Era un giorno di Fata Morgana, uno di quelli in cui la luce rende la Calabria così vicina che sembra di poterla toccare, tanto che si raccontano storie su chi, impazzendo, si è tuffato convinto di poter raggiungere a nuoto la punta del continente.” Nadia Terranova, “Gli anni al contrario”.

L’altro giorno ero in treno.

Pioveva forte e le gocce rigavano il vetro del finestrino formando delle scie veloci.

Cercavo di inseguirle con lo sguardo, ma, nel momento in cui sembravano rallentare, sparivano con rapidità.

Come certi giorni.

Il ventun marzo.

La questione della primavera era di nuovo lì, sfuggente come la scia delle gocce sui vetri.

Ci ho pensato. E ho pensato ai mesi.

Gennaio e la sua grazia tagliente e sospesa, di attesa e nodo in gola. Un mese veloce e profondo. Come certe parole. Come certe ferite.

Ho pensato a quel libro.

A gennaio ho letto un libro che aspettavo da tempo, precisamente da un pomeriggio di maggio, di cui ricordo il sapore di birra nella bocca e le parole, i sorrisi e le cose che porto con me.

Il libro è “Gli anni al contrario”, di Nadia Terranova.

Quando l’ho aperto sapevo che sarebbe stato un viaggio che mi avrebbe preso nel profondo e che non volevo finire troppo in fretta.

Ero emozionata e curiosa, come quando si apre una porta socchiusa, da cui puoi intravedere un bagliore.

Poche pagine ed eccomi lì, nel 1977, con Aurora e Giovanni. Ne intuisco i caratteri, ne trascorro, piano, le esistenze sospese in un tempo che intreccia i destini personali alla Storia, rispecchiandone le speranze e le contraddizioni.

Aurora che studia in bagno, Giovanni ribelle, le storie e le famiglie diverse, l’incontro, l’amore. E Mara, la figlia, che coi suoi occhi neri illumina un mondo in cui gli adulti sbagliano e non sempre sanno tornare sui propri passi.

L’Italia che cambia, sullo sfondo. E gli anni, che corrono veloci e trasformano, spesso immobilizzano. Speranze, rapporti, progetti.

La scrittura di Nadia Terranova, limpida e coinvolgente, mi accompagna rapida nella dimensione intima e profonda di una storia che si dipana con delicatezza e precisione.

Man mano che avanzo nella lettura sento il desiderio di frenare. Mi alzo, chiudo un attimo, non voglio ancora abbandonare Giovanni e Aurora. Sento che quella storia mi sta sfiorando piano, ma punge come un ago, sottile.

Arrivata a metà, mi concedo una notte. Ma il giorno dopo sono di nuovo lì e la vicenda si apre e fa sentire tutto il peso di quegli “anni al contrario” del titolo.

Sento addosso quel “mal di terra”, il destino, le scelte che portano lontano. Respiro gli ultimi capitoli come un vento che sa di mare, forte, e di tempo.

Vedo gli occhi di quella “picciridda”. Neri. Grandi e bellissimi. (“Spalancati sul mondo come carte assorbenti”, mi verrebbe da dire, se mi si concede).

Le parole nitide scavano e si depositano dentro. E penso che ci resteranno ancora per molto.

Arrivo fino alla questione della primavera.

Ecco, cos’era.

Le gocce sul vetro, in treno, hanno continuato a rincorrersi ancora per un po’, ma la mia testa era ormai altrove.

Nadia Terranova, Gli anni al contrario, Einaudi, 2015.

Annunci