Stamattina mi sono svegliata e ho acceso il computer. Distratta, navigavo tra i visi e le spiagge delle vacanze, tutte uguali, serene. Poi, una foto, molte foto insieme. Un addio. Si parlava di momenti passati insieme, i visi erano conosciuti. La distrazione si è fatta ansia.

A vent’anni non si dovrebbe volare da un ponte. A vent’anni ci si dovrebbe innamorare, forte, si dovrebbe bruciare di meravigliosa inquietudine. Retorica, forse. Invece.

Invece osservo la fragilità, la tocco, la sento quasi addosso, la respiro. E mi chiedo cosa si possa fare per stringere un nodo che non si allenti, che accarezzi i desideri, spezzati senza un senso.

Guardavo quei visi felici e mi sembrava di rivederli, rumorosi, nei corridoi, in quegli anni di mio impacciato “apprendistato” all’insegnamento e pensavo a quanto il destino si insinui crudele nei nostri giorni, ne cambi il corso, improvvisamente.

Quando penso ai ragazzi che ho visto a scuola cerco sempre di immaginare che vita faranno, che storie avranno. A volte, non faranno più nulla.

Ho spento il computer, ho pianto.

Poi sono uscita e il sole era sempre lo stesso, indifferente e caldo. Lontano.

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