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Stamattina, mentre disegnavo nell’aria triangoli e cerchi immaginari, cercando di far imparare ai bambini il nome delle forme in Inglese, ho pensato agli studi di alta letteratura che mi avevano portato fino lì e ho capito che la vita pratica ci invade l’esistenza, quasi sempre, e che la poesia non è dappertutto, ma sa nascondersi bene, dove non la diresti mai.

C’era una luce arancione e nebbiosa, creata  dal colore delle tende ignifughe che hanno installato solo una settimana fa e che ricordano l’atmosfera di alcuni sogni, di certi pensieri rimasti in sospeso.

Mentre ballavo – e speravo nessuno mi vedesse oltre a quei bambini – è suonata la sirena della prova antincendio. Qualcuno si è buttato sotto il banco, alcuni hanno capito subito.

“Siamo tutti salvi.” Mi hanno detto con un sorriso, alla fine.

“Fosse così semplice” ho pensato.

All’uscita un bambino è corso verso di me con una scatoletta blu, la tipica scatola degli oggetti preziosi.

“Guarda, è il mio dentino.”

Io ho blaterato un frettoloso: “Bravo, diventi grande” tra il sorpreso, il disgustato e il divertito, e chissà chi ha capito il mio stupore.

Mi sono mossa con la sgraziata andatura di chi s’imbarazza sempre di fronte alla tenerezza, nonostante gli anni, le lezioni, tutti i libri e tutta la letteratura.

Il sole era già alto. Senza rimedi.

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