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Tutte le immagini scompariranno.Gli anni, Annie Ernaux, L’Orma editore, 2015.

L’estate è soltanto un ricordo. Un accumulo di immagini e parole che rotolano piano verso il fondo, si fanno sedimento, spesso riemergono, ma, come spesso accade nei sogni, non si ripropongono mai come sono state veramente.

Si reinventano, ogni volta.

Luglio, caldo e feroce, bellissimo e crudele. Giorni di fiato corto e speranze brevi.

Dopo il periodo di studio, più matto che disperato, mi è finalmente capitato tra le mani “Gli anni” di Annie Ernaux.

Desideravo leggerlo da un po’, ma lo conservavo lì, da parte, per il momento in cui sarei stata finalmente libera, come fanno i bambini con i giochi più belli (spesso, poi, dimenticandosene).

Della stessa autrice avevo letto, qualche tempo fa, quel bellissimo libro che è “Il posto” di cui mi aveva colpito la perfezione della semplicità, nello stile, nella parola asciutta ma evocativa, nel racconto di una vicenda individuale che, pur lontana nel tempo e nello spazio, avevo sentito vicina, in modo quasi doloroso. (Era l’anno in cui, dopo aver vinto un concorso pubblico, avevo acquisito il mio posto da docente a tempo indeterminato in un ordine di scuola che non amavo, pensavo di dovermi trasferire lontano, sentivo il mondo della mia infanzia e adolescenza come un inutile fossile, cose così).

“Gli anni” rappresenta una sorta di viaggio nella storia individuale dell’autrice, che si intreccia inevitabilmente con la Storia ufficiale, il Novecento, con i grandi eventi, estendendosi, fino quasi a confondersi, con il racconto delle esistenze di tutti. Un viaggio con un flusso particolare, che annoda passato e futuro a un presente che pare senza forma, non praticabile.

La Ernaux ricama questa “autobiografia impersonale”, in cui è il “noi”, non l'”io” il vero soggetto, lasciandoci vere e proprie “immagini”, istantanee dei fatti, delle parole e del tempo – che si fa effimero e fragile – delle persone e dei luoghi di tutta una vita, mischiando le carte del fondamentale e del superfluo. Il tutto con un ritmo che mi ha subito avvolto, donandomi quella sensazione costante di vicinanza, quasi di “spina” conficcata nel profondo, come se quella fosse anche un po’ la mia storia, con le parole, le note, i volti che si sovrappongono nella memoria.

(E intanto, mentre le pagine scorrevano veloci, c’era chi, poco lontano da casa, se ne andava per sempre, un mattino caldo d’estate, senza nemmeno salutare.)

Per la prima volta quell’anno ho colto il senso terribile della frase si vive una volta sola.

Vicinanza e perdita, bisogno di “salvare”, in qualche modo, qualcosa: Annie Ernaux annota, cataloga, nomina le cose, rapisce e ferma, a tratti, il flusso del tempo, come in un immenso inventario appuntato su un foglio volante, scritto all’imperfetto, regalandoci un libro bellissimo.

La distanza che separa il passato dal presente si misura forse dalla luce che scivola sui volti, proietta le ombre, disegna le pieghe di un vestito di una foto in bianco e nero; dalla sua chiarezza crepuscolare, qualsiasi sia l’ora in cui sia stata scattata”.

L’estate è lontana, ma le sue parole sono presenti. Le lascio scivolare sul fondo, ne abbandono alcune, ne salvo altre. Trattengo il bello, il dolore, tutto, con le unghie, sicura di non poter fermare ciò che accade.

Un autunno dalle luci tenui regala altre immagini da cancellare, lentamente.

Si può giocare con i ricordi, respirare.

Perdersi. Ancora.

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