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Il primo post dell’anno è sempre terribile.

Non che gli altri siano meglio, però, nel primo, be’, c’è sempre l’idea che uno debba metterci i propositi, le speranze, i desideri per l’anno nuovo.

Bene, io non spero un bel niente.

Gli ultimi giorni dell’anno sono stati particolarmente impegnativi.

Ho bevuto troppo, mangiato, ho avuto la febbre, una reazione allergica che mi ha mandata al pronto soccorso, sono stata molto sul mio divano, ho visto dei bei film, dei brutti film, ho visitato l’intero Polo Reale di Torino, capito che amo sempre quella città, e ho letto libri che mi sono piaciuti moltissimo.

Uno di questi è “A pesca nelle pozze più profonde” di Paolo Cognetti (Minimum Fax, 2014). Un libro che parla di racconti, del leggere racconti, del piacere di leggerli e di indagare anche cosa ci sia dietro, dentro, come se la narrazione fosse una scatola e ci si potesse mettere la mano, il viso dentro a indagarne il meccanismo, più o meno segreto.

Ammetto di amare da sempre il racconto, ho iniziato da piccola a leggerli, prima, credevo, per una forma di pigrizia, poi, invece, perché ho capito di trovarmi bene in quella dimensione che si presenta non solo come breve ma anche come “incompleta” che “comincia dopo che qualcosa è già accaduto, finisce quando qualcos’altro deve ancora accadere.” eppure così ricca, quasi magica.

Man mano che procedevo con la lettura del libro avevo voglia di leggere (o rileggere) i racconti degli autori che letteralmente si “incontrano” tra le pagine, Carver, Munro, Fitzgerald, Grace Paley, per fare solo alcuni nomi e di farlo subito, come se un’urgenza mi riportasse a un compito lasciato a metà. Come se il sentirli raccontare, cosa che Cognetti sa fare bene, li avesse improvvisamente illuminati di una luce nuova.

E c’è tanta luce in questo libro (“Come cade la luce e ci mostra il mondo, le domande nascoste dove la luce non arriva: di che dovrei scrivere se non di questo?”), c’è il fiume, c’è, a tratti, un vento freddo che sferza il viso, la montagna. Ci sono case che sembrano parlare di noi. (“La casa è un corpo e ciò che contiene assomiglia, più che all’anima, a una malattia covata a lungo e destinata […] a consumarlo.”) Potere dei racconti.

Poi c’è Sofia. Un personaggio che amo e che ho ritrovato con piacere.

C’è la sua storia che continua, ci sono nuovi dettagli, come finestre aperte all’improvviso sulla sua vita. C’è la sottile malinconia che mi lascia leggere di lei.

C’è un racconto su una schiena, che ho riletto più volte. (La schiena mi appassiona sempre, è un mio punto debole.)

Mi piace molto l’idea che un personaggio abbia un’esistenza che oltrepassa i confini di un libro. Sarà che da sempre mal sopporto i contorni troppo definiti, chi lo sa. O forse perché è bello, e basta. 

“Le cinque meno dieci erano l’ora più triste, quella in cui tornavano i fantasmi del passato.”

Ecco, come ho detto prima, non spero grandi cose per questo nuovo anno. Forse, di continuare a leggere libri così, che hanno il potere, meraviglioso, di mettere voglia di leggerne altri.

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