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Ieri ero vicina a mia nipote in una chiesa fredda e poco gremita.

Mi sono vestita poco, come accade spesso, e tremavo all’interno dell’edificio, illuminato male dalle luci al neon.

C’era una delle tante funzioni che mia mamma tiene a mente come un almanacco, come se fossero una cosa di vitale importanza per la vita di tutti, come se potessero riportare indietro mio padre, per quei quaranta minuti scarsi. Eh.

Ero vicina a mia nipote, dicevo, la più piccola, ancora per pochi mesi, e si avvicinava il momento delle offerte.

“Una moneta”, si gira verso mia sorella, che prontamente le consegna il bottino.

Mia nipote rigira questa moneta nella mano, mi guarda e, con aria di sfida mi dice “quasi quasi me la tengo”.

Mia sorella le fa due occhiacci. Alla fine la moneta cade nel cestino.

“Le danno ai poveri”, le spiega la mamma, con una voce calda e sibilante.

“Non è vero! Se le tengono loro!” Ha protestato la bambina con occhi spalancati.

Io sono rimasta in silenzio.

Guardavo mia nipote così lucida e serena e bellissima e ho rimpianto tutta la verità che non so e non sono capace di dire.

Faceva freddo. Ho salutato.

Fuori la sera era una nuvola rosa e nera, come nei disegni dei bambini.

Ho respirato l’odore di fumo e legna dei camini. Era quasi bello.

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