Quando facevo le seconda Media decisi, con le mie amiche di allora, che era necessario e sarebbe stato stupendo andare insieme alla colonia estiva. In realtà io non ero proprio convinta, in realtà io sarei stata volentieri a casa, in realtà, come mi è accaduto spesso, non ebbi il coraggio di dire di no.

Avevo paura. Non avevo mai dormito fuori da sola. In montagna. Con mille altre persone in un camerone impersonale.

Avevo paura ma non potevo dire no. L’entusiasmo che pervadeva il gruppo era quello delle grandi occasioni. “Sai come ci divertiamo?”. “Poi ci sono i ragazzi.”

Già, pure quello. Io che non mi sono mai sentita un granché ero allora nel periodo nero dell’adolescenza. Capelli crespi, una vaga acne e un corpo secco secco che cresceva in altezza ma non in profondità. I ragazzi non mi avrebbero nemmeno vista.

Così fu.

Poi andai. Poi tornai, con la precisa intenzione di non farlo mai più.

“Ma come? Non vuoi più venire?”

No.

“Ma ci siamo divertite.” “Certo, sì, ci siamo anche divertite, ma no.”

Ci siamo divertite ma ho anche capito che i posti pieni di gente, pieni di amici “per forza”, pieni di sport, pieni di canti cadenzati e giochi di squadra, posti dove il silenzio è quello imposto della preghiera e del coprifuoco, posti dove non stai solo neanche in bagno, dove le famiglie perfette vengono a trovare i figli perfetti la domenica e portano anche la torta o il patè di foie gras non sono posti per me.
Naturalmente, la domenica, i miei non vennero al giorno delle famiglie perfette. Meglio così.

Ci siamo divertite perché io adoro ridere, perché la montagna era bellissima e il cielo era azzurro e dovevo divertirmi per sentirmi normale e non far trasparire che, in realtà, ero una fottutissima adolescente insicura che avrebbe scambiato volentieri la sua vita con quella della più bella della classe.

Il mondo a tredici anni può essere crudele.

Ora che sono passati molti anni, a volte, prima di addormentarmi, riprovo il vago terrore del buio, quel buio di lampioni lontani chilometri, quando la sera si doveva dormire. Quel senso del dovere che non ho mai avuto e mi porto dietro, in quei giorni di letto a castello, sopra, toccò punti di criticità assoluta.

Mi rigiravo nel letto sperando di dormire, aprivo gli occhi e vedevo il buio.

Forse fu quello, unito al fastidio per i bagni in comune, un attentato al pudore di ogni tredicenne – motivo per cui, presumo, tornammo a casa puzzando come capre montane – che mi spinse a non tornare più.

Ho preso “La settimana bianca” di Carrère alla fine di luglio, quasi a scatola vuota. Non avevo letto recensioni, non sapevo quasi nulla della storia.

Mi incuriosiva quella copertina così diversa dal solito, bianca ma con qualcosa di vagamente funereo.

Volevo leggerlo durante il lungo viaggio, in cui sapevo avrei dormito poco, che ho fatto in agosto. Poi, chissà perché, l’ho lasciato lì, preferendo altri libri, immergendomi in altre storie.

Fino al mese scorso.

“La settimana bianca” è un libro spaventoso, nell’accezione più pura del termine. Spaventoso e bellissimo. La paura che pervade il lettore è elementare e profonda, tocca corde che risvegliano sentori antichi e oscuri.

Un libro in cui c’è tanto. La difficoltà di essere adolescenti, le angosce che si trasformano in mostri che, valicando il confine dei pensieri, divengono reali. C’è una lama sottile che trapassa la pagina e colpisce il lettore. C’è soprattutto la paura.
C’è il Male che fa capolino e spazza via le poche certezze dei giorni.

La sera in cui ho finito di leggerlo mi rigiravo nel letto e pensavo alla violenza inaudita di quella luce che si spegneva, in quel lontano 1994, per tutti, alle dieci. All’acqua gelata, a quella volta che misi i miei jeans più belli e durante un momento di preghiera una ragazza me li macchiò con la cera di una candela – andati (e che palle, poi, tutta questa religione, poi.)

Ho chiuso l’ultima pagina e sentivo freddo. Sentivo l’inquietudine e un dolore che occupavano il mio cuore come una scheggia.

Per alcuni giorni non sono riuscita a aprire un altro libro.

Questa storia ha riacceso fuochi che credevo spenti, piccole ferite superficiali.

Nicolas era sempre lì, con le sue paure, che risvegliavano le mie.

Poi il nodo si è allentato, ho salutato la me tredicenne timida e l’ho mandata a dormire, tenendo le tapparelle un po’ alzate, per far filtrare la luce.

E. Carrère, La settimana bianca, Adelphi, 2014.

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