Ieri ho sostenuto un esame per cui non ero sufficientemente preparata.

Ero tranquilla come chi sa che non ha nulla da perdere. Aspettavo il treno sulla banchina, offrendo il viso a un venticello lieve, unico indizio dell’autunno in quella mattinata di sole chiaro.

Osservare il brulicare di passeggeri in attesa, vedendo passare i treni, che si assomigliano un po’ tutti, mi dava un senso di lieve entusiasmo, un battito più rapido, come se stessi facendo un tuffo nel passato.

Ad un tratto, uno di quei treni in transito, veloce e aggressivo, mi ha fatto sussultare. Mi ha spettinato, alzando un vento inquieto e cattivo, come un ammonimento.

In viaggio ho incontrato, per caso, una ragazza che doveva partecipare al mio stesso esame. Era molto giovane, con l’entusiasmo tipico di chi non ha ancora dovuto destreggiarsi con la morsa delle riforme e della burocrazia, di chi vede solo il positivo e forse non ha mai alzato il naso dai libri.

Abbiamo chiacchierato. La sua ansiosa allegria mentre mi parlava della versione di Greco, dell’amore per il Liceo Classico, della sfrenata solidarietà con i testi poco noti del Cinquecento mi hanno fatto sentire improvvisamente in difetto. La mia ostentata tranquillità, un inutile sforzo di sembrare cinica (per un certo tipo di cinismo ci vuole un’intelligenza più raffinata, che non possiedo).

Abbiamo proseguito fino alla sede dell’esame in un piacevole discorrere di autori e generi letterari, mentre, in fondo, uno strano senso di inadeguatezza mi dava un brivido. O forse era solo il percorso all’ombra.

L’atrio del palazzo era pieno di ragazzi molto più giovani di me, sorridenti, agguerritissimi. Ripassavano a alta voce, ridevano forte, qualcuno si guardava intorno.

Una ragazza mi ha sorriso, si è avvicinata e ha detto qualcosa rispetto alle opportunità che la prova poteva darle e l’assoluta necessità di superarla. Io, senza troppo indugio, le ho risposto: “Se non passiamo l’esame, vedremo”. Lei, con uno sguardo tra la pietà e il disprezzo: “Certo, per te forse è più drammatico, io sono giovane.”

Come in un sogno da cui ci si sveglia inquieti e sudati, ho capito che non volevo essere lì.

Avrei voluto scappare, o forse prendere aria, o mettermi a urlare. Invece ho messo la mia borsa in un sacchetto che è stato sigillato, mi sono registrata, ho aspettato.

Mi sono seduta e ho cercato di scrivere qualcosa di sensato su quei fogli. Ho scritto, scritto, non so nemmeno cosa, mi sentivo male, avevo voglia di andarmene al più presto. Alla fine avevo la mano indolenzita.

La concentrazione era più un’allucinata percezione del reale, in cui vedersi dall’esterno.

Le cinque ore di prova sono passate velocemente.

Quando sono uscita era buio.

I contorni delle cose che avevo visto quando ero entrata, in tarda mattinata, mi sembravano diversi, dissolti. Era un luogo sconosciuto.

Ciò che mi importava era l’aria.

Avevo quella fame di ossigeno che l’esame, gli sguardi di questi giovanotti presuntuosi e poco avvezzi alla reale forma delle cose, la stanchezza, avevano compresso, soffocato.

Ho preso una direzione a caso.

Dopo un tratto di camminata, sola, nel buio che si faceva più intenso, ho capito di essermi allontanata troppo.

Il senso dell’orientamento non è mai stato il mio forte.

Le strade piene di auto avevano lasciato il passo a stradine semi deserte.

Per un attimo, ho avuto paura. Ho acceso il telefono, spento da ore, per localizzarmi. Ero lontanissima.

Mi sono chiesta come in così poco tempo avessi potuto percorrere un tratto di strada così ampio e distante dalla mia meta.

Ero così persa, dentro, che forse è stato naturale perdere la strada.

Dopo alcuni minuti ho riorganizzato il tragitto.

La città mi sembrava più grigia del solito, meno accogliente, più solitaria e stanca.

O forse ero solo io.

Sul treno del ritorno, il capotreno strillava come un pazzo con una donna che non voleva pagare il biglietto e non accennava a rivelargli la sua residenza.

Riflettendo sulla giornata, il sapore era meno amaro di quello che avevo masticato alcune ore prima.

Una luna meravigliosa si affacciava al finestrino. Ho respirato.

Ora, la notte mi sembrava bellissima e misteriosa. Lo era.

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