Oggi ero in giardino, nel caldo umido asfissiante di questo luglio appiccicoso, appena iniziato.

Cercavo di scrivere qualcosa di serio e ragionato, ma il cursore ha lampeggiato nel bianco per ore.

In lontananza, un rumore di acqua e risate rompeva la coltre di afa e indolenza del pomeriggio.

In questi quattro mesi non ho respirato. Di questi quattro mesi forse non mi resterà nulla. Una lavatrice col programma a centomila giri, la mia vita dentro, quello che ero, quello che sapevo e che non so, oggi.

Ho vissuto di corsa. Ho letto pochissimo. Ho fatto cose che pensavo impossibili, tipo lavorare al mattino, dare un esame il pomeriggio, piangere, tornare tardi, non mangiare, finire una tesina la stessa notte e resistere.

Resistere a certi eventi, alcuni che hanno cambiato la mia vecchia casa e la mia famiglia per sempre, altri che forse non ricorderò.

Essere consapevole che a volte un po’ di inconsapevolezza sarebbe bellissima.

Ho saltato l’ultimo giorno di scuola. Ero così presa dai miei esami da non sentire, per la prima volta, l’acuta spina della nostalgia vedendo quei banchi, vuoti, i corridoi silenziosi.

Non ho detto arrivederci, non ho detto addio.

Ho avuto la conferma in ruolo e lo stesso giorno mi son rimessa a studiare. Di corsa.

Ho corso tanto e ora sono così stanca che quel cursore sul bianco, invece di allarmarmi, mi rende immobile.

Intanto, oggi, i ragazzi hanno continuato a tuffarsi ancora per un po’, mentre una ragazza ha iniziato a suonare la chitarra nella casa di fronte. Cantava.

Il caldo rendeva affannoso il respiro, lento ogni movimento.

Mi è venuta un’improvvisa voglia di mare, di sole e vento a accarezzarmi la schiena.

Ma questa è un’altra storia.

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