Ho passato la maggior parte dei pomeriggi degli ultimi due anni e mezzo a correggere compiti in una stanza di casa mia, una stanzetta senza una natura propria, in cui sono accumulate quantità eterogenee di oggetti. Libri, roba da stirare, una macchina che avevo acquistato per correre e che non uso da mesi. Su un tavolino c’è un computer, lentissimo, che ultimamente impiega circa venti minuti per accendersi.

L’altro giorno guardavo questa stanza e pensavo alla sua nuova natura, solitaria, spenta. Cataste di libri nuovi, libri di testo del mio nuovo lavoro, hanno ormai sommerso il computer che praticamente non accendo più. (E che nostalgia mi fanno gli oggetti che non uso lo so solo io, mi sembra persino che mi guardino male.)

Ho un computer nuovo che uso poco, se non quando torno dal lavoro, ma spesso ho la testa piena di cose, e parole, così desisto e faccio altro.

Quando cercavo di trovare i vantaggi di questa mia situazione rinnovata, mi dicevo, mi dicevano: “avrai molto più tempo d’ora in poi, meno compiti da correggere a casa.”

Il tempo, invece, sembra scivolare tra le giunture dei giorni.

Ho passato gli ultimi due anni e mezzo in una situazione di stasi a cui mi ero abituata, giorni passati a accudire e domare le parole degli altri, in una solitudine che avevo imparato ad apprezzare e che ora mi manca.

Ora è cambiato molto.

Non ho parole da raddrizzare o frasi zoppe da curare, passo poco tempo a casa e spesso quello che trascorro è immobile riflessione su ciò che non riesco più a fare.

Ma forse è solo un’impressione.

Forse dovrei solo spostare il mio nuovo pc nella stanzetta e far filtrare quella luce arancione che in casa mia fatica così tanto a entrare.

Respirare.

Anni fa, a un corso di Storia Bizantina che seguivo solo perché il professore era particolarmente brillante (si dice così?) continuavano a ripeterci che alla fine del nostro percorso l’insegnamento più grande sarebbe stata la “flessibilità”.

Cazzo, vedi che non ho imparato niente?

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