Oggi stavo alla finestra della mia casa d’infanzia.

 

Da poco hanno fatto abbattere gli alberi che fiancheggiavano l’ingresso, trasformando il profilo del panorama, mai così aperto alla vista.

Un sole bellissimo batteva sui vetri di quest’inverno che si sta saltando a piedi pari, poco freddo, luminoso. Mi godevo quella luce che a casa mia è un miraggio mostrando la pelle, il viso, le mani, a un sole distratto e feroce.

Un sole che da bambino dicevano di non prendere e che respiro, oggi, a pieni polmoni.

Ieri ho riletto due volte il messaggio di un’amica che diceva di avere la consapevole felicità delle cose che possiede. Cazzo, ho pensato, ci sarà qualcosa sotto.

Ho sempre pensato che la felicità fosse una cosa da sciocchi, o da sbadati. Che esistesse una consapevolezza, poi, non ci avevo mai fatto caso, di solito è una questione che considero a posteriori, nei momenti opposti.

E invece forse non c’è proprio niente, sotto.

Come in questo sole, da cui mi faccio accarezzare piano, questo sole che è un’altra ruga e un altro segno, scritto in una lingua che solo l’epidermide conosce.

Poi si è fatto tardi. La luce arancione invadeva la stanza, come in uno di quei sogni che faccio spesso e che al mattino lasciano l’orma calda sulle guance.

“A cosa pensi?”

“Alla luce.”

“No, tu non sei normale.”

 

Annunci