Oggi c’era un vento teso, uno di quelli che spazzano via la polvere delle strade e la portano lontano.

Un sole bellissimo parlava della primavera attraverso i vetri, resi a tratti un po’ più opachi dalla mia assenza di tempo o dalla dose di noncuranza applicata da sempre a alcuni ambiti.

Ero dentro casa e a ogni sforzo per raggiungere la concentrazione mi arrivava una distrazione maggiore e contraria. E mi portava lontano, come la polvere.

Ho pensato a un libro letto già più di un anno fa, quasi due. Appena ci ho pensato ero là, in quei giorni d’estate appena iniziata. Un periodo inquieto ma luminoso, nel ricordo domenicale.

È possibile che riaprendo un libro si torni a respirare il profumo dei giorni in cui lo si è letto. È bello e inutile, forse, ma succede.

Questi, in particolare, sapevano di sole e erba. Fiori sulla pelle fresca. Il libro è “Sillabari” di Goffredo Parise e il profumo è intenso. Come questo silenzio, nella notte appena iniziata.

La domenica pomeriggio, poi, si è lasciata andare come uno di quei maglioni sformati, che portiamo ancora, ma solo se non ci vedono.

Il sole ha vissuto il suo momento più acuto e si è perso nel rosa.

Ho pensato alla “poesia che va e viene, come l’amore” e si è fatto irrimediabilmente tardi.

E anche questa distrazione aveva il suo profumo.

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