Oggi sono stata dodici ore fuori di casa.
Stamattina mi sono svegliata inquieta, come non mi succedeva da tempo.
Ho spiegato verbi, scritto frasi, cercato oggetti che avevo perso.
Ho pensato anche se non avevo tempo di pensare.
Sto cercando di apprendere l’arte di scansare gli ostacoli, fare il girotondo intorno a chi si lascia divorare dall’invidia e cerca di rovinare le cose più semplici. Ma non imparo mai.
Mi sono ritagliata scampoli di silenzio nei trasferimenti in auto.
Ho guardato fuori dal finestrino: mi stupiva la sostanza del paesaggio, gli alberi così immobili e arresi alla pioggia, che ci somigliano un po’.
Ultimamente ho questa fissa per gli alberi. Li guardo, li studio da lontano.
Alcuni sono così soli che sanno di meraviglia. E forza.
Quando sono tornata, stasera, avevo la testa piena delle voci, di brusio e bambini e colleghi, avevo bisogno di silenzio.
Per recuperare le parole perse in superficie.
Così, seduta su questa sedia, sotto una luce arancione, lascio cadere le cose della giornata.
C’è solo il rumore insistente della pioggia e il disordine esploso dei giorni in cui non ci sono.
Poi ci sono gli interrogativi.
Mi domando cosa fosse la vita prima del rossetto rosso.
Cosa fosse la vita prima. Di tante cose.
Le dodici ore fuori casa, tutte scritte in faccia.
Il bisogno di dormire, di pensarci.
Fino a domani.

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