Ultimamente ho trascurato molto questo spazio. Non ho scritto, ci ho pensato, sì, come a quelle persone che vorremmo vedere, chiamare, ma quando abbiamo un attimo di tempo è sempre troppo tardi, o troppo presto.
Ho cambiato lavoro – insegno sempre, ma non sono più “ehi Prof” – ho cambiato allievi, colleghi, strade da percorrere, ho cambiato anche disciplina. (Ieri un bambino mi ha detto: “Maestra, ma stiamo facendo Inglese o Storia?” io l’ho guardato, poi, sospirando, ho continuato il lavoro, mentre alla finestra un sole pallido non riusciva a bucare la coltre grigia di nubi). “La Storia è dappertutto”, gli ho detto, lui mi ha sorriso, poco convinto.
Ogni mattina, in macchina, osservo dal finestrino una casetta diroccata e mi chiedo chi abbia costruito una casa così piccola, in cui sarà stato impossibile vivere già da subito, quando ancora non era diroccata. Da quella casa, comunque, c’è un punto di vista bellissimo sul profilo del luogo in cui vivo, quindi probabilmente chi l’ha costruita aveva considerato questo come vantaggio principale. Cose così.
Ultimamente ho letto dei libri bellissimi, di molti porto addosso le parole come graffi, di altri come carezze. Di alcuni forse scriverò qualcosa, più in là.
Oggi sono passata davanti a un gruppo di ragazzi, avranno avuto sui sedici, diciassette anni, e per un attimo ho avuto quell’istinto di abbassare gli occhi come quando, gli anni scorsi, speravo che i miei allievi non mi vedessero in veste troppo “casual”, o mentre mi compravo delle ciabatte (che, poi, non ho mai indossato ciabatte).
Non mi conoscevano. Non li conoscevo.
(Il desiderio elementare di essere altrove, come sensazione ricorrente.)
Quando sono risalita in auto mi sono sentita molto stupida, poi sono ripartita. Settembre bussava ai finestrini con la sua aria gonfia di pioggia, travestito da coda dell’estate. Alla radio c’era un tipo che inveiva contro la scuola, dicendo che “certi insegnanti dovrebbero andare a zappare”.
Ho sorriso. Poi ha iniziato a piovigginare, piano.

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