Pochi giorni fa camminavo, le mani in tasca, nel pomeriggio freddo di fine novembre. Quasi Natale. Si percepiva dall’aria, dalle prime luci. Ho tremato. Avevo appena sbagliato ora e giorno di un appuntamento, e quella malinconia pungente, mascherata da allegria, all’improvviso era lì con me. Ho tremato, ma forse era solo il freddo.

L’altro giorno una bambina lamentava un dolore, a detta sua insostenibile, al torace. Mentre cercavo di rassicurarla -il male vero era altrove, lontano millenni, in certe molecole impazzite chissà quando – le ho detto “sarà una fitta intercostale” e, dato che la spiegazione non la soddisfava, ho chiuso con un idiota “Stai crescendo, in fretta, per questo le ossa possono far male.”

Lei mi ha guardata con uno sguardo serio e mi ha detto, con un tono che aveva della disperazione: “Io non voglio crescere!”

Io l’ho osservata con l’imbarazzo di chi non sa dare torto e sono rimasta in quel silenzio che non può portare se non altrove.

Ieri sono stata investita del compito di insegnare un canto di Natale in Inglese ad una classe. Ho scelto Lennon. E mentre loro cantavano, li ho guardati.

Erano così impegnati e stonati che mi sono sembrati bellissimi.

Al ritorno c’era molta nebbia. Io ho pensato che mi assomigliava un po’, ma poi ho cambiato idea.

Faceva così freddo che mi si sono congelate le dita.

Quasi Natale. E già ne sentivo il profumo. E ne ho avuto paura. 

Ancora.

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