Stasera, tornando a casa, ho percorso gli stessi passi di ogni sera, da due anni a questa parte. Mi piace camminare, soprattutto all’imbrunire, quando il cielo si fa lentamente scuro e il paese cambia forma, svuotandosi completamente.

L’aria era più tiepida del solito, era bello sentirla sul viso, sulle mani, immaginare il calore aggrappato con le unghie all’autunno, intento a non abbandonarlo.

(Settembre quasi alla fine, volato, con le sue parole e i suoi progetti.)

Nella strada deserta, sentivo il rumore dei miei passi. Il solito cane mi ringhiava disperato oltre il portone chiuso. Ogni sera spera di mettermi in fuga, ogni sera mi fa sobbalzare.

C’era un po’ di luna. Un cielo scuro e un rumore di televisori accesi, dalle ultime finestre aperte. Camminare mi aiuta a pensare.

A ricordare.

Stasera, poi, a un certo punto, una lumaca mi ha attraversato la strada. Lentamente, con la sua bava ha lasciato un segno nero sull’asfalto.

Mi sono fermata un attimo e ho seguito la sua scia operosa, il suo viscido cammino verso il muro di cinta.

Ultimamente ho letto un libro in cui il protagonista crede che le lumache gli rubino i ricordi. Così, ho pensato che quella lumaca avrebbe potuto contenere i ricordi di qualcuno, forse i miei, senza che io lo potessi sapere.

Poi sono tornata a casa.

E ho pensato che forse dormo troppo poco e dovrei cercare di immaginare meno.

Poi, naturalmente, ci ho ripensato.

(Ah, il libro è “Verderame” di Michele Mari e, a parte le mie stupide associazioni di idee, è un libro bellissimo.)

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