari gradi di disperazione e che, per quelle grandi, esiste una calma che fa quasi paura.

L’essere vivi, sempre. Sentire qualcosa che batte sotto strati di delusione e abbrutimento e continuare a vibrare. Certo, il dolore scava e non sempre il tempo rende forti, anzi.

Non mi piacciono le liste, né gli inventari. Il 2015 è stato un anno. E lo ricorderò più di altri.

Continuo a camminare e nel frattempo ha smesso di piovere. Il cielo si è fatto rosato e la nebbia è comparsa sulla scena, lieve.

Dicembre si è ricordato di se stesso.

Entro in casa e il caldo mi avvolge. Come un abbraccio. Cammino nel buio per un po’, poi accendo la luce. Tutto è lì, intatto.

Buon anno a tutti.

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