Stamattina guidavo nel silenzio della strada deserta, nel freddo uggioso di questo ottobre che sta correndo come un pazzo verso l’autunno inoltrato.

Un filo di nebbia lambiva i campi, gli alberi, le poche case che incontro sul percorso. Un esile velo che nascondeva la terra, la rendeva invisibile, come se tutto fosse sospeso.

Gli alberi svettavano da un terreno non percepibile alla vista, il nero dei campi traspariva appena. 

Ho pensato alla nebbia. Alle cose. A come spesso ci muoviamo incerti tra le parole, le persone, per moltissimo tempo, chiudendo gli occhi di fronte all’evidenza. La nebbia si ferma a livello dei pensieri, del cuore. Riempie lo spazio, si fa presenza invadente. Nasconde. Rimanda. Sembra cancellare, ma occulta soltanto.

L’auto limava le curve con particolare dolcezza. C’era un silenzio bellissimo. Il silenzio dei pensieri più profondi, lontani.

Poi il lavoro, i minuti, le parole necessarie.

Qualche ora dopo il tempo non era più lo stesso. Nuvoloni neri all’orizzonte promettevano di nuovo la pioggia.

Un bambino che aspettava la mamma nella bidelleria ha indicato la foto del Papa appesa all’armadietto della bidella.

Mi ha guardato e con fare serissimo mi ha chiesto:

“È lui che accende i termosifoni?” 

Io ho fatto “no” con la testa, ho sorriso.

Niente è mai come appare.

Sarà la nebbia.

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