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In questi giorni c’è una nebbia che, come direbbero i veri buoni “non si vede a un palmo dal naso”. Fitta, impenetrabile, ricorda i pensieri di certi momenti, quando la soluzione sembra vicina, ma sfugge sempre.

Nel pomeriggio stanco di un mercoledì di dicembre mi sono sorpresa a ascoltare i discorsi di due bambini, sul destino dei palloncini. Uno diceva all’altro: “Tanto lo sai, che prima o poi scoppiano”, ma l’altro ribatteva: “Io ce l’ho da inizio novembre e è ancora a posto.” Cinismo, o realismo schietto, contro speranza 0-1.

Stasera ho inviato una mail di condoglianze. Di solito non faccio queste cose, non uso nemmeno quella parola, una parola così sgraziata e senza senso, ma mi sono ricordata di quanto possano fare bene, a volte, le parole, soprattutto se inaspettate. Che mentre la scrivessi mi sia sentita inadeguata è solo un particolare.

Stamattina un mio alunno mi aspettava sulla porta, furtivo, impaziente.

Mi sono chiesta subito se volesse confessarmi un’inadempienza, un libro o un compito dimenticato. Invece, tra le mani, nascondeva qualcosa.

Un fiocco di neve ritagliato ad arte su un foglio bianco. Per me. Un regalo.

Che bello, ho pensato.

Che sarà anche vero che i palloncini sono destinati a scoppiare, che ci sono parole assurde che non vorremmo mai usare, ma è vero anche che c’è chi fabbrica neve solo per il piacere di potercela regalare.

E questa, della neve, mi sembra una questione serissima.

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